Il presidente statunitense Donald Trump ha illustrato all’estero la propria aggressiva agenda economica la scorsa settimana, criticando aspramente la Germania per il «pessimo» disavanzo commerciale, tradotto come «cattivo» da un giornale tedesco. Nonostante al cancelliere tedesco Angela Merkel non sembrasse andare a genio il messaggero, avrebbe comunque dovuto ascoltare il messaggio. Sebbene Trump sia in errore circa molti aspetti nell’ambito del commercio, su questo in particolare ha ragione. L’eccedenza delle partite correnti in Germania, che combina reddito commerciale e da investimenti, è oggi la più ampia al mondo. Insieme alla Cina dà luogo a un pericoloso squilibrio che condanna altri, tra cui gli Stati Uniti e il resto d’Europa, a una situazione ancora peggiore.
Non è solo The Donald a pensarla così. «La critica è corretta. Il surplus commerciale della Germania è eccessivo», afferma Marcel Fratzscher, presidente di Diw Berlin, un importante think tank tedesco. E Mervyn King, ex governatore della Banca d’Inghilterra, si spinge oltre, sostenendo: «Il presidente ha ragione quando individua un problema nel commercio internazionale e nelle relazioni monetarie».
Trump travisa però il problema. Non è, come lamenta spesso, che un deficit commerciale equivalga all’adozione di politiche protezionistiche da parte di un Paese per fare bene a spese di un altro. Il protezionismo può modificarne il modello import-export, ma non l’equilibrio globale. Sono in campo forze economiche più profonde. Un avanzo commerciale implica che un Paese consuma meno di quanto produce e quindi risparmia molto. Un deficit è l’opposto. Il che può essere positivo: un Paese in una fase di crescita del ciclo economico, come gli Stati Uniti, tende a sviluppare un deficit. Un Paese in recessione, o con una popolazione sempre più anziana, tende a costruire un surplus. Tuttavia, la persistenza e l’entità delle eccedenze cinesi e tedesche e dei disavanzi statunitensi lasciano intendere che siano all’opera effettive volontà di natura politica.
Una manifestazione è l’interferenza sui mercati valutari. Come osserva King, un Paese con un’economia debole e un deficit commerciale aspetterebbe che la moneta scenda per incrementare le esportazioni e limitare le importazioni. Ciò non può accadere se i tassi di cambio non possono muoversi, come nel caso di Cina e Germania, anche se per motivi differenti.
L’ex Celeste Impero è stato il più grande attore tra il gruppo di Paesi che dal 2003 al 2013 ha speso più di cinquemila miliardi di dollari per intervenire sui mercati dei cambi al fine di tenere bassa la moneta e rafforzare le eccedenze commerciali, si legge nel nuovo libro di Fred Bergsten e Joseph Gagnon del Peterson Institute for International Economics. Questo ha sottratto la produzione e il lavoro da Paesi in disavanzo come gli Stati Uniti, peggiorando la recessione 2007-2009 e ritardando la conseguente ripresa. I due stimano che conseguentemente l’occupazione a stelle e strisce ne abbia risentito in termini di oltre un milione di posti di lavoro tra il 2009 e il 2014. Il comportamento di Pechino è cambiato negli ultimi anni con la concessione dell’apprezzamento del tasso di cambio e l’intervento dal 2014 per sostenerlo.
Quindi, l’avanzo commerciale si è ridotto. Bergsten e Gagnon suggeriscono un nuovo approccio per impedire al Dragone di ricadere in antichi vizi: quando un Paese acquista dollari per tenere bassa la moneta al fine di creare un vantaggio competitivo, gli Stati Uniti dovrebbero rispondere proporzionalmente acquistando la moneta di quel Paese. Raccomandano inoltre agli Stati Uniti di spingersi oltre la legislazione in vigore, che impone di scoraggiare l’alterazione delle valute nei nuovi patti commerciali, proibendola in via definitiva. Trump potrebbe puntare solo a questo nella rinegoziazione del North American Free Trade Agreement. Dal momento che né Messico né Canada mettono mano alle valute, fungerebbe da modello per i futuri accordi.
La Germania è uno scoglio più duro. Non controlla la moneta dall’adozione dell’euro nel 1999. Tuttavia ha conquistato un vantaggio competitivo rispetto ai vicini dell’unione monetaria. Le riforme nel mercato del lavoro hanno represso i salari interni. Nel 2007 una riduzione delle imposte sui salari, che ha reso più competitivo il lavoro tedesco, è stata finanziata mediante un incremento dell’Iva, che ha esentato le esportazioni. Nelle epoche precedenti queste riforme avrebbero spinto il marco, schiacciando l’eccedenza commerciale di Berlino. All’interno dell’euro, però, l’onere è ricaduto sui vicini, compresa la Francia, che per competere hanno ridotto i salari e i prezzi interni grazie a una elevata disoccupazione e austerità fiscale. Questo ha mantenuto l’economia dell’intera regione debole, costringendo la Banca centrale europea a contenere i tassi di interesse e quindi l’euro. Il che gonfia l’eccedenza commerciale dell’intera regione rispetto al mondo.
A sentire Fratzscher il problema non è, come sostiene Trump, che la Germania esporta troppo: «Non si può biasimare la Bmw per la vendita di automobili ai consumatori americani». (Anzi, Bmw, Daimler e Volkswagen assemblano i veicoli negli Stati Uniti) «Il problema è che importa troppo poco».
Nel tempo la questione può essere risolta, se il mercato del lavoro farà salire i salari tedeschi, rafforzando la spesa nazionale e le importazioni. Per velocizzare il ribilanciamento, gli outsider invitano il governo tedesco a investire di più, riducendo il risparmio domestico.
Il presidente francese Emmanuel Macron sta premendo per «un’unione fiscale» sotto la quale la Germania effettivamente finanzi parte dei bilanci dei vicini, allentando la morsa dell’austerity nel resto d’Europa. Nulla di allettante per la Merkel o i tedeschi. Secondo King, l’euro potrebbe doversi dissolvere in un’area monetaria forte guidata dalla Germania e in un’area debole che includa la Francia.
Finora i leader americani sono stati eccessivamente legati all’euro per sottolineare questo aspetto. Al contrario Trump, privo di qualsiasi vincolo con lo status quo, può impegnarsi in «un’inesorabile narrazione della verità», come la definisce King. Dopo questa settimana, però, è improbabile che Macron o la Merkel saranno dell’umore giusto per ascoltare.
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