
Il Rassemblement National ha acceso i riflettori sulle pensioni, sulle imposte di successione e sulla riduzione dell’IVA sui prodotti energetici dal 20% al 5%. Ma anche i partiti di sinistra hanno annunciato l’intenzione di allentare le riforme delle pensioni e del mercato del lavoro oltre a indicizzare all’inflazione alcuni stipendi. Insomma, da entrambi i fronti vengono proposte che porterebbero a un aumento del deficit. Se è vero che all’atto pratico le promesse elettorali vengono spesso diluite, è comunque realistico aspettarsi che, con un nuovo governo in Francia, sarà ancora più difficile il rientro del deficit richiesto dalla Commissione europea con la procedura annunciata la scorsa settimana.
Gli Stati Uniti eleggeranno un nuovo presidente il 5 novembre. Gli ultimi sondaggi danno Trump al 40,8% delle preferenze contro il 40,2% di Biden (sondaggio FiveThirtyEight al 18 giugno). Nel mercato delle scommesse vengono invece assegnate a Trump maggiori chance di successo. Anche il deficit del bilancio federale statunitense, sempre elevato dal 2009 in poi, sembra difficile da ridurre. La Federal Reserve nel giro di qualche mese si unirà alle altre principali banche centrali che hanno tagliato i tassi.
In questo complesso scenario, a nostro avviso occorre procedere mantenendo le posizioni strategiche ma accompagnandole con alcuni aggiustamenti per navigare eventuali shock. Sul mercato azionario l’intelligenza artificiale potrebbe rimanere il principale tema d’investimento. Sei titoli – NVIDIA, Microsoft, Amazon, Apple, Meta e Alphabet – rappresentano il 45% della performance delle borse globali degli ultimi cinque anni. Le enormi risorse movimentate da privati e Stati in questo campo continueranno a spingere i fatturati e a offrire opportunità d’investimento. In particolare, siamo positivi sui colossi tecnologici in grado di coprire più livelli della catena del valore dell’intelligenza artificiale, sia negli Stati Uniti che in Cina, dove le valutazioni sono particolarmente compresse, e sui semiconduttori. Spesso, però, la tecnologia ha raggiunto un peso notevole nei portafogli. In questi casi è consigliabile diversificare. Per esempio, su società più tradizionali che combinano buona redditività e basso debito oppure sulla borsa britannica, che tratta a uno sconto di circa il 10% rispetto alla sua media storica (sulla base degli utili attesi) per via degli strascichi della Brexit e dell’incertezza legata alle elezioni in programma a luglio.
L’avvicinarsi delle presidenziali negli Stati Uniti potrebbe portare a un aumento della volatilità. Per questo riduciamo l’esposizione ai titoli legati ai consumi discrezionali e alle energie rinnovabili, che potrebbero risentire di una vittoria di Trump. Per la stessa ragione, guardiamo con interesse agli industriali e ai finanziari, in considerazione di possibili incentivi fiscali e deregulation. In particolare, i titoli finanziari registrarono la migliore performance nel mese successivo l’elezione di Trump nel 2016 (+18%), seguiti da petroliferi (+15%). Anche quest’anno gli Stati Uniti sono stati l’economia più performante, l’inflazione superiore alle attese ha portato a un leggero incremento dei rendimenti e a un ulteriore rafforzamento del dollaro.
Nel breve termine il dollaro rimarrà sostenuto, anche per via delle numerose incertezze geopolitiche, ma sulla base dei fondamentali risulta sopravvalutato. Si trova su livelli simili a quelli degli anni ’80 e dell’inizio del secolo ed è quasi il 18% più forte rispetto all’inizio della precedente presidenza di Trump. A medio termine ci aspettiamo un deprezzamento. Dopo un periodo di debolezza e due tagli dei tassi, il franco svizzero offre nuovamente un buon potenziale. L’inflazione si mantiene bassa e il differenziale di rendimento rispetto alle altre principali valute potrebbe ridursi. Il franco rappresenta inoltre un bene rifugio in un periodo così turbolento.
Nonostante i forti rialzi da inizio anno, sono possibili ulteriori incrementi del prezzo dell’oro nei prossimi mesi grazie ai continui acquisti da parte delle banche centrali. Secondo il World Gold Council, l’allocazione delle riserve dei Paesi emergenti rimane poco più della metà di quella delle economie avanzate (16% contro 29%). Se, per ipotesi, allineassero l’esposizione a quella delle economie sviluppate si creerebbero acquisti per 29 mila tonnellate, che sono equivalenti al 15% dello stock esistente a livello mondiale. In questo contesto, nell’ambito di un portafoglio diversificato, qualche punto percentuale di oro può svolgere un ruolo stabilizzatore.
Nel quadro del progressivo rallentamento delle principali economie e del calo dell’inflazione, il dibattito si concentrerà sull’entità dei tagli dei tassi nel 2025, che pensiamo saranno ingenti sia in Europa che negli Stati Uniti. Per quanto riguarda questi ultimi, le nostre aspettative sono molto diverse da quelle del consensus (media delle stime pubblicate) che riflette tassi alti a lungo. Per questo continuiamo a suggerire di bloccare i rendimenti a mediolungo termine su obbligazioni di buona qualità per garantirsi ritorni superiori all’inflazione attesa anche nei prossimi anni. Inoltre, questo tipo di obbligazioni ha una natura anticiclica e le valutazioni potrebbero apprezzarsi qualora le banche centrali accelerassero i tagli. Per la stessa ragione, al di là delle effettive esigenze, sconsigliamo di detenere troppa liquidità, fondi monetari e depositi perché, a scadenza, il reinvestimento potrebbe produrre rendimenti deludenti.
*chief investment officer, UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia