
Il 15 maggio 2024 il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha firmato il "Prohibiting russian uranium imports act", legge che vieta l'importazione di uranio dalla Russia e che potrebbe avere un impatto significativo sui mercati. Il divieto ha inizialmente fatto temere problemi di approvvigionamento per le centrali Usa e, in generale, un aumento dei prezzi del combustibile nucleare utilizzato per la produzione di energia.
La Russia infatti esporta un valore di circa 2 miliardi di dollari all'anno di uranio arricchito, rappresentando il maggiore player del settore a livello mondiale attraverso lente statale Rosatom. Per il Dipartimento dell'Energia Usa circa il 25% dell'uranio utilizzato in oltre 90 centrali statunitense era di orgine russa.
Tuttavia, il temuto di un aumento indiscriminato del prezzo dell'uranio o la sua carenza, con conseguenze complesse per la rete elettrica Usa, non sembrano essersi manifestati. Mentre la situazione, secondo Roberta Caselli, commodities investment strategist di Global X, potrebbe essere un'opportunità per chi investe su questo tipo di materie prime.
"Il rischio dell'embargo di Washington e la potenziale ritorsione di Mosca sono state mitigate dalla flessibilità e dalle varie deroghe previste dalla legislazione", spiega Caselli. Non solo, ma alcuni elementi strutturali del commercio internazionale dell'uranio rendono incerte le prospettive più rischiose.
Se è vero che "le restrizioni alle importazioni degli Stati Uniti potrebbero esacerbare la situazione, mettendo a rischio la stabilità del mercato", è vero altresì che le prospettive di un aumento dei prezzi spingono le società minerarie ad avviare nuovi progetti di estrazione e lavorazione del metallo radioattivo.
Inoltre - spiega ancora Caselli - "il mercato globale dell'uranio è caratterizzato dalla sua illiquidità, ed è in gran parte influenzato da contratti a lungo termine. Questi contratti, nonostante alcuni presentino meccanismi di aggiustamento al prezzo spot, forniscono un cuscinetto contro la volatilità dei prezzi".
Per esempio, nel primo trimestre dell'anno il prezzo dell'uranio arrichito realizzato dal colosso canadese Cameco è stato di 57,57 dollari per libbra, "significativamente inferiore al prezzo spot attuale". Ciò significa che, in linea generale, il prezzo attuale è ancora vincolato a contratti precedenti ma che in futuro potrebbe prendere atto dell'embargo Usa e adeguarsi di conseguenza.
Come parte della strategia statunitense per compensare le importazioni russe bloccate, tenere i prezzi sotto controllo e, a livello strategico, sostituire la Russia con fornitori-partner maggiormente affidabili, il governo Usa ha stanziato 2,72 miliardi di dollari per incrementare la produzione interna, mentre - afferma ancora Caselli - "si prevede che le aziende minerarie aumenteranno la produzione globale di uranio del 24% entro il 2028. Dalle indicazioni che arrivano dalle varie aziende, le imprese minerarie canadesi, statunitensi e australiane saranno probabilmente le principali artefici di questo aumento".
Infine, conclude l'analista di Global X, un possibile elemento di squilibrio decennale del mercato potrebbe essere la necessità da parte dei grandi consumatori di energia nucleare, come India e Cina, di rimpinguare le scorte di uranio, sia a causa del consumo di questi anni sia per le previsioni di costruzione di nuove e più potenti centrali.