Per mesi il settore farmaceutico statunitense ha seguito la linea dell’amministrazione Trump nel tentativo di riportare produzione e investimenti entro i confini americani, ma negli ultimi tempi le grandi aziende del farmaco hanno imboccato una strada parallela e sorprendente: quella che porta dritta in Cina.
A dispetto delle tensioni commerciali fra Washington e Pechino, i colossi del pharma statunitense stanno siglando accordi record con aziende biotech cinesi per accedere a farmaci sperimentali contro il cancro. In totale, si parla di circa 25 miliardi di dollari tra pagamenti iniziali e traguardi futuri.
Questi accordi, che potrebbero tradursi un giorno in nuove terapie per i pazienti, comportano anche un rischio rilevante: i capitali che tradizionalmente alimentano la pipeline biotech americana potrebbero ora fluire verso startup con sede a Shanghai invece che a Cambridge, nel Massachusetts.
Tutto è cominciato con i risultati positivi ottenuti da Summit Therapeutics, azienda biotech americana, su un farmaco immunoterapico anti-cancro sviluppato dalla cinese Akeso. In uno studio clinico, il farmaco ha superato in efficacia Keytruda di Merck, uno dei prodotti oncologici più venduti al mondo. Da lì, è partita la corsa al contropiede.
A novembre scorso, Merck ha acquisito da una biotech cinese i diritti su un farmaco concorrente, sborsando 500 milioni di dollari in anticipo e impegnandosi per altri 2,7 miliardi al raggiungimento di determinati risultati.
Ma i veri colpi sono arrivati a maggio. Pfizer ha firmato un accordo con la cinese 3SBio, investendo 1,3 miliardi di dollari iniziali e promettendone altri miliardi in futuro, oltre a un investimento azionario di 100 milioni. La settimana seguente, Bristol Myers Squibb ha annunciato un investimento da 3,5 miliardi in tre anni per ottenere metà dei diritti su un farmaco simile sviluppato dalla cinese Biotheus, acquisita dalla tedesca BioNTech.
Secondo gli esperti, si tratta di cifre senza precedenti per farmaci ancora lontani dall’approvazione. «Queste aziende stanno allocando capitali significativi», afferma Craig Garthwaite, docente alla Kellogg School of Management della Northwestern University. «È una dimostrazione della validità scientifica delle loro scoperte».
Intanto, le multinazionali americane cercano di rimanere nelle grazie della Casa Bianca annunciando maxi-investimenti sul suolo statunitense. Solo quest’anno, Eli Lilly, Johnson & Johnson, Bristol Myers e altri hanno promesso decine di miliardi per nuovi impianti di produzione e ricerca.
Ma a Washington cresce la preoccupazione. Il Biosecure Act, ancora fermo al Congresso, punta a limitare la produzione farmaceutica complessa in Cina. Un recente rapporto commissionato dal Congresso ha chiesto «azioni rapide» per competere con l’ecosistema biotech cinese.
Fino a poco tempo fa, le biotech cinesi erano viste come fonti di versioni economiche di farmaci già noti. Ora, però, stanno guidando un’innovazione che nessuno può ignorare. Il farmaco di Summit, che ha acceso l’interesse del settore, è un anticorpo bispecifico PD-1/VEGF, che combina due approcci consolidati contro il cancro. Se in Occidente queste combinazioni erano solo sperimentali, in Cina si è arrivati a test sull’uomo.
«Le sperimentazioni cliniche iniziali costano meno e sono più rapide in Cina», osserva Li Watsek, analista di Cantor Fitzgerald. Mentre le biotech Usa sviluppano uno o due farmaci per volta, le equivalenti cinesi possono portarne in fase clinica anche una dozzina contemporaneamente.
E mentre la Cina accelera, il settore biotech americano fatica: tra calo delle valutazioni, carenza di capitali e difficoltà strutturali, l’indice SPDR S&P Biotech (XBI) ha perso l’11,5% nell’ultimo anno, contro un +11,7% dell’S&P 500.
Un’ulteriore sfida, secondo Watsek, è la mancanza di trasparenza: «Molte biotech cinesi hanno asset promettenti, ma è quasi impossibile tracciarli. Ci sono molecole in sviluppo di cui non si sa nulla».
Lo scenario futuro potrebbe diventare ancora più complesso. «A un certo punto, la Cina raggiungerà una velocità di crociera tale da diventare un concorrente molto pericoloso», avverte Joseph Grogan, ex funzionario della Casa Bianca sotto Trump. «Se riusciranno a replicare il nostro ecosistema, tra aziende private, ricerca, sostegno pubblico e un solido impianto normativo, sarà un problema serio per noi». (riproduzione riservata)
