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Boom di Piazza Affari: pochi fondi hanno superato l’indice, ma alcuni hanno guadagnato il 55%
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Boom di Piazza Affari: pochi fondi hanno superato l’indice, ma alcuni hanno guadagnato il 55%

03 gennaio 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 08:22

Il rally dei mercati nel 2025 ha favorito Etf e prodotti passivi, mettendo in difficoltà la gestione attiva. Soltanto uno su tre ha battuto il mercato. Un ritorno della volatilità quest’anno potrebbe però creare nuove opportunità per i money manager

Un gestore su tre batte la Borsa. A partire da Piazza Affari che nel 2025 ha registrato un rialzo del 30,5%, ma pochi sono riusciti a staccare l’indice e promettono di fare lo stesso nel 2026. L’anno che si è appena concluso si è rivelato complesso per la gestione attiva. Per la terza volta di fila, infatti, l’andamento positivo dei mercati azionari ha premiato i prodotti passivi legati agli indici, come gli Etf.

Le incognite del 2026

Un’analisi di Goldman Sachs rivela che nel 2025 soltanto il 29% dei fondi comuni azionari a grande capitalizzazione ha battuto i rispettivi benchmark, rispetto a una media del 37% dal 2007 (grafico in pagina). Nel tentativo di tenere il passo con i benchmark, i fondi comuni azionari hanno ridotto le proprie disponibilità liquide ad appena l’1,2% degli asset, un minimo storico. E sono quindi pronti a navigare in un 2026 che si apre con diverse incognite: la prima preoccupazione riguarda le valutazioni dell’AI, ma anche l’evoluzione dell’inflazione soprattutto negli Usa e dei tassi, oltre alla traiettoria degli utili delle società. «Nel complesso, ci attendiamo rendimenti moderati nel 2026. Il divario tra i rendimenti attesi di azioni e obbligazioni è ridotto. Il premio per il rischio azionario è sceso al livello più basso degli ultimi 20 anni, a causa dell’aumento dei prezzi delle azioni, delle valutazioni elevate e di tassi che non sono diminuiti in modo significativo. Ciononostante, le azioni possono ancora offrire opportunità interessanti. Prevediamo forti differenze di rendimento tra aree geografiche, settori e singole società, rendendo la gestione attiva più importante che mai», afferma Bob Homan, capo degli investimenti di Ing.

Una sfida storica

Resta il fatto che nel 2025 la sfida che c’è da sempre tra gestione attiva e passiva ha visto prevalere ancora una volta quest’ultima, a partire dagli Stati Uniti. I rialzi generalizzati dello scorso anno e il forte balzo dei titoli tecnologici, che hanno portato l’intelligenza artificiale al centro della vita quotidiana, hanno favorito gli investimenti indicizzati, innalzando in modo significativo l’obiettivo di rendimento che i gestori stock picker devono superare. Uno scenario che ha messo sotto pressione molti money manager, anche perché le occasioni di elevata volatilità, in cui i fondi attivi possono sfruttare la selezione dei titoli, sono state limitate nel corso dell’anno.

L’andamento dei listini

La fase rialzista, sostenuta dalle politiche accomodanti delle banche centrali e dal boom dell’AI, oltre che dal buon andamento dei titoli bancari in Europa, ha spinto i listini. In questo contesto, l’indice globale Msci World ha chiuso il 2025 con un guadagno del 20,6%, la performance più alta dal 2029 (24%). L’azionario statunitense (S&P 500) ha fatto +17%, il Nasdaq, trainato dai tecnologici, +21%, mentre le borse della zona euro hanno segnato un +18% (Euro Stoxx 50). Piazza Affari si è distinta tra i migliori mercati mondiali, con il Ftse Mib in rialzo di oltre il 30%. In questo scenario gli investitori hanno puntato su Etf e fondi passivi per esporsi alle azioni e alle obbligazioni a costi contenuti: in base ai dati Morningstar nei primi nove mesi dell’anno la raccolta in Europa ha superato i 247 miliardi di euro, poco sopra il record del 2024 di 246,8 miliardi. Ma è anche tornato l’appetito per i fondi che hanno registrato flussi per 452 miliardi rispetto ai 275 miliardi dello stesso periodo 2024. Inoltre il terzo trimestre 2025 è stato il primo dal 2021 in cui i flussi verso i fondi attivi (107 miliardi) hanno superato quelli verso i fondi passivi (58 miliardi), trainati quasi interamente dai flussi negli obbligazionari.

La raccolta premia i bond

Neppure l’Italia ha fatto eccezione: i comparti obbligazionari si confermano i vincitori assoluti del 2025: in totale hanno superato i 20 miliardi di raccolta da inizio anno, il 68% di quella complessiva di tutta l’industria (28,9 miliardi). Nel Paese il risparmio si è orientato soprattutto verso i titoli di Stato anche grazie alle tre emissioni speciali di Btp dedicate al retail (Un Btp Più e due Btp Valore) che hanno raccolto oltre 40 miliardi. In questo contesto il risparmio gestito ha puntato sugli obbligazionari, soprattutto nella formula dei fondi scadenza, proprio per fare concorrenza ai titoli di Stato. L’Abi segnala intanto che la liquidità sui conti bancari italiani, dopo una fase di rallentamento per via dell’inflazione è tornata a salire e ha superato i 1.860 miliardi a novembre 2025, in aumento del 2,4% rispetto allo stesso mese 2024. Una massa di liquidità che rappresenta un ampio bacino per il risparmio gestito, ma per convincere le famiglie a ridurre l’esposizione al cash sarà decisiva la capacità di offrire rendimenti coerenti con le aspettative di una gestione professionale, oltre a costi competitivi.

Focus sui costi

Le commissioni, infatti, sono oggi più controllabili grazie ai rendiconti Mifid in vigore dal 2018, che rendono trasparenti le spese applicate. Accanto a rendimenti e costi, resta centrale la capacità di battere il benchmark per contrastare la crescita dei fondi passivi a basso costo. Le condizioni per valorizzare l’abilità dei money manager potrebbero emergere in un contesto in cui la capacità delle aziende di gestire un’inflazione ancora persistente e i rischi di stagnazione sarà determinante. Le aspettative sui tassi incidono sulle valutazioni e molti analisti prevedono un aumento della volatilità nel nuovo anno, soprattutto se dovesse materializzarsi una bolla sull’AI. Maggiore volatilità significa anche maggiori opportunità per la gestione attiva.

L’analisi dei fondi

Su queste basi MF-Milano Finanza ha tracciato un primo bilancio dei gestori attivi nel 2025, analizzando i comparti in base ai rendimenti dell’anno (dati Morningstar) e confrontandoli con gli indici di riferimento. L’analisi ha riguardato nove tra le principali categorie, sei azionarie e tre obbligazionarie. Dal 2000 i fondi di diritto italiano sono tenuti a calcolare la performance a 12 mesi del benchmark scelto, riportata nei bilanci pubblicati entro febbraio. In attesa di questi dati, le performance dei primi cinque fondi da inizio 2025 sono state confrontate con gli indici di mercato Morningstar delle singole specializzazioni.

In media, tra gli azionari, come accennato, circa un terzo dei fondi ha superato il mercato, ma l’analisi per categoria evidenzia differenze rilevanti. A partire dagli specializzati su Piazza Affari: tra gli azionari Italia spicca il fondo High Growth di Lemanik, gestito da Andrea Scauri, con un total return 2025 del 54,8%, oltre 18 punti percentuali in più rispetto all’indice Morningstar Italy (+36,5%). Segue Impatto Lavoro Italia, guidato da Fausto Artoni, con il 40,3%. Passando agli azionari Europa a grande capitalizzazione, il fondo Ardtur Pan European di Sw Mitchell (i gestori sono Crispin Odey e Freddie Neave) segna un +34,3%, 5,3 punti in più rispetto all’indice. Gli azionari Usa vedono in prima posizione il fondo Alger American Growth Fund con un +18,8%, gestito dal team composto da Patrick Kelly, Ankur Crawford, e Daniel Chung. Negli emergenti si mettono in evidenza Nick Price e Chris Tennant di Fidelity con +34,2% nel fondo Emerging Markets, che distaccano l’indice di oltre 20 punti.

Le difficoltà nella scelta

I fondi comuni restano uno strumento centrale per le famiglie, ma alcune analisi mettono in discussione la capacità degli investitori retail di sceglierli in modo efficiente. Un’ulteriore conferma arriva da uno studio dei ricercatori della Banca d’Italia (The performance of household-held mutual funds: evidence from the euro area), che ha analizzato i fondi detenuti dalle famiglie dell’area euro tra il 2009 e il 2020. Investire in un fondo «non è necessariamente semplice», osserva lo studio, ma «le innovazioni che rendono il mercato più trasparente con informazioni più facili da raccogliere sono molto vantaggiose per questo tipo di investitori», conclude lo studio. (riproduzione riservata).



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