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Tamburi: attenzione, l’Aim è un patrimonio nazionale che va tutelato
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Tamburi: attenzione, l’Aim è un patrimonio nazionale che va tutelato

26 luglio 2019, 18:30 Ultimo aggiornamento: 18:53

Intervista esclusiva di Milano Finanza a Giovanni Tamburi, il maggior investitore privato italiano con la Tip e le sue propaggini, come Startip, Tipo e Asset Italia. Il manager interviene sul caso Bio-on/Quintessential e mette in luce le potenzialità del segmento Aim di Borsa Italiana.

“E’ un refrain che sento da qualche giorno: ecco, avete visto Bio On, è la dimostrazione che l’Aim è un listino farlocco. Lo trovo estremamente scorretto e non rispettoso”. Giovanni Tamburi, il maggiore investitore privato italiano con la Tip e le sue propaggini, come Startip, Tipo e Asset Italia, ha investito in start up e in partecipazioni di società quotate all’Aim, e non ha dubbi: anche se le accuse del fondo Quintessential si rivelassero seppur solo parzialmente vere, non bisogna tirare conclusione affrettate e controproducenti su un intero mercato.

Domanda. Conosceva Bio On?

Risposta. Bio On ce l’hanno proposta in tanti, fin dal momento dell’ipo, ma abbiamo detto sempre no per motivi strettamente valutativi: siamo e restiamo convinti che i numeri debbano comunque avere una loro logica e una società che allora fatturava qualche milione non poteva arrivare - secondo noi - a centinaia di milioni di euro, figuriamoci un miliardo di valutazione. Detto questo, imprenditori e finanzieri attentissimi, che stimo e di cui mi fido, erano andati a vedere con i loro occhi gli impianti e interrogato, prima di decidere di investire, le persone che erano nel progetto Bio On e me ne avevano parlato bene. Proprio per questo, qualche dubbio su queste accuse mi rimane, anche se come ho detto, non sono a conoscenza della vicenda.

D. Certo, il paragone fatto dal fondo americano con la Parmalat di Tanzi rischia di fare sconquassi…

R. Penso che, per la capitalizzazione, si sia trattato più di un fenomeno cavalcato da analisti e gestori con troppa disinvoltura, fino a creare un colosso borsistico in termini di valore ma ancora da dimostrare dal punto di vista del modello di business e dei numeri di bilancio. Spesso poi, quando si cresce così in fretta a quelle dimensioni di valore di borsa, vengono a tanti molte tentazioni di cavalcare l’onda. E a arrivare a credere che certi valori fossero meritati. Conosco il fondo Quintessential, che in passato aveva rivelato le magagne di una società greca, Folli Follie, di cui avevo conosciuto l’imprenditore, appunto un greco che non mi sembrava desse grande affidamento. Però un conto è non ritenere adeguata una valutazione, altra cosa è insinuare dubbi sulla correttezza o addirittura ipotizzare imbrogli, di cui prima non avevo mai sentito parlare.

D. Il paragone con il casinò è inevitabile…

R. L’Aim, come ho avuto modo di dire più volte anche attraverso le colonne di MF/Milano Finanza, è il vero fenomeno finanziario italiano degli ultimi trenta anni. Più di cento piccole e medie società, giovani e meno giovani, hanno deciso di aprire il loro capitale all’esterno, di non fare più i consigli di amministrazione in cucina, di dotarsi di spirito di disciplina contabile, di rapportarsi con controllori esterni, di spiegare quali obiettivi perseguire e come raggiungerli… Tutto ciò non va declassato e denigrato per colpa di un eventuale caso negativo, se tale semmai anche si dovesse rivelare. Ciò che va sempre attentamente seguito è il processo di valutazione di queste società. Se Bio On fosse rimasta in un alveo di valutazione sulle decine di milioni o anche fino ai 100 milioni, probabilmente la storia sarebbe stata diversa.  Noi stessi abbiamo di recente investito in una società giovane, Bending Spoons, le cui valutazioni non sono certo basse a ma fronte delle quali esiste un sentiero di crescita che da 40 milioni lo scorso anno sta veramente viaggiando un raddoppio del fatturato, che lavora con colossi come Apple. Ma non l’abbiamo valutata un miliardo ! Insisto: l’AIM è una ricchezza del mercato finanziario italiano che va preservata. Il listino principale è un’altra cosa, certamente, ma 350 erano le società quotate 30 anni fa e più o meno lo stesso numero è quotato ora. E poi in giro per il mondo i mercati alternativi del capitale, come il Nasdaq o l’Aim inglese, certamente hanno conosciuto storie di mele marce, ma non per questo sono stati considerati alla stregua di casinò.



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