Quella di giovedì 10 è stata senz’altro una buona notizia, pur se scontata dai mercati: l’ultimo meeting del 2020 della Banca centrale europea, aumentando da 1.350 a 1.850 miliardi di euro il programma emergenziale di acquisto di titoli di stato dei paesi membri (Pepp) e prolungandolo di 9 mesi, manterrà fino a marzo 2022 vicino allo zero il costo del nuovo debito pubblico anche per l’Italia, lasciando quindi il tempo alla politica fiscale e ai fondi comunitari di dispiegare i loro effetti di sostegno e di rilancio dell’economia. Inoltre, secondo Fitch, il Tesoro incasserà circa 10 miliardi all’anno d’interesse sui titoli oggetto di quantitative easing, il cui acquisto sul mercato spetta materialmente a Bankitalia.
Le sorti del Paese, tuttavia, viaggeranno sul filo del rasoio per tre buoni motivi: in primo luogo l’Italia dovrà essere in grado di riportare gradualmente la spesa pubblica sotto controllo nel prossimo triennio, senza che questo incida sul potenziale di crescita dell’economia. In secondo luogo dovrà dimostrarsi capace di effettuare le migliori scelte d’impiego delle ingenti risorse nazionali e comunitarie, visto che assieme spingeranno il debito verso quota 3.000 miliardi entro il 2023, mettendo anche in campo le necessarie riforme strutturali di cui ha bisogno l’economia per viaggiare, senza indugi, a un ritmo tale da poter far fronte agli oneri del debito pubblico, anche in un contesto di tassi reali eventualmente più elevati. Durante questo delicato percorso è infatti possibile, in terzo luogo, che il Paese venga a trovarsi esposto a eventuali cambiamenti nella maggioranza di Governo, aggiungendo incertezza alla crescita e alla traiettoria dei tassi d’interesse.
Questi sono i tre presupposti per evitare un futuro downgrade, un fattore comune nei report che hanno accompagnato in autunno la conferma del giudizio di solvibilità sull’Italia da parte di tutte e quattro le principali agenzie di rating internazionali. Conferma avvenuta grazie soprattutto al programma emergenziale messo in campo dalla Bce e al Recovery fund approntato dall’Unione europea, oltre alle caratteristiche di grande diversificazione e dinamismo riconosciute al tessuto produttivo italiano che trovano ulteriore supporto nell’ampio risparmio del settore privato.
Vietato sbagliare. Le conseguenze di un eventuale downgrade da parte di Moody’s o Fitch, dove i rating sono già sul gradino più basso dell’area investment grade, sarebbero significative: la discesa nell’area speculative grade, anche di uno solo dei due rating, provocherebbe automaticamente l’uscita dei titoli di stato italiani dai principali indici obbligazionari mondiali di tipo investment grade. Lo conferma JP Morgan, numero uno al mondo su questi indici, precisando che i bond governativi italiani sono intesi come local currency e non hard currency, bastando quindi che un solo rating tra quelli di Moody's, Fitch e S&P finisca in zona speculativa per escludere i titoli di stato italiani dagli indici investment grade. Ciò provocherebbe una vendita forzata di Btp da parte degli investitori istituzionali (cioè da parte dei gestori di fondi d’investimento e degli emittenti di Etf i cui prodotti finanziari possono avere in portafoglio, da regolamento, solo obbligazioni di tipo investment grade) che non riuscirebbe a essere compensata da acquisti della Bce, con la conseguenza di innescare un balzo tale dei rendimenti dei titoli di stato, e quindi dei tassi d’interesse da corrispondere sulle nuove emissioni, da pregiudicare l’equilibrio e l’indipendenza finanziaria dell’Italia.
La rinascita economica. Assistere a due anni di crescita sostenuta dopo una caduta del Pil 2020 nell’ordine del 10% rientra in un normale rimbalzo, anche se la seconda ondata del virus ha spostato una parte della reazione attesa per il 2021 al 2022, mentre nel 2023 è previsto il ritorno del Pil al livello pre-Covid. Così com’è naturale, quasi automatico e proporzionale, attendersi una maggiore crescita economica in presenza di una più alta spesa pubblica, quando questa non disconosce le mete keynesiane: S&P Global Ratings, nell’Economic Research del 16 novembre, si spinge perfino a stimare che, in un contesto di tassi negativi e di domanda depressa, 100 euro di stimoli fiscali impiegati nella spesa pubblica per investimenti (per esempio infrastrutture e digitalizzazione), genereranno 200 euro di Pil nei quattro anni successivi. Date le ingenti risorse a disposizione fino al 2026, si è quindi portati a credere che la rinascita economica italiana, se sostenuta in modo opportuno, sia cosa fatta. Tuttavia valgono due osservazioni: la prima è che venga colta l’occasione per procedere con le riforme strutturali dell’economia (lavoro, tassazione, burocrazia, diritto e altro), evitando che, esauriti gli stimoli fiscali, il Pil torni a crescere dello zero virgola com'è accaduto in media dal 2001 al 2019. La seconda arriva direttamente dal Mef: la Nota di aggiornamento al Def di settembre individua nell’apprezzamento dell’euro, nel possibile aumento del prezzo del petrolio e in un imprevisto allargamento dello spread Btp-Bund i fattori esogeni in grado di influire sulla crescita. I primi due (euro e petrolio) stanno già seguendo questo percorso da quando è stata elaborata la NaDef, cioè da fine agosto. Mentre il terzo fattore di rischio, per ora sopito dal quantitative easing emergenziale della Bce e dall’intervento del Recovery fund europeo, è la vera minaccia che pende sull’Italia.
Tassi & Politica. Il Mef, nell’elaborare le previsioni di sostenibilità, stima un tasso d’interesse medio che grava su debito pubblico in discesa dal 2,4% del 2020 al 2,1-2,2% dal 2021 al 2030. Questo grazie al costo mediamente pari a zero sulle nuove emissioni di titoli di stato che durerà, nelle attese e nell’intento della Bce, almeno fino a quando sarà attivo il quantitative easing. Ma qualcosa potrebbe andare storto: lo scoppio della pandemia tra marzo e aprile, per esempio, ha spedito lo spread Btp-Bund da quota 130 a 250 centesimi e più, fino a quando non è sceso in campo il Pepp della Bce seguito dall’apertura Ue al Recovery fund. Analogamente, la nascita di un Governo più critico nei confronti di Bruxelles (Lega-M5S) ha causato una vendita di Btp tale da spingerne i rendimenti fino a portare lo spread con i decennali tedeschi oltre la soglia di 300 centesimi. Basta questa evidenza per capire che l’Italia sarà distolta dalle urne, per quanto possibile dalle forze politiche in campo, fino alla scadenza naturale della legislatura, diventando una sorvegliata speciale da parte degli investitori istituzionali e delle agenzie di rating nel primo semestre 2023: con un debito verso la soglia di 3.000 miliardi (nell’ordine del 153% del Pil rispetto al 131,4% delle elezioni del 2018), le pressioni sull’opinione pubblica saranno elevate, rischiando che la minaccia dello spread connessa alla sostenibilità del debito possa prevalere sulla libera espressione del voto, assieme al paventarsi di procedure d’infrazione alle regole Ue (Six Pack) sull'inadeguata riduzione dell’indebitamento.
La ricetta del Giappone per sostenere senza scossoni il suo debito che supera il 250% del Pil si ritrova nel fatto che la stragrande maggioranza di questo debito sia sottoscritto in casa, dai risparmiatori e dalle banche: se i risparmiatori italiani facessero altrettanto, impiegando una parte dei 1.700 miliardi detenuti in banca, anche l'Italia riuscirebbe a svincolarsi dalla dinamica dello spread Btp-Bund a vantaggio di una vera autonomia finanziaria, senza più subire condizionamenti di vario tipo. Per muoverso verso questo obiettivo è indispensabile che il Tesoro proponga nuove tipologie di bond dedicate al retail italiano, che risultino certamente più appetibili di quanto non lo sia il Btp Futura, la cui raccolta nella prima e nella seconda edizione si colloca nella parte bassa dell'esperienza storica delle 16 emissioni del Btp Italia. La proposta di Milano Finanza rimane la stessa dello scorso aprile, recepita solo in minima parte dal Tesoro attraverso il premio a scadenza offerto dal Btp Futura: la proposta integrale consiste invece in un bond trentennale emesso a sconto (come i Bot) per fornire un rendimento certo a scadenza e cedole annuali completamemte indicizzate alla crescita annua del Pil; in questo modo i risparmiatori potrebbero partecipare pienamente contribuendo al finanziamento dello sviluppo, guadagnando di più quando la crescita è elevata e non percependo la cedola quando la crescita è pari a zero o negativa. L'impatto di una simile cedola variabile sarebbe neutrale sui conti pubblici, come ha confermato un'agenzia di rating che per policy deve rimanere anonima, visto che l'importo delle cedole risulterebbe automaticamente coperto dal corrispondente avanzamento del Pil. (riproduzione riservata)
