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Anche se finora sodali, tra Caltagirone e Milleri di differenze ce ne sono, eccome
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Anche se finora sodali, tra Caltagirone e Milleri di differenze ce ne sono, eccome

02 maggio 2025, 19:30 Ultimo aggiornamento: 19:33

Le dichiarazioni del capo di Delfin post assemblea Generali e annuncio di ops su Banca Generali da parte di Mediobanca, sono di tono molto diverso, da manager (seppure a vita) e non da padrone

Che differenza c’è fra i due Francesco? Intendo Francesco Milleri e Francesco Caltagirone. Ovviamente non solo il secondo nome di Caltagirone, Gaetano, che ricorda le sue origini siciliane. Infatti, la prima grande differenza è che Milleri è un super manager e Caltagirone, senza togliergli meriti da capitalista, è un padrone.

Ma la differenza ancora più grande è un’altra: Milleri, che ha un curriculum di studi straordinario (laurea a Firenze in giurisprudenza con lode, master alla Bocconi, secondo master alla Stern School della New York University grazie alla più prestigiosa borsa di studio italiana, quella intestata al governatore di Bankitalia, Donato Menichella) non ha mai manifestato volontà di acquisire poteri attraverso il possesso di media, come del resto il suo scopritore e fondatore di Luxottica, Leonardo Del Vecchio.

Come ha costruito la sua crescita Caltagirone?

Al contrario, da quasi 30 anni, Caltagirone ha costruito la sua crescita di potere economico grazie anche alla strumentalizzazione dell’informazione con una catena di giornali che parte dalla Puglia, passa per Roma con il fondamentale quotidiano Il Messaggero, prosegue per le Marche e arriva a Venezia con Il Gazzettino.

La storia della super catena di quotidiani di Caltagirone l’ho già raccontata ma mi perdoni il lettore se la rilegge perché strettamente connessa, fin dall’origine, a quelli che sono i bersagli attuali del gruppo Caltagirone: Mediobanca e Generali, passando per la benevolenza verso il senese Mps. Fu infatti, nientemeno che Enrico Cuccia, i cui eredi a Mediobanca ne pagano le conseguenze, a introdurre Caltagirone all’antidemocratico potere mediatico , in quanto strumentale per il potere economico: quindi l’informazione, che dovrebbe essere un pilastro della democrazia, usato nel caso per accrescere il potere economico e la forza delle sue attività economiche, con informazione opportunamente trattata.

La democrazia e il potere mediatico

Come ho scritto, solo i Paesi che sanno impedire o condannare il potere mediatico ai fini di potere economico e poi politico (basti per tutti il caso di Elon Musk che non certo per Tesla, ma con X e gli accessori di esso ha potuto entrare nella stanza dei bottoni della Casa Bianca), riescono a essere realmente democratici. Ora, non è che Caltagirone abbia il potere mediatico di Musk, ma specialmente con Il Messaggero, il principale quotidiano di Roma prima dei Perrone e poi della fallita Montedison di Raul Gardini, dispone di uno strumento di pressione e di captatio benevolentiae davvero forte sul governo, con scelte di parte o omissioni o incensamenti che di fatto tradiscono il lettore. Come del resto lo è stato e lo è Repubblica da quando sono morti Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari: infatti essa ha rappresentato un accrescimento di potere prima di Carlo De Benedetti e ora di John Elkann. In giro per l’Italia poi ci sono altri casi analoghi, ma di potere soprattutto locale.

L’uso dell’informazione a proprio uso e consumo

Un esempio di come, chi ha interessi economici rilevanti, può usare l’informazione a suo uso e consumo? Lo ha offerto ancora una volta Caltagirone il giorno in cui l’assemblea di Generali ha stabilito che egli e il suo apparente alleato Delfin (famiglia Del Vecchio) non avevano ottenuto niente di più che tre consiglieri, come tre anni fa, nonostante il voto favorevole del battitore libero Andrea Orcel di Unicredit. Infatti, i lettori del sito de il Messaggero hanno potuto leggere l’esito dell’assemblea solo alle 0:05 della notte, quando l’assemblea era terminata entro le 13. Si dirà, piccolezze. È vero, nell’uso e nella gestione de il Messaggero e della forte catena di quotidiani, ci sono ben altri casi in cui i lettori hanno dovuto e dovranno leggere articoli con un taglio utile al potere e alle attività economiche del gruppo Caltagirone o di suoi alleati politici.

L’Italia e la libertà di stampa

Naturalmente si potrebbe dire che ognuno può vedere e descrivere a suo modo la realtà. È un suo diritto e configura la pluralità dell’informazione, ma sempre che quel taglio, quella descrizione parziale o l’omissione non siano appunto finalizzate a un potere politico ed economico. Ciò nasce inevitabilmente quando la proprietà dei mezzi di informazione è connessa e utilizzata al raggiungimento di risultati di potere economico o politico. Molto più grave il potere economico. Del resto, è notizia recente che anche per questo l’Italia sia scesa al 49esimo posto, il peggiore nell’Europa occidentale, in tema di libertà di stampa (fonte Reporters sans frontieres).

Quella di Milleri è un’altra storia

Situazione opposta o assolutamente diversa quella di Milleri, che nonostante il grandissimo potere economico, anche superiore a quello di Caltagirone, non ha cambiato la linea del fondatore Del Vecchio, astenendosi dall’acquisire qualsiasi mezzo di informazione. Di ciò occorre dare atto a Milleri che del resto in occasione dell’assemblea di bilancio di EssilorLuxottica, a Parigi, come riportato nell’articolo scritto da Andrea Deugeni su MF di giovedì 1 maggio, ha approcciato in modo pacato e sostanzialmente oggettivo la problematica dell’Ops di Mediobanca su Banca Generali e un po’ tutta la vicenda incrociata Generali-Mediobanca-Mps, pur avendo partecipazioni nettamente più alte nelle tre società rispetto a Caltagirone e in particolare in Mediobanca, dove Delfin sfiora il 20%. Senza sbilanciarsi in previsioni, sembra quasi che rispondendo alle domande di azionisti e poi giornalisti Milleri abbia voluto distinguersi dalla posizione costante di Caltagirone attraverso i suoi giornali.

Il programma davvero impegnativo di Delfin

Effetto del particolare che Delfin, nonostante le risorse superiori a quelle di Caltagirone, si è finora tenuto ben lontano dall’acquisizione di mezzi di informazione per avere più potere, concentrandosi invece su un programma davvero impegnativo che ha così descritto agli azionisti e ai giornalisti presenti in assemblea a Parigi: «Vorrei presentarvi il nostro futuro e quello che vogliamo diventare, un futuro in cui non avrete più bisogno del Cellulare. Questo è il nostro sogno…». Ovviamente al posto del cellulare occhiali che consentono di fare ben di più che con il cellulare.

Una risposta puramente finanziaria

E alla domanda se Delfin, la holding di controllo di EssilorLuxottica, resterà investita anche in Unicredit, ha dato una risposta puramente finanziaria: «Sono valutazioni che facciamo costantemente, siamo investitori finanziari di lungo termine, ma comunque a un certo punto potremmo pensare come riordinare il portafoglio, specialmente in quelle quote dove noi possiamo aiutare di meno e dove pensiamo di aver raggiunto delle plusvalenze enormi. Anche se in forma particolare di nomina a vita (questa è stata la volontà di Del Vecchio per il suo manager, ndr) noi siamo sempre dei gestori e non siamo gli azionisti, quindi c’è l’approccio del buon padre di famiglia».

A proposito dell’operazione Banca Generali

E aggiunge che non ha ancora parlato con Philippe Donnet sull’operazione Banca Generali, lasciando intendere che lui con Donnet parla e non lo considera un nemico. Anzi: «Dato che sono professionisti che gestiscono il business da nove anni e Philippe è una persona che ha dimostrato di fare le cose correttamente aspettiamo che ci spieghino le loro ragioni. E Alberto (Nagel, significativo che lo indichi col nome di battesimo, anche perché in Mediobanca Delfin è vicina al 20%, ndr) alcune cose credo le abbia già fatte e così sta cambiando la forma della banca.

Insomma, un approccio cordiale e ragionevole legato al rendimento dell’investimento e non al potere per il potere. Vuol dire che nelle prossime occasioni il voto di Delfin e il suo approccio si differenzierà da quello di Caltagirone? Fra manager (sia pure nel caso di Milleri a vita) è più facile capirsi, piuttosto che fra manager e capitalisti che usano i media per accrescere il loro potere. Potrebbe essere che le strade di Delfin e Caltagirone stiano per dividersi? Certamente lo stile è diverso e quindi non resta che attendere.

Aziende europee tra Usa e Cina

Europa e aziende europee in mezzo fra Stati Uniti e Cina?

Sì, proprio così. Di fronte alle scelte che è meglio non qualificare del presidente Donald Trump, la Cina può essere un’alternativa per le aziende europee? Sì e no. Dipenderà molto dalle capacità che le stesse aziende europee sapranno manifestare fra l’incudine e il martello.

Quanto sta facendo il presidente Trump è di tutta evidenza, osservando l’offensiva violenta attuata con l’imposizione o la preannunciata imposizione di dazi folli. Anche se questa scelta gli si sta rivoltando contro, come dimostrano i dati dell’economia statunitense nei primi tre mesi, o se si preferisce i primi 100 giorni di governo del biondo presidente, non è detto che egli ci ripensi, cioè che si tratti semplicemente di una mossa per negoziare da una posizione di forza.

Con Trump tutto può cambiare dalla mattina alla sera

Tuttavia non si sa mai, perché la persona è imprevedibile e sempre all’attacco, come dimostra anche l’intromissione della procedura per la scelta del nuovo Papa, quando ha buttato lì che il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan «è un ottimo cardinale che arriva da un posto chiamato New York».

Per contro, dopo aver bacchettato il povero presidente ucraino Volodymyr Zelensky, alla fine è riuscito a strappargli il 50% della joint venture per la valorizzazione delle terre rare, promettendogli di portare all’armistizio Vladimir Putin. Tutto, con Trump, può cambiare dalla mattina alla sera, ma è proprio questa incertezza permanente che ostacola i programmi delle aziende e più in generale del sistema economico europeo.

E poi c’è la Cina

Dall’altra parte, dalla parte della Cina, c’è più stabilità ma le condizioni di investimento nel Paese non sono al momento il massimo, come documenta una recente ricerca della Camera di commercio europea in Cina, nella descrizione che ne ha fatto il vicepresidente italiano, l’avvocato Carlo Diego D’Andrea. Infatti, secondo questa analisi, il così detto siloing, che consiste nella separazione delle funzioni o dell’intera operatività di un’azienda dal resto del mondo in un determinato mercato, presenta alcune problematiche. Se infatti adeguarsi alle problematiche della normativa cinese potrebbe presentare i vantaggi di essere operatore cinese, dall’altra fa perdere molte delle sinergie con la casa madre.

Le aziende che scelgono il siloing lo fanno per preservare le opportunità offerte dal mercato cinese, garantendosi l’accesso agli appalti pubblici e la collaborazione con partner locali. Ma se da un lato questo può mitigare alcune problematiche normative e operative, dall’altro aumenta i costi, riduce la capacità innovativa e indebolisce la competitività internazionale. Inoltre, nonostante gli sforzi per localizzarsi, varie aziende internazionali non riescono a qualificarsi come produttori domestici in Cina e, per contro, perdono le efficienze della casa madre.

Le dichiarazioni di Xi Jinping

Ma proprio per queste problematiche, in una competizione inevitabile con gli Usa di Trump, le dichiarazioni del presidente Xi Jinping al China development forum, dove ha incontrato molti ceo globali, hanno inviato segnali positivi. Ma se la Cina vuole cogliere le opportunità determinate dalle scelte di Trump, dovrà tradurre gli impegni segnalati dal presidente Xi in atti concreti per stabilire la fiducia delle imprese e consentire una partecipazione senza ostacoli delle aziende europee in Cina.

Per le aziende globali o anche con tendenza a volere esserlo come quelle di non pochi gruppi italiani, è necessario poter pianificare avendo certezze altrimenti il vantaggio di localizzazione in Cina, come è avvenuto recentemente per aziende farmaceutiche, non darebbe i frutti sperati. «Tenuto comunque conto che il presidio del mercato cinese o anche asiatico può determinare il rischio di allontanarsi inevitabilmente dal sistema americano. In questo scenario diventa cruciale monitorare l’evoluzione dei rapporti geopolitici fra Europa e Cina per valutare scelte strategiche, che siano sostenibili, equilibrate e coerenti con una visione globale integrata».

La vicenda del Wto

Ma a fare riflettere anche le aziende italiane è l’ultimo report del Wto (World trade organization), secondo cui calerà il commercio mondiale, ma non quello tra Europa e Asia. Che al contrario continuerà a crescere anche se a ritmi moderati.

La vicenda del Wto è per certi versi paradossale. Le passate amministrazioni americane imposero alla Cina di aderire al Wto, con l’obiettivo di contenere con regole l’eventuale dumping delle aziende cinesi. Ora è la Cina che reclama che siano gli Usa a rispettare le regole del commercio internazionale destinato alla crescita delle economie dei Paesi aderenti.

I rischi per il commercio globale

Secondo il Wto il volume degli scambi mondiali di merci rischia di avere una contrazione del -0,2% nel 2025, cioè tre punti peggio rispetto a quanto sarebbe stata la crescita senza la guerra dei dazi lanciata dal presidente Trump. Tuttavia, sempre secondo l’analisi del Wto, a scontare più di tutti la contrazione dei volumi sarà il Nord America, dove il Wto stima un calo delle esportazioni del 12,6% per l’anno in corso. Sempre secondo questa analisi, invece, L’Europa e l’Asia continueranno a registrare una crescita, ancorché non sufficiente a colmare i danni dei dazi previsti dal governo degli Usa.

Non si può quindi non domandarsi, mentre le società del presidente Trump hanno già registrato profitti di mezzo miliardo di dollari, per le sue pronunce, quale potrà essere la reazione dei cittadini e delle imprese statunitensi a una politica così insensata o meglio orientata ai profitti personali? È il crollo, drammatico, della democrazia americana che per decenni ha ispirato il resto del mondo? Sembra proprio di sì. (riproduzione riservata)



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