La priorità è formare competenze critiche per guidare la transizione
L’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento da integrare nelle università o nella Pubblica amministrazione. Secondo Andrea Stazi, docente dell’Università San Raffaele di Roma e direttore del Centro interuniversitario LeitAi, la questione riguarda soprattutto il modo in cui istituzioni, docenti e cittadini intendono governare il rapporto tra capacità umane e automazione. Nei suoi lavori sull’«intelligenza ibrida» e sulla governance pubblica dell’IA, il punto centrale resta il controllo umano: evitare che studenti, amministrazioni e sistemi educativi delegano alle macchine processi cognitivi e decisionali che richiedono responsabilità critica.
Professore, cosa significa oggi «intelligenza ibrida» per un’università italiana?
Significa superare la competizione tra uomo e macchina per concentrarsi sul loro potenziamento sinergico. Non basta più formare studenti soltanto su competenze tecniche o soft skills: bisogna sviluppare quelle che l’Ocse definisce «competenze ibride Uomo-IA». Nel contesto italiano il tema è urgente, perché esiste un forte disallineamento tra istruzione e mercato del lavoro, assieme a una carenza strutturale di specialisti Ict. L’università deve ripensare i curricula per formare professionisti capaci di governare la transizione tecnologica, non di competere con l’IA sul terreno della pura efficienza procedurale.
Nel suo paper richiama il «miraggio della falsa maestria» descritto dall’Ocse: è un fenomeno già visibile?
Sì. Gli strumenti di IA generativa sono ormai diffusi nelle università e migliorano la performance immediata degli studenti. Ma gli studi mostrano che, quando l’accesso all’IA viene rimosso, le prestazioni peggiorano. È il segnale di una competenza apparente costruita sulla delega cognitiva.
Come si evita che l’IA diventi una scorciatoia del pensiero?
Serve cambiare approccio didattico. Bisogna sviluppare consapevolezza metacognitiva, insegnando agli studenti quando usare l’IA e quando invece è necessario il proprio sforzo cognitivo. Poi occorre allenare il giudizio valutativo, cioè la capacità di verificare criticamente gli output generati dalla macchina. L’università non deve limitarsi a insegnare il funzionamento tecnico dei prompt, ma deve insegnare a interrogare la macchina.
Nel suo lavoro compare il concetto di «Slow AI»: che cosa significa?
La «Slow AI», elaborata da Ronald Beghetto, si oppone alla «Fast AI», cioè all’uso della macchina per ottenere risposte immediate. Università e ricerca dovrebbero usare l’IA come un interlocutore critico con cui mettere in discussione le proprie tesi e raffinare il pensiero. L’obiettivo non deve essere accelerare i processi, ma sviluppare capacità critiche.
Nei suoi documenti insiste molto sul principio «human-in-the-loop»: quanto è importante mantenere il controllo umano?
È fondamentale. L’IA lavora su pattern statistici e può produrre distorsioni o «allucinazioni». L’approccio «human-in-the-loop», raccomandato anche dall’Unesco, serve a proteggere la capacità delle persone di prendere decisioni autonome. Nella didattica e nella Pubblica amministrazione significa evitare che l’intelligenza artificiale venga accettata come un oracolo.
Nel position paper LeitAi affrontate anche il tema della sovranità digitale: quanto pesa oggi il rischio di dipendenza dai grandi operatori privati?
È un rischio strutturale. Se ci limitiamo a utilizzare modelli commerciali generici, la dipendenza tecnologica diventa inevitabile. Per questo servono infrastrutture epistemiche dedicate, come gli «EdGpt», modelli addestrati su dati educativi specifici e allineati ai curricula. Le università dovrebbero collaborare per costruire modelli basati su dati accademici italiani affidabili.
Da dove dovrebbe partire l’Italia nei prossimi anni?
Dall’integrazione tra infrastrutture, governance e cultura critica. Servono reti di università-laboratorio, formazione dei docenti e modelli di «Teacher-AI Teaming» nei quali l’insegnante mantenga il controllo. Ma la priorità resta la costruzione di una «intelligenza ibrida critica», altrimenti rischiamo di formare esecutori passivi di tecnologie che non comprendono». (riproduzione riservata)