TrendJonathan Anderson: «Da Dior non voglio creare dei cloni, ma puntare alla couture del futuro, anche sbagliando»
«Non deve essere un esercito tutto uguale. Ci saranno errori, prove che forse non funzioneranno, ma è così che siamo. Da Loewe ci ho messo 11 anni», racconta lo stilista nel backstage del nuovo show. Che sul set disegnato da Luca Guadagnino e Stefano Baisi proietta un film di Adam Curtis. E nella collezione mixa giacche Bar riportate alla lunghezza originale con denim, tanta maglia e l’omaggio a un colletto di Saint Laurent acquistato in asta
«Non si tratta di creare cloni, ma di rendere Dior accessibile a più tipi di persone». Jonathan Anderson esordisce così, pochi minuti prima di mandare in scena la sua prima collezione per la maison francese. E per affrontare l’«elefante nella stanza», come lo chiama lui, ha scelto un set teatrale disegnato da Luca Guadagnino e Stefano Baisi. Una piramide al centro dello spazio su cui scorrono per cinque minuti le immagini di un film realizzato dal documentarista Adam Curtis. «È uno dei miei eroi», racconta lo stilista, «il suo HyperNormalisation ha cambiato il mio modo di leggere la società. Volevo che il pubblico entrasse subito nella mia testa».
Dopo il video, la piramide crolla in una scatola da scarpe che si chiude, e la sfilata si apre con un abito leggerissimo di seta plissettata a mano, due pezzi legati da nodi sottili. È il primo passo di un percorso che Anderson descrive come «un viaggio lungo, fatto anche di errori». In passerella convivono fiaba e sartoria. La giacca Bar riportata alla lunghezza originale, gonne che si aprono e si muovono, un lavoro sul «duro e morbido» tra cashmere e twill di seta, denim e jersey costruiti come couture. «La moda deve anche essere divertente, non solo intimidatoria», sottolinea.
Non mancano gli omaggi personali: un colletto radicale di Saint Laurent acquistato all’asta e capovolto come un cappello Bar, il riferimento alla pittrice gallese Gwen John, le ortensie trasformate in astrazione maschile, fino alla rilettura micro del celebre abito Juno. «Dior è un marchio gigantesco», osserva, «ma anche un immaginario che appartiene a tutti. Non posso controllare ciò che la gente si aspetta, posso solo cercare di dare un senso alla couture nel futuro».
Lei parla spesso del sogno di Christian Dior per tutti. Come lo ha immaginato nel suo debutto?
In un certo senso, il video che avete visto rappresenta la mia mente. Dior è un marchio enorme, ma anche il suo immaginario è gigantesco. Significa qualcosa per tantissime persone: film, documentari, libri… È sempre presente, anche sul tavolino da caffè. C’è un peso quasi cinematografico. Dior ha lavorato con Hitchcock, con Marlene Dietrich. C’è un desiderio di teatralità e travestimento. Nei prossimi tempi giocheremo con questa tensione. Ma non succederà tutto subito. Ci vorrà tempo per capire dove può andare Dior.
Qual è stata per Lei la sfida più grande in questo nuovo ruolo?
Non sono un designer contrarian. Quando si è in una stanza con persone che lavorano nell’haute couture da anni, è intimidatorio. Se mi chiedono che tela usare o che rinforzo, non sempre so rispondere. Se fosse pelle, sì. Ma è un apprendimento incredibile. Qualcuno qui mi ha detto: «Più ama questo marchio, più lui La lascia entrare». È vero: bisogna accettarne difetti e punti di forza. Ogni giorno scopro un nuovo atelier. Ho appena scoperto che abbiamo persino un reparto cappelli.
E come vive questo confronto quotidiano con gli atelier?
Non avrei mai immaginato, quando ho iniziato, di trovarmi qui. Ma ogni giorno imparo. Dior è una maison di couture, io vengo da una maison di pelletteria. Porto la mia esperienza, ricevo la loro. È uno sforzo di squadra: io sono solo il frontman. Sto cercando di srotolare la storia lentamente. L’inizio è duro, ma la moda deve anche essere divertente. Ci deve essere ironia, leggerezza.
Lei è noto per lo storytelling, i social, l’immagine. Come li modulerà ora, partendo dall’esperienza di Loewe?
Questa è un’altra storia, un’altra maison. Abbiamo appena iniziato, ma cercheremo un nuovo linguaggio visivo. Potrà spaziare dalla principessa a chi non lo è affatto. Non voglio creare una zona di cloni, non deve essere un esercito tutto uguale. Ci saranno errori, prove che forse non funzioneranno, ma è così che siamo. A Loewe ho passato undici anni a cambiare la percezione della pelle. Qui sarà un percorso per immaginare cosa potrebbe essere la couture del futuro. Quando hai migliaia di persone che lavorano insieme, è come virare una nave di 45 gradi. Ci vuole tempo, ma poi parte.
Ha già lavorato sull’immagine della maison?
Abbiamo iniziato. Abbiamo scattato con David Sims. Ho scelto un edificio che considero un capolavoro del modernismo francese. Era la casa dell’amante di un re. Mi piace giocare con queste contraddizioni: la Francia è una repubblica e porta tensioni interne. Dior stesso era forte ma fragile. Chiunque entri qui non può ignorarlo: è ciò che ancora lega quella parola che vediamo su cartelloni, riviste, film.
Ha mai avuto paura?
Sì. Stamattina mi sono svegliato con la faccia immersa in un secchio di ghiaccio.
È riuscito a dormire la notte prima della sfilata?
Sì, ho dormito. Non è il marchio in sé, è l’idea che le persone hanno del marchio. È l’aspettativa. Oggi la domanda sarà: ho distrutto Dior oppure no? Ha funzionato o no? La pressione è forte, più dalla massa che dai media. La gente vuole qualcosa, ma non sa bene cosa. E allora la moda diventa un perfetto luogo di sfogo. È eccessiva, ma lo è sempre stata. Negli anni Venti, dopo la guerra. E anche oggi. Per questo cerco sempre un momento per divertirmi. Se non c’è divertimento, non vale la pena farlo. La moda è creatività condivisa: lo spettatore, il fotografo, chi realizza l’immagine. Tutti ne fanno parte. (riproduzione riservata)