Sarà vera pace o soltanto l’ennesima illusione? Dopo tre anni e mezzo di conflitto in Ucraina e nonostante il nulla di fatto del vertice di Ferragosto tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin, l’ipotesi della fine del conflitto in Europa orientale appare sempre più concreta. L’inquilino della Casa Bianca ha indicato anche una data: «Entro due settimane sapremo se ci sarà la pace».
Non proprio il più roseo degli scenari, ma almeno è un inizio. Così come sembra sempre più concreta un’altra tregua (più metaforica): quella della Fed, che secondo il mercato sarebbe sempre più orientata a un taglio dei tassi a settembre. Tanto più che da Jackson Hole il presidente Jerome Powell ha aperto alla possibilità, a causa di rischi economici «in evoluzione» e in particolare di un mercato del lavoro che si sta raffreddando.
L’ottimismo sugli esiti delle trattative in Ucraina ha fornito ulteriore linfa alla corsa dei mercati azionari, specialmente quelli europei, con il Ftse Mib che ha continuato la sua corsa fino a superare quota 43.000 punti. Mentre negli Stati Uniti lo spauracchio sullo scoppio di una bolla AI ha frenato i listini, a cominciare dal Nasdaq. E i titoli della difesa europei - autentici mattatori, insieme alle banche, degli ultimi due anni in borsa - sono incappati martedì 19 agosto in un’importante correzione: tanto che l’italiana Leonardo ha lasciato per strada il 10% del valore in un’unica seduta.
Anche sul mercato obbligazionario americano sono stati registrati movimenti interessanti, tutti legati alle attese per la Fed. Uno in particolare ha fatto drizzare le antenne agli esperti di mercato. A segnalarlo è Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management: «Negli Usa gli spread delle obbligazioni corporate investment grade si sono ridotti a inizio settimana ai livelli più bassi degli ultimi 25 anni, attestandosi intorno a 0,75 punti percentuali sopra i Treasury». Una dinamica di questo tipo suggerisce che gli investitori stanno comprando in massa bond corporate di tipo investment grade (debito di alta qualità secondo le agenzie di rating) per cristallizzare rendimenti «ancora interessanti prima dei previsti tagli ai tassi da parte della Federal Reserve», sottolinea il responsabile degli investimenti del colosso svizzero.
Le ultime sedute di mercato lasciano quindi tanti interrogativi: è ora di avviare una grande rotazione del portafoglio azionario? E se sì, è il momento di incassare le plusvalenze sui titoli della difesa e su quelli tecnologici, per approdare in lidi più difensivi? E ancora: è il momento di tornare a mettere dollaro (e Treasury) in portafoglio? E l’oro? Se arriva veramente la pace (in Medio Oriente, per inciso, le indicazioni sono ben più cupe) il lingotto avrà ancora spazio per apprezzarsi? Ecco sei idee per ricalibrare il proprio portafoglio.
Dopo una guerra come quella in Ucraina sarà necessario ricostruire. Ecco perché i money manager stanno facendo già il punto su quali titoli azionari potrebbero beneficiarne. Tanto più che, come segnala l’investment manager di Pictet Am, Flora Dishnica, «le prospettive di pace sono già parzialmente incorporate nei prezzi, come evidente dai bond dell’Ucraina e dalle azioni polacche».
Secondo David Pascucci, analista di mercato del broker Xtb, «il settore dell’edilizia e delle costruzioni di infrastruttura potrebbero essere fondamentali, insieme alle telecomunicazioni». In termini geografici l’esperto guarda con più interesse all’Europa che agli Usa: «Ricordiamo anche che la Bce presenta tassi più bassi rispetto alla Fed, e quindi parte con qualche punto di vantaggio qualora si dovesse decidere di utilizzare nuova liquidità per un piano pluriennale». Sempre in ottica ricostruzione attenzione anche a un altro settore legato ai materiali: «Quello del cemento, destinato a essere il principale beneficiario» secondo Aldo Martinale, senior portfolio manager di Symphonia sgr.
Un secondo spunto riguarda cosa fare con i titoli della difesa in portafoglio. Nell’ultimo mese il principale Etf sulle azioni militari europee ha perso più dell’8%, anche se dal suo lancio a inizio marzo è in positivo di quasi il 14%. E se si guarda ai - pochi - prodotti tematici con un track record superiore a un anno, le performance degli ultimi due anni arrivano a superare il 112% (è il caso dell’Etf Future of Defence di Hanetf, da 2,4 miliardi di euro di masse).
La vera domanda ora è un’altra: è tempo di incassare la plusvalenza maturata finora e spostarsi altrove? Per Pascucci è tempo di guardare alle valutazioni: «I titoli della difesa europea hanno corso fin troppo, infatti presentano rapporti prezzo-utile molto elevati: Rheinmetall 87, Thales 71, gli altri ben al di sopra di 25. In sostanza sono titoli che si sono rivalutati parecchio e potrebbero subire dei contraccolpi importanti». Ci sono però dei fattori strutturali che potrebbero giocare a favore dei titoli della difesa Ue: ad esempio, Martinale ricorda che «gli investimenti sulla difesa sono destinati a crescere nei prossimi anni», anche se «queste azioni hanno già incorporato nelle loro valutazioni aspettative di crescita elevate e questo impone una certa prudenza sul breve termine».
Ancora più ottimista Dishnica: «Il settore della difesa è pressoché indipendente dalle prospettive di pace, essendo legato a impegni economici sostanziali, stimati intorno a mille miliardi di euro». Inoltre, aggiunge, «è probabile che si tratterà di una pace costosa, poiché gli accordi richiederanno garanzie di integrità per l’Ucraina, comportando un cambiamento significativo negli investimenti in difesa».
Sul mercato obbligazionario il baricentro si sposta giocoforza sulle mosse della Fed, anche se una pace in Ucraina può avere una sua rilevanza. Lo ricorda Martinale: «Il progressivo disimpegno degli Usa nelle garanzie di protezione all’Europa rende necessario il cambio di filosofia nella politica fiscale europea, ponendo pressione sul debito governativo». In questo contesto il money manager opta per «governativi a breve media-scadenza per sfruttare il buon livello di carry (rendimento che un investitore ottiene detenendo il titolo nel tempo senza considerare variazioni dei tassi di interesse o dei prezzi di mercato, ndr) in concomitanza con una gestione più opportunistica e tattica della parte lunga della curva».
In generale, per gli esperti vanno ancora preferiti i titoli di Stato europei, a partire dal sempreverde Btp (con lo spread che, non va dimenticato, viaggia oggi intorno agli 84 punti base). Nonostante il rialzo dei rendimenti sui titoli di Stato europei - il decennale italiano è passato in un mese dal 3,44% al 3,56% - «per il momento le obbligazioni europee rimangono un porto sicuro in quanto rendono mediamente più delle inflazioni di riferimento e dei tassi di interesse», precisa Pascucci, che vede proprio nei Btp gli spunti più interessanti, in quanto i bond sovrani tricolore «offrono rendimenti superiori rispetto alle controparti europee».
Quello che sta accadendo sul mercato del credito americano è emblematico: i bond societari e finanziari sono in buona salute, ancora interessanti per catturare rendimento. Evidenzia Martinale: «Il credito corporate si trova in una posizione migliore del debito governativo grazie a volumi di emissioni contenuti rispetto a una forte domanda di rendimenti e fondamentali decisamente buoni». Fattori che giustificano «spread su valori modesti». Una pace in Ucraina può far emergere un ulteriore elemento di supporto, «creando un ambiente favorevole a settori ciclici legati alla ricostruzione e a un selettivo incremento del rischio di credito».
Nell’ultimo mese il dollar index, un indice che mette a confronto il dollaro americano e un paniere delle principali altre valute globali, si è apprezzato dell’1,5%, anche se da inizio anno rimane in negativo di quasi il 9%. Un dollaro debole ha fin qui sfavorito (e non di poco) gli investimenti fatti in valuta americana: basti pensare che un Etf sull’S&P 500, che da gennaio avrebbe reso il 9% a un investitore in dollari, risulta addirittura negativo (-2,3%) per un investitore in euro.
E adesso: è ora di ricominciare a mettere dollaro in portafoglio? «Dopo la debolezza registrata nella prima parte dell’anno», analizza Martinale, «nel breve c’è lo spazio per un parziale recupero del biglietto verde, favorito dal rientro del premio al rischio sugli Stati Uniti grazie alle posizioni più concilianti assunte da Trump nei rapporti internazionali». A cominciare dai dazi, dove è stato raggiunto l’accordo finale con l’Unione Europea (a suo modo, anche questa è una tregua).
Infine, è interessante domandarsi cosa ne sarà dell’oro. Bene rifugio per antonomasia, il lingotto ha macinato record su record da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina, favorito anche dal boom di acquisti da parte delle banche centrali emergenti, in particolare quella cinese, che lo hanno usato per alleggerire la loro dipendenza dal dollaro. Nell’ultimo mese l’oro ha perso il 2,5% del valore, e tratta oggi a circa 3.410 dollari l’oncia.
Per il futuro gli esperti di mercato sono tuttavia ancora ottimisti, visti numerosi fattori (oltre alla guerra) che hanno fin qui favorito il metallo. «Tra questi», dice Martinale, «la progressiva sostituzione del dollaro nelle riserve di un importante numero di banche centrali e dinamiche di debito pubblico crescenti, in Usa e in Europa». Sull’oro c’è però una considerazione da fare: «Soltanto un pericolo disinflazionistico o deflattivo potrebbe spingere i fondamentali al ribasso», osserva Pascucci: «Ma al momento non abbiamo alcun segnale dalla macroeconomia, che deve aspettare ancora l’effetto dei dazi sui prezzi». (riproduzione riservata)