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Trump pronto a colpire l'Iran: corre il greggio. Giù i chip prima dei conti di big tech

Tech e petrolio frenano le borse

MF - Numero 148 pag. 6 del 30/07/2026

Milano in calo (-0,5%) nonostante Eni (+7,1%). Oro sotto 4 mila dollari La Fed di Warsh tiene i tassi fermi

Tutti gli occhi erano puntati sulla Fed. Perché anche se il mercato scommetteva su una nuova pausa, le possibilità di un rialzo dei tassi erano sopra il 30%, livello d'indecisione insolito. Alla fine la banca centrale americana ha tenuto i Fed Fund fermi al 3,5-3,75%. E lo ha fatto nel giorno in cui il prezzo del petrolio è tornato a salire prepotentemente, con il Brent di nuovo vicino ai 90 dollari al barile (+7%) a risvegliare i timori sull'inflazione. Ancora una volta è stato Donald Trump a infiammare il greggio. Il presidente americano vuole colpire duramente l'Iran per rispondere al tentato attacco a sorpresa contro le forze Usa in Medio Oriente, intercettato con successo.

Washington e Teheran non sembrano intenzionate a sotterrare l'ascia di guerra presto. La situazione di tensione rischia di tenere i prezzi dell'energia alti a lungo. Anche per questo motivo gli investitori attendevano con ansia le parole del presidente Kevin Warsh, in cerca di indizi sulle prossime mosse della Fed. Il successore di Jerome Powell ha parlato dopo che questo giornale è andato in stampa, ma finora ha sempre messo la lotta all'inflazione al centro. Ecco perché i mercati si aspettano due rialzi dei tassi in America entro dicembre. Il quadro comunque sarà più chiaro oggi dopo i dati su inflazione pce di giugno e pil del secondo trimestre.

Attesa per la Fed, tensioni in Medio Oriente e nuovo scatto del petrolio hanno tenuto le borse in scacco per tutta la giornata. Ieri i listini europei hanno affrontato una seduta debole, tranne Londra (+0,4%) che ha quasi toccato un nuovo record vicino a 11 mila punti. Milano invece ha chiuso in rosso (-0,5%) nonostante l'exploit di Eni (+7,1%) legati alla positiva trimestrale. È andata peggio a Wall Street, con cali alle 20:00 intorno all'1% dopo l'ennesima ondata di vendite sul tech.

Tutto è partito di nuovo dall'Asia, dove in mattinata l'indice coreano Kospi, molto esposto ai chip, aveva perso il 6%. Ed è lì vicino, in Cina, che va cercata una delle principali cause della svendita. L'industria dei semiconduttori di Pechino è sempre più avanzata, come dimostrano il debutto da urlo di Cxmt in borsa dei giorni scorsi e le indiscrezioni sulla produzione di macchinari sofisticati per disegnare i chip, finora prerogativa solo dell'olandese Asml. Segnali, entrambi, della maggiore concorrenza cinese.

Poi c'è il tema degli investimenti circolari, tornato sulla scena dopo i rumor sulla garanzia finanziaria da 250 miliardi concessa da Nvidia a OpenAI per un mega-progetto sui data center. Struttura da rifornire con i prodotti del gigante guidato da Jensen Huang. Terzo fattore, i timori sui ritorni dei maxi-investimenti nell'AI, innescati settimana scorsa dalla trimestrale di Google e ingigantitisi in attesa di quelle di Meta e Microsoft, uscite a borsa chiusa.

Ieri gli investitori attendevano con ansia i conti delle due big tech (e oggi quelli di Apple e Amazon) per capire lo stato di salute del settore dell'AI, i cui multipli sono alle stelle. Per correre ancora in borsa, insomma, ai player del settore non basta convincere, devono stravincere. Non è un caso allora che sia Meta che Microsoft siano lontane dai massimi storici dello scorso anno, con la sola Apple in controtendenza e capace di sottrarre a Nvidia lo scettro di società con la maggiore capitalizzazione al mondo: 5 trilioni.

Anche le attese sulla Fed pesano sull'AI. Per investire nei data center occorre indebitarsi, almeno in parte, ed è più costoso farlo se i tassi salgono. Uno scenario di cui risentono da tempo i titoli di Stato, con rendimenti tornati a crescere e sempre a livelli elevati. Anche l'oro continua a pagare pegno perché non genera rendite e soffre le strette monetarie. Ieri il metallo prezioso è sceso a tratti sotto 4 mila dollari l'oncia, in pieno mercato Orso e ben lontano dai massimi storici a 5.500 dollari di fine gennaio. (riproduzione riservata)



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