Un «nuovo mondo» sta prendendo forma, secondo Union Bancaire Privée. In un momento storico in cui l’Europa deve affermare la propria rilevanza internazionale, gli investitori vedono la difesa del Vecchio continente come un asset da non sottovalutare.
«Il cammino futuro dell’Europa è meno chiaro, soprattutto perché non ha scelto definitivamente una parte tra i due blocchi di Cina e Stati Uniti», spiega a Milano Finanza Norman Villamin, group chief strategist di Ubp.
Nel report «La fine dello status quo: l’accelerazione verso un nuovo ordine mondiale» pubblicato dall’istituto svizzero a giugno, viene descritto un ordine multipolare dominato da due nuovi centri di gravità principali: uno imperniato sugli Stati Uniti e uno che vede la Cina come baricentro. Il «terzo polo» costituito da Canada, Paesi nordici e Unione Europea, rappresenta invece una coalizione ancora embrionale e dalla vitalità incerta. Perciò, quando si guarda all’Europa per opportunità di investimento «vogliamo concentrarci sui settori in cui sappiamo che le nazioni europee saranno strutturalmente costrette a impiegare capitali».
Una di queste aeree è la difesa. Come spiega Villamin, per anni i conflitti hanno spostato l’attenzione di Washington lontano dall’Europa. E tuttavia, «a seguito di recenti incontri diplomatici come il vertice del G7, gli Usa hanno implicitamente segnalato ai leader europei l'intenzione di spostare alcune truppe, navi e aerei dall’Europa all’Asia, il che significa che l’Europa dovrà assumersi una maggiore responsabilità nelle operazioni della Nato». Il cambiamento è epocale e «funge da catalizzatore per accelerare tale spesa». L’Europa non ha alternative, visto che Bruxelles «ha sottofinanziato la difesa per decenni e rimettere in moto quel meccanismo è intrinsecamente difficile».
Un esempio è quanto successo all’inizio del mandato del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nella primavera del 2025 il leader della Cdu ha promosso l’approvazione di un cospicuo piano di investimenti da 1.000 miliardi di euro, a debito, concentrato su difesa e infrastrutture. In quel frangente, spiega Villamin, «gli investitori internazionali si entusiasmarono molto. Le azioni tedesche e i titoli della difesa rimbalzarono sulle aspettative di un massiccio stimolo interno». Ma, dopo sei mesi, «parlando con le società industriali tedesche dei loro portafogli ordini, la realtà era che gli ordini effettivi si muovevano con incredibile lentezza. Gli investitori internazionali hanno quindi considerato più attraenti le opportunità tecnologiche e quelle legate all’AI negli Stati Uniti».
Ma c’è una buona notizia, aggiunge l’esperto dell’istituto ginevrino, e cioè che «l’Europa possiede le capacità tecnologiche e industriali necessarie per sostituire una parte significativa di ciò che tradizionalmente fornivano gli americani. Che si tratti di jet da combattimento (tramite le aziende svedesi o il consorzio Eurofighter) o di fregate navali, la capacità esiste a livello nazionale».
L’ostacolo principale è la mobilitazione a scala, visto che «i francesi preferiscono ordinare da aziende francesi, i tedeschi da aziende tedesche e gli italiani da aziende italiane». Per avere successo serve «superare questo nazionalismo e condividere la produzione in base a chi produce meglio cosa». La recente volatilità vista con aziende come Rheinmetall, crollata in Borsa del 19% dopo che Berlino ha annullato il programma per la costruzione di fregate navali del valore di circa 12,8 miliardi di euro, «riflette il fatto che i grandi investitori stanno diventando leggermente impazienti nei confronti della lentezza con cui si superano questi ostacoli».
Ciò detto, prosegue Villamin, il cambiamento strutturale sta avvenendo: «Bruxelles ha già mostrato segni di allentamento delle regole sul deficit fiscale, specificamente per consentire agli stati membri la flessibilità di finanziare le infrastrutture di difesa». Si tratta di cambiamenti politici che «creeranno in ultima analisi lo spazio fiscale necessario per rendere possibile una spesa sostenuta in questo comparto».
In questo senso, risalendo lungo la catena del valore, la vera certezza per il Vecchio continente rimane dunque il settore bancario. Le banche «stanno beneficiando enormemente del contesto dei tassi; pagano pochissimo sui depositi al dettaglio e possono investire in titoli di stato italiani o tedeschi quella liquidità incassata, incamerando rendimenti attrattivi. Oggi stanno realizzando margini significativi e, quando la domanda di prestiti alla fine riprenderà, guadagneranno ancora di più». (riproduzione riservata)