Un'aliquota fiscale inferiore ha contribuito nel 2025 ad allungare il trend di crescita degli utili delle banche italiane anche dopo la normalizzazione del tasso d'interesse applicato dalla Banca centrale europea. È quanto rileva il Centro studi di Unimpresa e il vicepresidente dell'associazione Giuseppe Spadafora sostiene che sia giusto che gli istituti di credito contribuiscano a finanziare le priorità del Paese. «Il governo ha adottato un approccio equilibrato e responsabile nei confronti del settore bancario. Di fronte a utili molto elevati, soprattutto negli anni caratterizzati dall'aumento dei tassi d'interesse, l'esecutivo di Giorgia Meloni è intervenuto con misure mirate che hanno consentito di rafforzare il contributo delle banche ai conti pubblici senza compromettere la solidità patrimoniale degli istituti e la loro capacità di finanziare famiglie e imprese», commenta Spadafora. «È una linea che giudichiamo corretta e coerente. Il contributo chiesto dal governo al settore bancario è più che giustificato. Negli ultimi otto anni le banche hanno accumulato oltre 209 miliardi di utili netti, versando al fisco 43 miliardi di euro, con un tax rate medio del 20,5%. Si tratta di un livello di imposizione significativamente inferiore rispetto a quello sostenuto da gran parte delle imprese italiane, in particolare dalle piccole e medie aziende che rappresentano l'ossatura del sistema produttivo nazionale. Per questo riteniamo corretto che una quota dei profitti straordinari realizzati negli anni della crescita dei tassi d'interesse contribuisca al finanziamento delle priorità del Paese e al sostegno dell'economia reale. Resta naturalmente aperto il tema di una maggiore equità complessiva del sistema fiscale. Le piccole e medie imprese continuano a sopportare un carico tributario molto elevato e su questo fronte occorre fare di più».
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini è tornato proprio ieri sul tema degli extraprofitti delle banche in occasione della visita al cantiere della stazione Pigneto a Roma. «Noi come Lega chiederemo, e sono convinto che l'intera maggioranza ci accompagnerà, un contributo triennale alle prime dieci banche italiane», ha dichiarato il ministro. «Ho visto le semestrali delle due più grandi banche italiane che hanno fatto utili per quasi 12 miliardi nel primo semestre, vuol dire che solo due banche fanno utili per più di 24 miliardi nell'anno. Diciamo che - ha concluso Salvini - in quella differenza tra quello che la banca dà e quello che la banca chiede, uno spazio per chiedere un contributo c'è. Poi su come utilizzarli c'è il tema della sicurezza. Noi vorremmo, come Lega, raddoppiare i militari di Strade Sicure. Con 2 miliardi ci fai parecchio».
Nell'agosto 2023 il governo Meloni aveva annunciato una tassa straordinaria del 40% sugli extraprofitti bancari, inizialmente con un gettito atteso nell'ordine di 2,5-3 miliardi. La proposta è stata poi profondamente modificata, introducendo un tetto allo 0,1% dell'attivo e la possibilità per le banche di non pagare l'imposta, destinando a una riserva non distribuibile un importo pari a 2,5 volte. Nel 2026 il governo ha consentito alle banche di svincolare quelle riserve pagando al Fisco un'imposta sostitutiva che ha portato al fisco circa 1,8 miliardi di euro. Un secondo contributo è stato incluso nell'ultima legge di bilancio: l'accordo raggiunto a ottobre prevedeva circa 11 miliardi in tre anni per banche e assicurazioni, di cui 4,4 miliardi nel solo 2026. Quello che propone Salvini, un ulteriore contributo del 5% sugli utili da applicare alle prime dieci banche, si aggiungerebbe a quanto già accordato.
Diverso il punto di vista degli attori del settore bancario: sempre a ottobre, il presidente dell'Abi Antonio Patuelli sottolineava la necessità di «non confondere i ricavi lordi con utili netti già tassati», oltre al fatto che «nel linguaggio costituzionale e di diritto privato e pubblico italiano non esiste il concetto giuridico di extraprofitti». Per quanto riguarda il contributo versato al fisco, Patuelli sottolineava che «la tassazione sui redditi lordi bancari supera il 50%, considerato l'insieme delle imposte dirette e indirette».
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati statistici della Banca d'Italia, nel 2025 il settore bancario italiano ha registrato un utile netto di 47,5 miliardi di euro, il risultato più elevato dell'intero periodo analizzato, a fronte di ricavi sostanzialmente stabili a 110,2 miliardi. Le imposte versate si sono attestate a 9,1 miliardi, con un tax rate del 19,2%, in calo dal 24,2% del 2024 e dal 20,1% del 2023. Il calo del margine di interesse - sceso a 59,9 miliardi dai 64,4 del 2024 per effetto dei tagli ai tassi Bce - non ha intaccato la redditività complessiva, sostenuta dal contenimento dei costi operativi a 57,8 miliardi.
Il quinquennio 2021-2025, prosegue il Centro studi di Unimpresa, rappresenta il periodo più redditizio nella storia recente del sistema bancario italiano. In questi cinque anni gli istituti di credito hanno accumulato utili netti per 176,5 miliardi di euro. Le imposte versate al fisco sono state pari a 35,1 miliardi, con un'incidenza media sugli utili del 19,9%. (riproduzione riservata)