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Previsioni oro 2026: fattori rialzisti, scenari possibili e cosa monitorare

Previsioni oro 2026: fattori rialzisti, scenari possibili e cosa monitorare

di Massimo Brambilla
06 marzo 2026, 08:00 Ultimo aggiornamento: 16:34

Milano Finanza Intelligence Unit

Il confronto con la guerra in Iraq e le due crisi petrolifere degli anni ’70, assieme alle condizioni di oggi, suggeriscono un nuovo rialzo, dollaro permettendo. Rischio «cigno nero» per le azioni

Accadde anche in occasione della guerra in Iraq, il conflitto più recente accostabile all’Iran per analogia geografica e portata dell’intervento: prima dell’inizio delle ostilità, l’oro mise a segno un apprezzamento del 24% da fine novembre 2002 al picco del 5 febbraio 2003, segnando un nuovo massimo a sei anni in scia alla domanda del bene-rifugio, agevolata dall’indebolimento del dollaro, per poi avviare la correzione ben prima del 20 marzo 2003, quando presero il via le azioni militari su Baghdad.

A inizio aprile la correzione arrivò a riportare i prezzi dell’oro al punto di partenza, per poi tornare a fine maggio sui massimi, flettere nuovamente e quindi ripartire verso nuovi record dell’anno.

L’importante differenza rispetto a oggi

Nella guerra in Iraq e prima ancora nelle due crisi petrolifere degli anni ’70, la prima innescata dalla guerra del Kippur tra Israele e Egitto-Siria, che causò l’embargo del petrolio arabico verso i Paesi occidentali che sostenevano Tel Aviv, e la seconda dalla rivoluzione iraniana del ’79 che depose la monarchia dello scià originando la Repubblica Islamica dell’Iran, lo stretto di Hormuz non è mai stato completamente chiuso come in questa settimana.

Quindi, nella guerra Iraq, non si è registrato alcun rally del petrolio che accusò anzi una discesa fino a tutto aprile.

Il dollaro, invece, dopo i primi giorni di rafforzamento dall’attacco del 20 marzo, accusò una prima ondata di indebolimento fino al termine di maggio, seguita da un totale recupero fino ad agosto e quindi un nuovo e più intenso indebolimento fino a febbraio 2004, cioè l’esatto contrario dell’oro.

Anche i decennali Usa mostrarono un’impennata dei rendimenti nei primissimi giorni, per poi ridimensionarsi repentinamente fino a metà giugno 2003 e quindi ritornare ancora più in alto nel corso dell’estate. L’S&P 500, invece, imboccò la strada del rialzo al momento del primo attacco, reduce però da due anni di correzione del 50% post bolla internet del 2000 seguita nel 2001 dalle Torri gemelle.

La flessione dell’oro dopo l’attacco in Iran

Oggi, come allora, i primi giorni di azioni militari in Iran stanno giocando a favore della valuta americana, mettendo sotto pressione l’oro che, quotando in dollari, risulta più caro per l’effetto cambio e non produce interessi. L’apprezzamento del dollaro è il frutto principalmente di due forze: 1) la domanda di valuta più riconosciuta e liquida a livello internazionale, che accompagna momentaneamente una sorpresa bellica di ampia portata e ripercussioni; 2) i timori inflattivi legati al rally del petrolio e del gas naturale conseguenti al primo blocco della storia moderna dello stretto di Hormuz, dove transita il 17% del trasporto mondiale.

Il blocco è in grado di provocare un aumento generalizzato dell’inflazione, se il rally non rientrasse nell’arco di un paio di mesi, smorzando le attese di ribasso dei tassi nel 2026 da parte della Fed e fornendo ulteriore sostegno al biglietto verde. Il rialzo del rendimento dei decennali Usa e di quelli tedeschi, +0,23% registrato in settimana, non è ancora tale da scontare un simile scenario per i prossimi mesi e l’eventuale accelerazione correrà di pari passo all’aumento della relativa probabilità.

Gli scenari sul prezzo del Brent

Incrociando vari studi internazionali, si stima che una chiusura dello Stretto per 1-2 settimane comporti un Brent a 85-95 dollari al barile, che sale a 95-120 dollari se la chiusura si prolungasse per 4-8 settimane. Al momento lo scenario più probabile è una riapertura entro la fine di marzo, ma sussiste una probabilità non trascurabile che la chiusura possa superare la soglia critica dei due mesi, sancendo una crisi sistemica globale poiché inizierebbe a vacillare l’utilizzo delle scorte strategiche, pari almeno a 90 giorni di importazioni nette per ogni Paese membro dell’IEA (Italia inclusa).

Il «cigno nero» che minaccia l’economia e i mercati azionari

Tuttavia, prezzi dell’energia sensibilmente più elevati per un periodo di tempo non trascurabile sono anche in grado di intaccare il Pil mondiale in modo significativo, fino a procurare una recessione globale (anche asiatica) qualora l’incremento sia molto consistente e perdurasse per diversi mesi. Un vero e proprio «cigno nero» per i mercati azionari: la recessione economica che si innescherebbe, o quantomeno una stagnazione globale, sarebbe accompagnata da un’elevata inflazione da shock esterno; in un simile scenario Wall Street correggerebbe in modo vistoso, un colpo di grazia al potere d’acquisto degli americani che aggraverebbe la situazione economica, mandando al tappeto l’Amministrazione Usa.

Per questo è ragionevole attendersi che lo stretto di Hormuz sarà messo in sicurezza nel più breve tempo possibile, come stanno ventilando Trump e Macron in tema di protezione militare alle petroliere e (vani) aiuti nelle relative coperture assicurative. Anche per non irritare più del necessario la Cina, che è il primo fruitore di petrolio che transita dallo Stretto (37,7%, di cui un quarto iraniano), mentre Taiwan (25%) e Italia (11%) figurano tra i principali fruitori di gas.

Durante la prima crisi petrolifera degli anni ’70, che causò l’embargo del petrolio arabico verso i Paesi occidentali che sostenevano Tel Aviv facendone esplodere i prezzi (+213%), l’inflazione che ne scaturì e la conseguente recessione economica spinsero l’oro da 65 dollari l’oncia del 1972 a oltre 180 dollari nel 1974, triplicandone il prezzo, mentre l’S&P 500 dimezzò il suo valore in una discesa durata 18 mesi e il dollar index retrocesse dell’11%.

Tra il ‘75 e il ’76 il metallo prezioso accusò una correzione fino a 120 dollari, accompagnato da un recupero del dollaro, per poi riesplodere fino a 850 dollari l’oncia raggiunti nel gennaio del 1980 in occasione della seconda crisi petrolifera del 1979-1980 innescata dalla rivoluzione in Iran, che mandò fuori controllo l’inflazione occidentale (13% negli Usa) causando una perdita di fiducia nel dollaro (-12% il dollar index tra il tra il ’77 e il ’79).

Le opportunità dell’oro

Un simile «cigno nero» rappresenta, dunque, un grave rischio per i mercati azionari, dove l’S&P500 sarebbe capace di lasciare sul terreno fino alla metà del valore, mentre costituirebbe un’opportunità per l’oro, che non farebbe fatica a vedere quota 8.000 dollari in un contesto di estrema incertezza economico-finanziaria dominata dall’inflazione.

Anche senza arrivare a tanto, vista la prevedibilità di questa tempesta perfetta che risulterebbe drammatica per la presidenza Trump, l’oro mantiene intatte le prospettive rialziste: il risiko geopolitico mondiale, infatti, sta entrando nel vivo e per l’immediato futuro promette altre dispute insidiose, che non escludono ma casomai avvicinano la madre di tutte, unanimemente riconosciuta in Taiwan.

In questo scenario, le banche centrali rimaste più indietro rispetto a Stati Uniti, Germania, Francia e Italia, ovvero principalmente Gran Bretagna, Giappone, Cina e India, accelereranno l’incremento delle loro riserve auree in parziale sostituzione del dollaro, vista la diffidenza verso gli Usa e il relativo fardello del debito pubblico. La Cina, per esempio, ha raggiunto a fine gennaio il quindicesimo mese di acquisti netti consecutivi di oro, portandolo al 10% delle sue riserve totali, secondo il World Gold Council, che si confronta con il 74% medio detenuto da Stati Uniti, Germania, Francia e Italia. «L’ampliamento della domanda da parte delle banche centrali potrebbe essere un tema chiave emergente nel 2026», sostiene WGC. 

Inoltre, grazie all’efficace decorrelazione rispetto ai mercati azionari e parzialmente rispetto a quelli obbligazionari, molti fondi sovrani, fondi pensione e grandi istituzioni finanziarie incrementeranno ulteriormente la quota di oro in portafoglio per compensare il progressivo aumento della rischiosità dei mercati finanziari. In India, per esempio, le nuove regole Sebi del 2026 consentono ai fondi azionari e ibridi di investire una quota in strumenti collegati a oro e argento, potendo arrivare al 35% della parte non core. La Bank of Korea, invece, da inizio 2026 può acquistare Etf sull’oro quotati su piazze estere per incrementare le sue riserve auree.

Sempre secondo il World Gold Council, l’Asia assieme al Nord America hanno guidato i nuovi impieghi in Etf sull’oro nei primi due mesi del 2026, che risultano complessivamente in crescita per il nono mese consecutivo, portando le masse in gestione al nuovo record di 701 miliardi di dollari, dove gennaio-febbraio 2026 sono stati i migliori di sempre.

La guida dell’euro/dollaro

In sintesi, i fattori rialzisti sull’oro permangono numerosi e in aumento, supportati da una dinamica storica che trova in un eventuale ascesa del dollaro l’unico ostacolo significativo all’apprezzamento del bene-rifugio, dato che l’Eurozona e l’Asia sono più esposte degli Usa al rincaro dell’energia in termini di inflazione e di Pil.

In questa settimana il biglietto verde si è rafforzato da quota 1,18 fino a poco sopra il forte livello a 1,15 contro euro, eventualmente estendibile fino a 1,14, testato tre volte l’anno scorso ma rimasto inviolato dal 5 giugno 2025: questo è il livello da cui potrebbe partire il prossimo indebolimento del dollaro, con un test sopra quota 1,18-1,185 che risulta fondamentale per l’apertura di nuovi massimi da parte dell’oro, dopo l’avvicinamento al record storico avvenuto nella prima parte della seduta di lunedì 2 quando il cambio euro/dollaro era ancora in prossimità di quota 1,18. (riproduzione riservata)



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