
Squadra che vince non si cambia. È una regola dello sport ma è buona, anzi ottima, anche per il mondo economico, finanziario e soprattutto bancario-assicurativo. Mentre le partite in corso in borsa per il settore bancario e assicurativo sono diventate quasi un campionato tale da far concorrenza alla Serie A di calcio, con vendita e acquisto di giocatori, cioè manager e azionisti.
Cominciamo dalla partita più grande, quella per il controllo di Generali che si gioca anche attraverso l’Ops di Monte dei Paschi su Mediobanca. Per fortuna, la partita su Generali viene giocata prima di tutte, cioè il 24 di aprile ed è proprio il caso più clamoroso del principio sacrosanto per cui squadra che vince non si cambia; mentre l’Ops su Mediobanca, che è il maggiore e stabile azionista di Generali, ha una sua logica specifica per cui, in virtù dei tempi differenziati, si può esaminare dopo.
Generali, che conosco bene fin da ragazzino perché mio padre è stato un manager del gruppo e specificatamente di Alleanza assicurazioni ai tempi di Cesare Merzagora e Alfonso Desiata, è sempre stata un pilastro del sistema economico italiano, non solo in Italia ma anche nel mondo. Ed è diventata sempre più potenza globale con la gestione di un gruppo di manager di altissimo livello guidati da un francese, Philippe Donnet, che ha avuto nientemeno che la sensibilità di diventare anche cittadino italiano, ben consapevole di che cosa il Leone di Venezia e Trieste rappresenti per il Paese Italia.
Chi vorrebbe cambiare la linea gestionale di Generali, accrescendo il proprio potere operativo, non accontentandosi dei lauti ricavi annuali per l’investimento fatto, guarda caso ha anche assunto una posizione rilevante in Mps, dove i bravissimi Luigi Lovaglio, ad e direttore generale, e Maurizio Bai, vice direttore generale, hanno concepito autonomamente l’Ops su Mediobanca, ritenendo che una banca d’affari come la creatura di Enrico Cuccia, possa trarre vantaggio dalla rinata banca commerciale di Siena, la banca ordinaria più antica del mondo.
Nell’ipotesi si sono quindi intrecciati interessi e logiche diverse, rappresentate non tanto dall’azionista Delfin (la cassaforte creata con gli occhiali dal defunto genio Leonardo Del Vecchio e sviluppata ulteriormente da Francesco Milleri) quanto dal gruppo romano di Francesco Gaetano Caltagirone, che non contento del patrimonio enorme realizzato con la partecipazione alla cementificazione delle periferie di Roma, ha voluto accrescere il suo potere con la catena di giornali che ha come centro Il Messaggero a Roma ma parte dalla Puglia, fa tappa a Napoli e poi risale ad Ancona per arrivare fino a Venezia con Il Gazzettino.
L’animo del gruppo Caltagirone è indicato anche dalla guerra che ha scatenato quando il gruppo Repubblica ha messo in vendita i giornali locali veneti, sempre con l’obbiettivo di assumere potere verso le Generali. Per fortuna della pluralità dell’informazione, ad aggiudicarsi i giornali locali veneti è stata una cordata guidata da Banca Finint, fondata da Enrico Marchi.
I giornali che seguono la logica del gruppo Caltagirone sono arrivati a sostenere, trovando consenso nelle forze politiche che seguono la stessa logica, che sia un attentato al risparmio italiano il progetto di joint venture con Natixis (società di gestione del risparmio del secondo gruppo bancario transalpino, Bpce), progetto elaborato dall’amministratore delegato Donnet e dal presidente Andrea Sironi, il quale segue le regole del libero mercato essendo espressione e presidente della grande scuola dell’Università Bocconi. Donnet ha dimostrato che il risparmio italiano ha solo da trarre vantaggio da questa joint venture, per la quale ci sono tutte le garanzie possibili ma anche appunto il vantaggio di grandi investimenti essendo Bpce la holding dell’unione delle banche popolari e delle casse di risparmio francesi, quindi partecipe di una logica europea.
Di tutto ciò sono ben consapevoli i tradizionali soci di Generali, primi fra tutti i Benetton che con il 4,85%, considerano l’investimento, così come quello in Mediobanca, non uno strumento di potere ma una garanzia di valorizzazione del proprio patrimonio.
Tanto più oggi che alla guida del gruppo Benetton è arrivato Alessandro, master ad Harvard, bravissimo fondatore del private equity 21 Investimenti prima di diventare numero uno del gruppo, per il quale, come figlio del genio Luciano, sta attuando uno sviluppo straordinario di tutte le attività acquisite grazie al successo storico dell’abbigliamento: dagli Aeroporti di Roma, oggi riconosciuto come uno degli scali più moderni del mondo, alla holding Mundys, ex Atlantia, che ha sette partecipazioni straordinarie come Telepass o Abertis infraestructuras, multinazionale spagnola presente in tutto il mondo.
Generali merita soci come Benetton, che non cercano il potere derivato ma la valorizzazione del loro investimento e che quindi con il loro voto permettano a Generali di crescere e di seguire una logica economica e non appunto di potere per condizionare il sistema Italia.
Ma le operazioni straordinarie in corso nel settore bancario sono anche altre; e dal loro esito dipenderà molto lo sviluppo del Paese. Non era mai successo che ci fossero contemporaneamente quattro ops bancarie-assicurative sul territorio italiano più una italiana in Germania. Quest’ultima è gestita da un uomo sicuramente di grande valore come il ceo di Unicredit, Andrea Orcel, ma forse fin troppo caratterizzato dal suo passato di banca d’affari anche ora che è a capo di una Banca come Unicredit.
La sua straordinaria capacità, come si sa, lo tiene applicato su tre fronti: quello storico per la conquista definitiva della seconda banca tedesca, Commerzbank, attraverso la posseduta HypoVereinsbank o Hvb, (ottenuta grazie al predecessore Alessandro Profumo); quello recente, dell’Ops verso Banco Bpm, la ex Banca popolare di Milano, portata al successo dall’attuale ad Giuseppe Castagna; e, appunto contemporaneamente, anche un inserimento nella partita di Generali, con l’acquisto di derivati per una quota come minimo del 5%.
La Ops nei confronti di Bpm è giustificata dal fatto che nel territorio principale di Milano e Lombardia la quota di mercato di Unicredit è pari a circa il 6%, quindi pochissimo nei confronti di Intesa Sanpaolo, prima banca in Italia, mentre Bpm ha una quota che si avvicina al 13%. Se alla fine delle operazioni in corso Orcel decidesse di andare avanti con successo nell’Ops, potrebbe sì arrivare a una quota di mercato, nello specifico territorio, pari a circa il 20%, ma per contro verrebbe ridotta la possibilità di mantenere in un territorio fondamentale le caratteristiche di contatto con operatori e famiglie tipiche di chi era la principale banca popolare italiana.
Giustamente, ad avviso di questo giornale, l’ad Castagna sta facendo l’impossibile perché questo non avvenga, per difendere lo spirito del credito popolare ma anche garantire alternativa di credito. Del resto, Bpm, quotata in Borsa, sta dando molte soddisfazioni ai soci, avendo chiuso con successo l’opa su Anima, uno dei maggiori gestori di patrimoni.
Non sarebbe più logico, vista la sua presenza internazionale e in particolare in Germania, che Unicredit si concentrasse sulla conquista definitiva del controllo di Commerzbank, sì da garantire ai propri clienti imprenditori uno sbocco e una operatività sul fondamentale mercato tedesco?
Ma da grande giocatore, Orcel è voluto entrare anche nella partita per Generali, acquisendo con i derivati una quota rispettabile del 5%, sì da essere inevitabilmente al tavolo della partita centrale del mercato italiano. Da operatore indipendente Orcel, che in Unicredit non ha un azionista di controllo, dovrebbe, per coerenza, votare all’assemblea del 24 per la stabilità del management indipendente di Generali.
Oppure quel 5% o più è una partecipazione per sostenere chi vorrebbe condurre Generali su un asservimento al potere di pochi? È sicuro che Orcel ha ben chiaro chi segue le regole del mercato, facendo formazioni indipendenti e non asservite a questo o quell’azionista, ma la conferma che è un player indipendente anche in questa circostanza la si avrà solo il 24.
E poi, come potrebbe essere gestibile una contemporaneità fra la conquista di Commerzbank e quella di Bpm? Talvolta il troppo stroppia, anche se nessuno può discutere l’abilità di Orcel e il suo coraggio. Ma essendo rientrato in Italia dopo molti anni all’estero, quanta sensibilità ha a operazioni che vadano nell’interesse del Paese attraverso la possibilità di avere più alternative bancarie per privati e imprese? Bpm, che da un secolo opera con lo spirito delle banche popolari, è sul mercato un’alternativa importante per operatori di un territorio fondamentale per l’economia dell’intera Italia.
Questa esigenza riguarda anche l’ultima operazione in corso sul mercato bancario. Una ex banca popolare, la Bper Banca che vuol dire Banca popolare dell’Emilia-Romagna, vuole conquistare il controllo di un’altra Banca popolare, quella di Sondrio. È necessario chiarire che tutte e due queste banche hanno un azionista comune, la compagnia di assicurazioni Unipol, presieduta da Carlo Cimbri, in ottime relazioni con l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel. È un trend ormai avverato che ci sia un’unione fra banche e assicurazioni, tanto che. la già citata Bpm ha sviluppato un ramo significativo proprio nelle polizze. È probabile che l’idea da parte di Bper di lanciare un’Ops su Sondrio sia stata concepita in primo luogo da Carlo Cimbri, che nel caso di successo della stessa Ops, potendo lui conferire il suo 20%, di Sondrio, lo recupererebbe con la crescita fino al controllo di Bper.
Anche in questo caso, ci si trova di fronte al rischio di perdere il valore delle banche popolari, quali erano fino alla sciagurata decisione di abolirne la tipologia giuridica da parte del governo Renzi nel 2015. È vero che l’allora presidente del consiglio si trovò davanti a quattro casi di banche popolari e Bcc (Banche di credito cooperativo) in grave crisi. Si trattava della Banca Marche, della popolare dell’Etruria in Toscana, di CariFerrara e CariChieti ed era necessario evitare danni ai depositanti. Ma il loro salvataggio poteva essere compiuto anche senza abolire il credito popolare e cooperativo.
Il credito di vicinanza ha sempre avuto il valore fondamentale di aiutare piccole imprese, artigiani e comuni cittadini, tutti ben conosciuti dalle banche stesse. Comunque, cosa fatta capo ha: ma quando ci si trova di fronte a banche ex popolari, con risultati di bilancio buoni, non è comprensibile perché si dovrebbe procedere a fusioni che cancellano il forte vantaggio della territorialità, tanto più che, essendo diventate spa, hanno accresciuto la loro redditività e solidità.
Talvolta la corsa al gigantismo non è dovuta a dare solidità alle stesse banche ma piuttosto ad accrescere il potere a chi di fatto le controlla. È quindi più che comprensibile che a Sondrio si respiri spirito di forte resistenza, perché trattasi di una banca che non è mai stata in pericolo e che era esemplare sia quando era popolare che ora che conserva semplicemente la p di popolare nel suo nome, essendo una comune spa. Distruggere la specificità di una comunità, quando da sempre la banca è stata solida e utilissima per il territorio di riferimento è quasi un delitto.
Penso che un uomo come Cimbri, che porta nel nome di Unipol il valore della cooperazione, e con esso è riuscito a salvare compagnie capitaliste come la Sai distrutta da Salvatore Ligresti, dovrebbe riuscire a sviluppare l’attività assicurativa verso i clienti delle due banche anche senza far perdere ad esse le radici di banche popolari.
Talvolta, anzi non di rado, il capitalismo per il capitalismo, che per altro, essendo spa le due banche perseguono, è più che negativo.
È anche negativa la scalata a Mediobanca di Monte dei Paschi di Siena? No, se Lovaglio e Bai riusciranno a stoppare lo strumentalismo di alcuni azionisti. Del resto, Mediobanca è nata con azioniste le tre Bin (Comit, Credito italiano e Banco di Roma), ma si sa che fino a quando il capo è stato il fondatore, cioè Enrico Cuccia, le banche azioniste non hanno contato niente o quasi.
Per vari aspetti è stato uno status positivo e ancora oggi in Mediobanca c’è il retaggio di quella indipendenza gestionale, che anzi era potere assoluto di Cuccia verso tutto il sistema economico italiano, essendo quella l’unica banca d’affari italiana. E Cuccia faceva il bello e cattivo tempo. Non posso non ricordare le parole che mi confidò l’attuale presidente di Mediaset Fedele Confalonieri.
Con il suo spirito nutrito di cultura mi disse: «Quando andai da Cuccia fargli presente che non era corretto che avesse comandato al Credito italiano di ritirare i fidi a Mediaset, nella sala di attesa sentivo nette le grida di dolore di Raul Gardini, che Cuccia aveva condannato al fallimento».
Non tanto con il diretto erede di Cuccia, cioè il fiorentino Vincenzo Maranghi, ma poi con l’attuale ad Alberto Nagel, Mediobanca è diventata una banca d’affari senza condizionamenti del mercato di riferimento: e ciò sia per le mutate condizioni dei mercati, sia per la cultura e il temperamento di Nagel. Ora Mediobanca è esposta alla scalata di Mps perché in realtà non ha più un azionariato solido come ai tempi di Cuccia. Ma nessuno può dire che Nagel non sia un banchiere indipendente. Non so se riuscirà la scalata di Mps e se in quel caso Nagel voglia rimanere, ma certamente sarebbe opportuno che a Siena valutassero bene la sua professionalità. Sempre che l’Ops abbia successo. (riproduzione riservata)