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Attenzione alle false sirene delle privatizzazioni, Ministro Giorgetti
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Attenzione alle false sirene delle privatizzazioni, Ministro Giorgetti

01 settembre 2023, 19:30

Per far quadrare i conti e in vista del rinnovo del Patto di stabilità, si fa strada nel governo il fronte di chi vuole vendere, oltre al Montepaschi, anche porti e ferrovie. Errore da non ripetere, quello fatto con la cessione delle telecomunicazioni di stato. Piuttosto, lo stato può organizzare con le banche fondi immobiliari per alleggerirsi degli immobili degli enti locali

Attenzione, Stimatissimo Ministro Giancarlo Giorgetti, Lei è fra due fuochi, non intendendo così i due schieramenti all’interno del governo fra chi vuole spendere e chi no. I due fuochi sono da una parte la scelta, giusta, di recuperare un ruolo di controllo non azionario ma di sicurezza e sviluppo oltre che di rendimento finanziario sull’infrastruttura digitale; dall’altra la necessità di privatizzare e si parla non solo del Monte Paschi ma anche di vendere parte delle Ferrovie dello Stato, dei porti e forse altro. Se ci si avvicina troppo al fuoco, si rischia di bruciarsi.

Per questo occorre ricordare che l’esigenza ora di investire almeno 2 miliardi per circa il 20% della rete oggi controllata da Tim con un’azionista maggiore francese, è frutto della sciagurata privatizzazione di Stet e della controllata Sip. Le telecom italiane, controllate dall’Iri, erano le n. 1 in Europa, con presenza internazionale e il primato dell’antesignano progetto di rete in fibra fra tutti gli operatori del continente. Ma il presidente del consiglio Romano Prodi, ex-presidente dell’Iri e della Commissione europea, e il ministro del tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, decisero di non utilizzare la clausola che il senatore e ministro del tesoro Guido Carli aveva negoziato quando, nel 1992, si trattò di firmare il Trattato di Maastricht («mi tremava quasi la mano», mi disse) e cioè la possibilità di posticipare l’ingresso nell’euro, come fece l’Inghilterra. Per entrare subito nell’euro era necessario privatizzare e anche aggiustare i conti pubblici con gli incassi delle vendite. In particolare, per il gioiello Stet-Sip la privatizzazione fu sciagurata, scegliendo la tecnica del cosiddetto nocciolo duro alla francese, cioè un gruppo di azionisti stabili a cui vendere le quote delle società da privatizzare. Con il dettaglio che il nocciolo duro per la privatizzazione di Stet-Sip fu in realtà un nocciolino, dove l’azionista principale era Ifil con una quota che era vicina all’unità. Di conseguenza ci fu spazio perché Roberto Colaninno e i suoi soci bresciani, con banche d’affari capaci di cogliere opportunità di grandi e rapidi guadagni, lanciassero un’opa, ritrasferendo poi il debito fatto per la scalata nella stessa Telecom, che da lì in poi, nonostante il meritevole tentativo di Marco Tronchetti Provera, è stata in continua discesa fino allo status di oggi. Status in cui saggiamente il ministro Giorgetti ritiene necessario garantire la stabilità della rete digitale, senza la cui stabilità e controllo, un paese non può essere sicuro di stare al passo del progresso tecnologico.

Il vero tema è il debito pubblico

Ecco, Signor Ministro Giorgetti, la sua scelta è saggia ma occhio a non creare, in altri campi come le Ferrovie o i porti, i presupposti per un disastro come quello della privatizzazione di Telecom. Ma poi c’è un altro elemento ancora più importante da tenere presente, cioè l’obbiettivo superiore di incassare miliardi e miliardi per contenere il debito pubblico, sotto pressione per le varie necessità che il paese ha: quanti miliardi si potranno incassare da queste privatizzazioni? 10, 20 miliardi? Noccioline rispetto al debito pubblico, che essendo astronomicamente arrivato al 150% del pil e in cifra assoluta a 2.843 miliardi di euro al giugno scorso, ha bisogno di ben altri tagli in vista della inevitabile, prima o poi, rinegoziazione del Patto di stabilità. In parte si conta sul fatto che anche la Francia abbia ora un rapporto debito/pil nell’ordine del 120%, ma i conti vanno fatti con la Germania che è al 66%. Certo, il momento è brutto anche per la Germania, con un governo composto da forze fortemente disomogenee come la Spd socialista, i liberali e i verdi, e quindi ci potrà essere spazio per una riforma del Mes che fissi vincoli meno irrealistici di quelli attuali, che prevederebbero un rientro del debito di tutti gli stati della Ue ben al di sotto del 100%. Ma poi non ci sono solo i trattati come il Patto (e il correlato Meccanismo europeo di stabilità, Mes, che i partner europei chiedono da tempo all’Italia di approvare): ci sono anche e soprattutto i mercati finanziari e gli investitori finanziari, che comprano i titoli di stato, e per loro più alto è debito e più alto deve essere l’interesse pagato sui titoli. Più alti sono gli interessi più il debito sale. Quindi pensare eventualmente alle privatizzazioni che frutteranno, nella migliore delle ipotesi, due o tre decine di miliardi di euro, non è utile per presentarsi alla negoziazione del Patto, ma semplicemente per soddisfare le esigenze della finanziaria prossima e delle varie componenti della maggioranza, che hanno in vari casi obbiettivi non comuni, anche se il rapporto presidente del consiglio Giorgia Meloni-ministro Giorgetti appare più che solido.

Un fuoco di paglia

Insomma, quello delle annunciate privatizzazioni rischia di essere un fuoco di paglia, che comunque può bruciare anche un ministro preparato e saggio come Giorgetti, soprattutto perché non si decide ancora una volta una strategia di ampio respiro.

Mentre non vi è dubbio che Mps sia da privatizzare, visto l’ottimo lavoro fatto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio con il numero due, Maurizio Bai, consentendo di chiudere il salvataggio pubblico (perché di questo si tratta) di una banca che esiste dal 27 febbraio 1472, c’è questa domanda: è altrettanto sicuro il ministro Giorgetti che sia utile cedere il controllo di Ita Airways a un vettore come Lufthansa, la cui efficienza è indubbia, ma è altrettanto indubbia la sua strategia di convogliare passeggeri per il mondo sui due scali di Monaco di Baviera e Francoforte? MF-Milano Finanza ha potuto scrivere recentemente in Orsi&Tori che anche la presidente Meloni si è mossa direttamente perché vorrebbe tornare allo schema precedente con sì Lufthansa a bordo di Ita, ma con Msc di Gianluigi Aponte (con cui la presidente ha avuto un colloquio) in maggioranza, per una strategia italiana legata anche ai trasporti cargo e alla combinazione, importante per il turismo che è fondamentale per il pil italiano, con le crociere in cui Msc è fra i leader mondiali. Qualunque sia la soluzione, la privatizzazione di Ita, più che un incasso, è il togliersi l’onere di ripianare le perdite, come è avvenuto con Alitalia e il suo surrogato Ita, nonostante ci siano segnali di ripresa.

E il patrimonio immobiliare?

MF-Milano Finanza ritiene da anni, trovandosi in sintonia con molti economisti e con il primo banchiere d’Italia, Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, che il fuoco più pericoloso, quello della negoziazione del Patto, non possa essere affrontato con le privatizzazioni di aziende controllate dallo stato ma valorizzando e vendendo buona parte del patrimonio immobiliare che lo stato ha da anni trasferito agli enti locali. Si sa che il ministro Giorgetti si è molto compiaciuto del lavoro fatto da Giovanna Della Posta, amministratore delegato di Invimit, la sgr per gli immobili posseduta dallo stesso ministero dell’economia. I fondi immobiliari creati o partecipati dalla sgr, valorizzando immobili e terreni pubblici, hanno distribuito con l’ultimo bilancio più di 400 milioni di utili allo stato. E la soddisfazione di Giorgetti non è fine a se stessa, perché il ministro bocconiano sa che attraverso una collaborazione fra Invimit, Intesa Sanpaolo ed enti locali è possibile valorizzare gli immobili che, per un valore allora di circa 600 miliardi, lo stato (ministro dell’economia Giulio Tremonti) ha trasferito, in base a una legge, agli stessi enti locali. Lo schema è semplice: Invimit, Intesa e chi vuole partecipare, costituiscono fondi di investimento a cui gli enti locali possono cedere gli immobili e i terreni da valorizzare, avendo assolutamente la possibilità di conservare partecipazioni nei fondi, con il che non solo incassano dalla cessione al fondo ma mantengono la possibilità di incassare ogni anno il frutto della valorizzazione degli immobili conferiti. Il ceo Messina ha ripetuto più volte che la prima banca italiana (e sicuramente se ne potranno unire anche altre) è pronta a partecipare alla costituzione di fondi immobiliari, favorendo la vendita di quote a risparmiatori del territorio, che quindi possono anche verificare come gli immobili vengano valorizzati.

Il punto chiave è che lo stato, per una legge fatta dal governo D’Alema ed eseguita dal governo Berlusconi in adempimento della Costituzione, ha trasferito una consistente fetta del suo patrimonio a chi (appunto gli enti locali) concorre al debito pubblico italiano per cica 600-650 miliardi, cioè più o meno quello che era, mal calcolato, il valore degli immobili stessi, intendendosi inclusi anche terreni. Quindi nel momento in cui gli enti locali attueranno la cessione di immobili ai fondi da costituire, automaticamente potranno ridurre il loro debito e quindi far scendere il debito pubblico e mettere l’Italia in condizione di essere credibile nella negoziazione del Patto, che sicuramente prevederà il rientro progressivo, ogni anno, dal debito.

Quello che si può fare da subito

Naturalmente, non sarà possibile, quantomeno a breve, mettere nei costituendi fondi comuni larghissima parte degli immobili, ma si stima che almeno 250 miliardi possano essere realizzabili. Tanto più che larga parte degli immobili ricevuti dallo stato sono diventati un onere per manutenzione e solo raramente sono stati valorizzati. I casi specifici sono tanti, ma per capirci basta ricordare, per esempio e solo per esempio, il caso dell’edificio d’epoca dietro Palazzo Vecchio a Firenze, dove aveva sede il Tribunale. Nel tempo si sono ipotizzati vari impieghi, per esempio di farne la sede della fondazione Zeffirelli, dando inizio a lavori da 3 milioni per rifare la facciata e gli interni. Ma non è noto che la valorizzazione sia stata compiuta.

Costituendo fondi di investimento lo stato potrà anche continuare, come è avvenuto già, a conferire in fondi anche terreni, che secondo dati non ufficiali ammontano a milioni di ettari. E poi le caserme abbandonate e appunto gli immobili trasferiti agli enti locali.

Nel ritorno a un ruolo fondamentale di azionista della rete di fibra lo stato dovrà investire circa 2 miliardi di euro, ma avrà anche il vantaggio di poter incassare dividendi, visto lo spirito di gestione del socio, il fondo internazionale Kkr. Nel caso degli immobili ora di proprietà degli enti locali si tratta di una valorizzazione del patrimonio pubblico, quindi complessivamente, con lo schema dei fondi, lo stato potrà, nel caso, ridurre il debito pubblico per via mediata o, nel caso di fondi costituiti con beni propri, oltre a valorizzarli potrebbe avere una rendita per l’incasso di dividendi come è avvenuto con gli oltre 400 milioni di euro ricevuti dai fondi gestiti da Invimit, che letteralmente vuol dire Investimenti immobiliari italiani.

Allora sarà bene che il ministro Giorgetti spenga i fuochi, chiarendo che le privatizzazioni sono in primo luogo per incassi (modesti) destinati a sostenere gli obbiettivi della legge finanziaria, mentre per presentarsi alla negoziazione del nuovo Patto potrà (dovrà) essere giocata la carta del taglio del debito pubblico sia attraverso fondi di investimento per gli immobili ora non valorizzati degli enti locali, sia attraverso altri fondi costituiti, come è già avvenuto, con il conferimento di proprietà dello stato: in tutti e due i casi con la possibilità anche di flussi da dividendi conservando partecipazioni nei fondi.

Che lo Stimatissimo (davvero) Ministro Giorgetti non abbia esitazione a chiarire bene la strategia e il raggio limitato di azione delle privatizzazioni rispetto al vero, più che fondamentale obbiettivo di tagliare il debito per non essere in difficoltà al momento della rinegoziazione del Patto.

Non solo il New York Times

Dopo quella del New York Times verso ChatGPT, proseguono le iniziative di case editrici per limitare l’azione di utilizzo non voluto e non remunerato di contenuti da parte di strutture di AI. Nei giorni scorsi è stato il turno di Radio France, che ha annunciato di aver immediatamente attuato la procedura per impedire che gli algoritmi utilizzino i propri contenuti. L’urgenza di un intervento pubblico legislativo è evidenziata da un esempio paradossale e macabro verificatosi in occasione della morte di un manager di grande valore quale era Luigi Predeval, laureato ad Harvard, amministratore delegato di aziende nella grande distribuzione nonché dell’Inter, molto impegnato nel sociale con San Patrignano. Chi avesse cercato sulla rete di capire le cause della morte è stato portato sul sito Tag24, online dell’Ateneo Niccolò Cusano di Roma. Con l’occhiello «Attualità» si poteva e si può leggere: «Luigi Predeval: causa morte, moglie, figli e biografia dell’ex-ad dell’Inter e fondatore di Mediaworld». Scorrendo si arriva al titolo: «Luigi Predeval: causa morte:» e poi «la causa della morte di Predeval non è stata resa nota». Dopo aver superato ulteriori pubblicità, in questo caso la foto di una ragazza con la scritta sotto Ai GIGA ci pensa EVO 200, altro titolo: «Moglie, figli» e il testo sotto: «Predeval era una persona riservata e non ci sono notizie sulla sua vita privata. Non è noto se avesse moglie e figli», quando sul Corriere della Sera c’era una pagina intera di necrologi che si aprivano naturalmente con quelli della famiglia.

Annuncio di notizie e zero notizie, ma almeno altri quattro annunci pubblicitari. Volete sapere come può realizzarsi questo inganno, ancora più significativo venendo dal quotidiano di una università? Si dirà: ma il fondatore di Unicusano è il sindaco di Terni che proprio nei giorni scorsi è stato fermato a forza dai suoi vigili mentre in consiglio si scagliava fisicamente conto il rappresentante della minoranza. Questo è rilevante, ma è ancora più rilevante è che il sito abbia usato lo schema per la migliore indicizzazione da parte di Google con titolo, sommario ecc. prescindendo dal contenuto. Questa è la disinformazione indicizzata. (riproduzione riservata)



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