Generalmente gli investitori non fanno il tifo per un crollo delle azioni, ma alcuni ritengono ora che un periodo di discesa potrebbe essere salutare. Anche molti analisti temono che il rally post-elettorale, che ha spinto l’indice S&P 500 a un rialzo di circa il 10%, abbia allontanato i prezzi delle azioni dai fondamentali sottostanti che tendono a guidare i guadagni nel tempo, quali i tassi di interesse e gli utili societari. Quel che serve ora, secondo alcuni, è una correzione del 10% dai massimi degli indici del 1° marzo. Un calo di queste dimensioni reprimerebbe la speculazione e procurerebbe opportunità di acquisto per chi è ancora a bordo campo. Tali flessioni assolvono una funzione importante in un ciclo di mercato sano. Al contrario, lunghi periodi privi di correzioni possono portare a una negoziazione indisciplinata e concludersi con più ampi e distruttivi crolli. «È come un intervento ai denti», ha semplificato Michael Farr, presidente della società di gestione Farr, Miller & Washington, «hai paura, non vuoi farlo ma sei contento quando è finita e ti senti meglio».
Venerdì scorso il Dow Jones Industrial Average è sceso di 59,86 punti a quota 20.596,72 e la scorsa settimana ha perso 317,90 punti, la peggiore flessione da settembre. L’indice blue-chip è stato in territorio negativo nove giornate su dieci e si attesta il 2,5% sotto il record del 1° marzo. Nonostante i prezzi delle azioni siano triplicati, si sono verificate appena quattro correzioni durante gli otto anni di mercato toro. Stando a WSJ Market Data Group, in base ai dati rilevati da fine anni ’80 mediamente le correzioni di mercato si presentano una volta all’anno. Gli indici azionari hanno montato la cavalcata verso l’alto da quando i timori per una recessione hanno stimolato l’ultima correzione nei primi mesi del 2016, rimbalzando rapidamente con l’avvento di eventi che hanno cambiato il mondo, come il voto a favore della Brexit e l’elezione degli Stati Uniti. Per quanto gran parte del rally rifletta un’evoluzione delle prospettive economiche globali, che appaiono più sane di quanto non lo siano state in parecchi anni, alcuni analisti temono che il rialzo nel mercato azionario seguito alle presidenziali abbia lasciato indietro la crescita degli utili aziendali. Il che sta assumendo note più preoccupanti dal momento che i tassi di interesse degli Stati Uniti sono in aumento, moltiplicando l’attrattiva di altri investimenti. Per il primo trimestre del 2017 gli analisti prevedono una crescita del 9,1% negli utili delle società dello S&P 500 rispetto all’anno precedente (dati FactSet), una revisione al ribasso della stima del 31 dicembre pari al 12,5%. La scorsa settimana le società dello S&P 500 hanno trattato a una media di 21,5 volte gli utili degli ultimi 12 mesi, dinanzi alla media a 10 anni di 16,5 volte (dati FactSet). Da un’indagine di marzo condotta da Bank of America Merrill Lynch emerge che secondo il 34% dei gestori l’azionario è sopravvalutato. Alcuni esperti minimizzano con la scommessa che le priorità dell’amministrazione Trump, tra cui le riduzioni fiscali, la deregolamentazione e l’aumento della spesa per le infrastrutture, nel tempo incrementeranno i profitti delle imprese.
Ma la scorsa settimana la capacità dell’amministrazione di far approvare le politiche business-friendly è stata rimessa in discussione. Quindi il mutamento di condizioni ha contribuito alla perdita dell’1,2% di martedì scorso accusata dallo S&P 500, il più grande calo percentuale da ottobre. Secondo Tom Stringfellow, responsabile degli investimenti per Frost Investment Advisors, se le azioni salgono «perché l’economia va migliorando, allora il rally ha un senso. Se è semplicemente perché qualcuno ha promesso di ridurre la regolamentazione o le tasse, allora penso che sia in arrivo qualche problema se tali speranze e preghiere non saranno perfettamente esaudite». Le correzioni possono anticipare mercati ribassisti, definiti così con una discesa dei titoli del 20% o più, o recessioni, ma molte si esauriscono senza ulteriori conseguenze. Dalla fine degli anni ’80, la metà di loro non ha comportato né un mercato orso né una recessione e sono durate una media di circa 2 mesi e mezzo secondo Strategas. Le azioni hanno ceduto circa il 14% per poi risalire oltre il 16% nei tre mesi successivi. Secondo alcuni investitori i settori che hanno sovraperformato il mercato dall’8 novembre potrebbero essere vulnerabili a ulteriori vendite.
Altri investitori hanno individuato segnali di debolezza al di là del miglioramento dei dati economici. Secondo il Bureau of Labor Statistics, rispetto all’anno precedente il reddito medio settimanale reale è diminuito dello 0,3% nel mese di febbraio. Le quotazioni del petrolio hanno perso circa l’11% in marzo, riecheggiando il calo che ha contribuito a stimolare il selloff di inizio 2016. Prima dell’intervento di questo mese, secondo la ricerca di Ubs, la Federal Reserve aveva alzato i tassi di interesse cinque volte dal 1987 e in trimestri in cui la crescita del pil è stata dell’1,2% o inferiore. Dopo ognuno dei cinque episodi, le azioni sono scese tra il 3% e il 12% nei successivi tre mesi. L’euforia che ha accompagnato l’elezione di Trump ha mostrato segni di deterioramento. Gli investitori stanno uscendo dai titoli azionari per spostarsi verso i beni rifugio. Fino a mercoledì i fondi obbligazionari hanno registrato afflussi per 7,8 miliardi di dollari nel corso di sette giorni, mentre l’oro ha raccolto il massimo degli afflussi in cinque settimane. Mercoledì scorso i fondi azionari statunitensi hanno pubblicato i maggiori deflussi in 38 settimane, e gli investitori hanno ritirato 8,9 miliardi di dollari in sette giorni. «Una correzione in cui i titoli costosi con fondamentali in peggioramento arretrano e quelli caratterizzati da un miglioramento resistono o sovraperfomano è una correzione sana», ha affermato Michael Scanlon, portfolio manager di John Hancock Asset Management. Tuttavia, i segni di un sostegno a lungo termine per l’equity rimangono. I gestori continuano a tenere livelli elevati di liquidità, che possono essere mobilitati nel corso di qualsiasi tonfo. A sentire Bank of America Merrill Lynch gli investitori stanno tenendo il 4,8% dei loro portafogli in contanti, in calo da febbraio ma oltre la media di 10 anni del 4,5%. «Le sgr non sono eccessivamente esposte ai mercati azionari, così qualsiasi genere di pullback sarà un’occasione di acquisto», ha spiegato John Brady, managing director di R.J. O’Brien & Associates.
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