
L’agenzia Ansa è di tutti gli editori, quindi di nessuno. La seconda agenzia di informazione italiana è della più importante azienda non solo pubblica italiana, l’Eni, quindi inevitabilmente è stata uno strumento della presenza dello Stato nell’informazione politica ed economica, una scelta che aveva compiuto il fondatore Enrico Mattei.
Per creare spazio alle partecipazioni statali, comprò anche il quotidiano Il Giorno, mettendolo inevitabilmente anche al servizio di questo o di quel partito a seconda del momento, pur non essendo l’organo di un partito come legittimamente lo sono stati l’Unità per il Pci e Il Popolo per la Dc, l’Avanti per il Psi, senza dimenticare La Voce Repubblicana per il Pri e Il Secolo d’Italia per il Msi e altri di meno rilevanza.
È stata una stagione iniziata nel dopoguerra dopo la fine del fascismo, ma quando Benito Mussolini era socialista lavorava a l’Avanti dal quale fu espulso e, salito al potere dopo la marcia su Roma, non ammise altre voci dirette dei partiti.
Contemporaneamente, quasi da sempre, c’è stata la stagione dei giornali degli imprenditori, come è stata la Stampa, acquistata per far piacere a Mussolini dal senatore Giovanni Agnelli sr., e lo stesso Corriere della Sera, posseduto dai Crespi, grandi imprenditori del tessile, che è oggi, per fortuna, con Urbano Cairo l’unico quotidiano nazionale realmente indipendente insieme a quello che state leggendo.
Non dovrebbe fare specie quindi che, volendo rinunciare l’Eni all’Agenzia Italia (lo ha ammesso martedì 26 marzo) il probabile, probabilissimo compratore sia il rampante imprenditore delle cliniche e non solo, nonché deputato della Lega, Antonio Angelucci, già proprietario di tre quotidiani: Il Tempo posseduto per decenni con la sede di fronte al Parlamento da Carlo Pesenti da Bergamo, lui cementiere, quando il prezzo del cemento era amministrato, cioè deciso dal governo; Libero (di nome ma non di fatto) e Il Giornale, fondato libero da Indro Montanelli al quale tentò di unirsi Eugenio Scalfari ma poi passato, per sostenere la sua azione politica, a Silvio Berlusconi attraverso il fratello Paolo e la Mondadori.
Il risultato, se la trattativa si chiuderà, è che ci sarà un gruppo di tre quotidiani nazionali, tutti e tre schieratissimi a destra, con anche la seconda agenzia italiana che fornisce le informazioni a moltissimi giornali di provincia. È una pura coincidenza che Agi, come è la sigla dell’agenzia, venga venduta dalla più grande azienda dello stato, che l’aveva usata con molti uffici di corrispondenza in paesi petroliferi anche per comprensibili scopi aziendali, e finisca a chi ha già tre quotidiani ed è deputato di un partito di governo?
Si dirà: i giornali quotidiani, se non hanno uno sviluppato sistema, sono diventati meno importanti, ma l’Agi è digitale…
Un sicuro, deciso passo indietro, se avverrà, sul piano della democrazia autentica che può essere garantita solo da un’informazione che, in qualsiasi forma, sia indipendente, cioè non controllata e al servizio di chi ha interessi, e consistenti, in altri settori che non siano la stessa editoria, e per di più con un ruolo politico come Angelucci.
Serve una prova? Leggete il delirante Ddl capitali che ha modificato le regole del mercato sotto i colpi e il potere di chi possiede il principale quotidiano di Roma, Il Messaggero, capofila della scuderia di Francesco Gaetano Caltagirone che parte dalla Puglia (Nuovo Quotidiano di Puglia) sale a Napoli (Il Mattino), domina Roma, sale ancora ad Ancona (Il Corriere Adriatico) per arrivare a Venezia con Il Gazzettino.
L’ultima prodezza per distribuire potere mediatico a non editori anche in provincia, l’ha compiuta John Elkann, che aveva comprato Gedi dai figli di Carlo De Benedetti (altro editore impuro) soprattutto per avere potere a Roma con la Repubblica, per poi vendere a industriali, finanzieri e piccoli banchieri la catena che aveva creato suo zio Carlo Caracciolo in tutta Italia, prima che passasse appunto ai De Benedetti.
Tutti questi giornali saranno messi al tappeto dall’intelligenza artificiale? È possibile, visto che AI ha messo già in difficoltà i grandi editori professionisti e non si sa cosa accadrà se non ci sarà una legge che ne protegga i contenuti in maniera ben più efficace della norma varata dal Parlamento Europeo (si potrebbe dire, meglio di niente), ma che intanto entrerà in vigore minimo fra due anni.
Se gli Stati vorranno garantire la democrazia, dovranno stabilire varie protezioni ma anche una semplice regola: far scrivere sui mezzi di comunicazione, in un box ben visibile e in maniera chiara ed esplicita, chi è il proprietario e quali sono le attività economiche che controlla.
Non sarà l’abolizione dell’informazione deformata da chi possiede altre attività o partiti, ma certo potrebbe essere un grande passo avanti per la trasparenza indispensabile in democrazia, oltre che la consapevolezza della realtà da parte dei lettori. Al contrario, per molti anni e in alcuni casi anche tuttora sotto la testata è scritto «Quotidiano indipendente», quando invece non c’è caso di dipendenza maggiore da altri interessi economici e politici di quel mezzo di informazione.
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Dispiace che un uomo bravo, preparato e onesto come il ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, si sia fatto convincere da un deputato di FdI, con evidenti relazioni negli ambienti sindacali e meno qualificati dell’ex-Alitalia, ad abbandonare il progetto di cedere la maggioranza di Ita al gruppo Aponte, che già faceva parte della compagine azionaria dell’ex-Alitalia.
Il proiettile che il deputato di FdI ha sparato è l’accusa ad Aponte di essere un gruppo svizzero. Si, è vero, Gianluigi Aponte (neoacquirente del quotidiano Secolo XIX di Genova) risiede in Svizzera per la semplice ragione che ha sposato una signora svizzera, ma la gran parte del suo gruppo di trasporti marittimi e di navi da crociere con la sigla Msc opera in Italia. Naturalmente l’accusa, tale era nel linguaggio, di essere Aponte di residenza svizzera ha fatto sì che tutto o quasi il partito sparasse contro l’imprenditore napoletano e che lo stesso non volesse stare in paradiso a dispetto dei santi.
Quella prima ipotesi di rilancio del trasporto aereo italiano dopo il fallimento di Alitalia aveva la grande razionalità di mettere la neonata Ita in mano a un imprenditore di successo e di creare un sistema globale di trasporto aereo e marittimo sia per passeggeri che merci, tanto è vero che anche dopo la decisione di lasciare, Aponte ha acquisito una compagnia aerea cargo.
Ora l’intero sistema si lamenta che la commissaria per la concorrenza della Ue, la danese Margrethe Vestager, designata dal partito social-liberale di centro, Radikale Venstre, non dia il via libera all’alternativa scelta, cioè all’ingresso in Ita, per poi giungere alla maggioranza, della tedesca Lufthansa, che è già una grande e profittevole compagnia di bandiera europea.
A parte i tecnicismi, non ci voleva tanto a immaginare che far aggiungere a Lufthansa, che già controlla Austrian Airlines, Brussels Airlines, Swiss, Eurowing e Discover anche la compagnia di bandiera del terzo Paese europeo per abitanti, scatenasse problematiche di rispetto della concorrenza. E infatti per dare il via libera la Vestager ha posto una serie di condizioni e di rinuncia a decine di rotte e a una perdita di peso di Ita su Linate.
Si tratta di rotte a corto raggio, che collegano l’Italia ai paesi dell’Europa centrale. Vestager segnala poi che la eventuale fusione diminuisce la concorrenza sul lungo raggio tra l’Italia gli Stati Uniti, Canada e Giappone. Vestager non ha detto no, ma chiede che Lufthansa e anche Ita facciano molte rinunce per garantire la concorrenza e quindi i prezzi e il servizio per i passeggeri.
È evidente che a soffiare sul fuoco ci sono le altre importanti compagnie europee come Air France o British Airways, ma le obiezioni non sono infondate, perché un’unione di fatto Germania-Italia sui voli aerei creerebbe il super leader europeo.
A queste osservazioni di Vestager, per la prima volta il ministro Giorgetti non ha risposto con il linguaggio di un liberale qual è, laureato alla Bocconi. Ha usato la parola: i burocrati di Bruxelles bloccano Ita. Probabilmente la sua preoccupazione non è soltanto la lunghezza della trattativa ma che alla fine l’operazione Lufthansa si riveli meno conveniente di una operazione tutta italiana.
Il ministro Giorgetti, da quel bravissimo politico-amministratore che è, ha deciso di agganciare Lufthansa per la solidità che ha, ma sa che dall’altra parte, specialmente quando Lufthansa decidesse (come di diritto) di salire in maggioranza assoluta e quindi di privilegiare flussi di turisti verso altri paesi, l’Italia perderebbe l’essenziale disponibilità di un vettore che faccia unicamente gli interessi del Paese. La parola che semplifica questo concetto è: compagnia di bandiera.
Se le richieste di Bruxelles fossero giudicate troppo onerose da Lufthansa, la quale quindi dovrebbe rifarsi in altro modo sull’Italia, il bravissimo ministro Giorgetti non si dimentichi che Aponte (risulta a MF-Milano Finanza) potrebbe anche ritornare disponibile. L’Italia avrebbe così un vettore che copre tutte le forme di trasporto e che, abbinando volo aereo, treno (Italo) e crociere potrebbe portare in Italia più turisti di quanti ne arrivano oggi. E così il sistema Italia potrebbe veder salire di più il suo pil.
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Fa piacere e ben sperare la convergenza di idee fra il ministro Giorgetti e il nuovo governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta. In primo luogo sul taglio dei tassi che, oltre a favorire gli investimenti, può avere una forte riduzione del costo del debito italiano, che è il più alto dell’Unione.
Panetta, che conosce bene Francoforte essendo stato il rappresentante italiano per molti anni, ha confermato ufficialmente, ben facendo per indirizzare il mercato, che a giugno il taglio dei tassi ci sarà.
Lo stile è quello di Mario Draghi, che rispetto alle mezze parole della nuova presidente della Bce, Christine Lagarde, preferisce parlare netto. E come Draghi disse chiaro, quel 26 luglio del 2012, che avrebbe fatto «tutto quello che serve», per difendere l’euro senza timore delle reazioni scontate, e che ci furono, con il voto contrario del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, allo stesso modo ora Panetta ha detto che a giugno il taglio dei tassi deve esserci. E perché qualcuno, come per esempio la rappresentante tedesca Isabel Schnabel, non faccia marcia indietro, bene ha fatto Panetta a dire che tutti a Francoforte sono d’accordo.
Si sa che Panetta avrebbe voluto i tagli da prima di giugno, ma proprio per evitare ripensamenti è stato categorico con la frase che in Bce tutti sono d’accordo sul taglio dei tassi. Naturalmente sarà molto importante l’entità del taglio o la programmazione di più tagli ben scadenzati, in modo che il mercato sappia regolarsi.
Il governatore Panetta ha parlato anche all’Italia, o per meglio dire al governo italiano, e in particolare al ministro dell’economia Giorgetti, con cui è di fatto allineato. Ha evocato il grande Luigi Einaudi, il quale sosteneva che per spingere la crescita va continuamente migliorata la qualità del bilancio e quindi del debito. E ha ripreso sempre un concetto di Einaudi che era stato citato non molto tempo fa anche da Mario Draghi: una precisa distinzione fra debito buono e debito cattivo. Il debito buono è quello che produce reddito, quello cattivo produce solo oneri.
Per fortuna su questi temi la sintonia fra il governatore della Banca d’Italia e il ministro dell’economia Giorgetti è quasi perfetta. «Tanto più il percorso di riduzione del debito sarà credibile, tanto minore sarà la compensazione (cioè il livello più alto dei tassi) che gli investitori richiederanno per detenere il nostro debito».
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Le borse stanno cambiando radicalmente contenuti. In particolare, Wall Street. Finora i protagonisti erano stati i titoli delle grandi compagnie petrolifere. Oggi sono i tecnologici, più o meno contagiati dall’intelligenza artificiale. In molti casi, basta che una società segnali di usare AI e il titolo sale. Non vi è dubbio che la AI è il più grande cambiamento dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma chi investe deve stare ben attento a che AI non sia solo promozione del titolo e dietro le due lettere ci sia sostanza. Ciò impone una profonda riconversione anche degli analisti.
Gli acquirenti di MF-Milano Finanza forse non se ne accorgeranno neppure, ma da questo numero, non una sorpresa nell’uovo di Pasqua, il prezzo del nostro giornale sale di 30 centesimi a 4,50 euro. Dal 2015 abbiamo tenuti immutati i prezzi dei nostri media. Lo abbiamo fatto non per seguire l’inflazione, ma per dare continuità agli ottimi risultati che Class Editori ha potuto comunicare al mercato (15 milioni di ebitda) e che derivano dai forti investimenti che stiamo realizzando. Tutti nell’interesse di un’informazione sempre di maggiore qualità. (riproduzione riservata)