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Nell'ultima edizione della sua analisi settimanale sui mercati, l'analista di eToro Gabriel Debach scrive una frase molto significativa. «Non siamo più di fronte a una semplice questione di direzione dei prezzi: siamo entrati in una fase di deterioramento strutturale dove la volatilità non è più un rumore di fondo, ma il messaggio stesso».
Lo vediamo, tra i tanti segnali, anche dal prezzo dell'oro, che nell'ultima settimana è sceso di oltre il 10%. Un crollo a tutti gli effetti - anche se i valori restano strutturalmente elevati - che mal si addice allo stabilizzatore del portafoglio per antonomasia.
A un anno, calcola JustEtf, la volatilità del più grande Etc sull'oro fisico per investitori europei è superiore al 23%. Più alta di quella del Nasdaq 100.
Chi svolge il ruolo dell'oro nel portafoglio di oggi? Se lo chiede il collega Massimo Brambilla in questo articolo pubblicato nell'ultima edizione del settimanale di MF-Milano Finanza. E la risposta, anche se forse non è quella che in molti si aspetterebbero, è la più banale (e spesso sottovalutata): il vero scudo contro i ribassi del mercato è la diversificazione.
Che significa in soldoni? Avere un portafoglio che sia in grado di "anticipare" ogni movimento del mercato, perché quando un braccio sarà in difficoltà ce ne sarà un altro che controbilancerà le perdite (o, più verosimile, una parte di esse).
Per spiegare il concetto ci torna in aiuto Debach: «Negli Stati Uniti circa il 30% dei titoli è sotto il -10% di performance nell’ultimo mese. In Europa si sfiora il 50%. Quasi un titolo su due in drawdown (differenza tra un punto di massimo e uno di minimo, ndr) a doppia cifra». In altre parole, dietro quella che l'analista definisce «l'illusione degli indici» si nascondono tante storie di aziende quotate che stanno facendo davvero molta difficoltà.
Ma se noi abbiamo comprato l'indice, quello costituirà una sorta di "scudo" contro i ribassi. Perché nell'indice avremo il titolo che sta perdendo il 20% o anche più (qui la collega Elena Dal Maso fa un'analisi sulle società cadute di più a Piazza Affari), ma anche quello che sta salendo del 15-20% o anche più.
Che nella fase di crisi attuale, legata in massima parte al prezzo del petrolio, ha un identikit abbastanza definito: i titoli dell'energia.
La diversificazione si applica essenzialmente in due modi:
Proprio a questo proposito, nell'ultima edizione del settimanale ho passato in rassegna gli Etf del fattore low volatility, pensati appositamente per mettere il portafoglio al riparo dalle oscillazioni estreme del mercato.
Il low volatility è uno dei cinque fattori di investimento validati dal consenso degli accademici e degli economisti. Si tratta di un fattore difensivo, che si adatta alle fasi confuse del ciclo economico, quando i saliscendi sono forti e complessi da gestire.
Stando ai dati di JustEtf, durante le ultime cinque crisi del mercato azionario il low volatility ha permesso di contenere da un minimo del 14% a un massimo del 54% delle perdite durante la fase di correzione più forte delle borse.
Il tutto al costo di rendimenti di medio-lungo periodo più bassi rispetto a un Msci World standard. Dal 2013 a oggi tra un Etf generalista sulle azioni globali e uno fattoriale a bassa volatilità c'è uno scarto di oltre 130 punti percentuali in favore del primo.
E questa è in realtà, dati di lunghissimo periodo alla mano, un'anomalia della fase storica corrente: come tutti i fattori di investimento infatti anche il low volatility dovrebbe essere in grado di giustificare una sovraperformance di lungo periodo rispetto al mercato.
Semplicemente, negli ultimi anni le borse sono state trainate a tal punto dai titoli tecnologici da penalizzare gli indici a bassa volatilità, che per loro natura hanno molta meno tecnologia e molti più settori difensivi come salute, telecomunicazioni, beni di consumo primari ed energia.
Fatte queste premesse, un investimento a bassa volatilità si addice in particolare a due profili di investitori:
Un profilo, quest'ultimo, che in presenza di disponibilità di capitale elevato potrebbe provare anche a diversificare il portafoglio con titoli azionari ad alto dividendo o bond governativi.
D'altronde, commentano gli analisti, questa è una delle possibili spiegazioni della caduta dell'oro degli ultimi giorni. Il lingotto, come noto, non paga dividendi, e quindi quando i prezzi dei bond scendono (e quindi i rendimenti salgono) diventa meno appetibile rispetto a un investimento funzionale alla costruzione di una rendita passiva.
Nella fase attuale una diversificazione con investimenti a distribuzione - se coerente con il proprio obiettivo di investimento e profilo di rischio - può avere senso per alcuni motivi:
Ovviamente, rimane la regola chiave degli investimenti a distribuzione: non sono per tutti. In assenza di un capitale cospicuo, o magari con molti anni ancora avanti a sé per investire, l'accumulazione è sempre più efficiente sia dal punto di vista fiscale che di interesse composto.
Per l'investitore ad accumulazione, la diversificazione andrà quindi fatta tendenzialmente con gli strumenti più semplici. E cioè, torniamo al punto di prima. indici di mercato ampi, da dosare in portafoglio in base ai profili di rischio individuali.
E voi: state diversificando il vostro portafoglio? E se sì, con quali strumenti? Avete usato solo l'oro come protezione? Fatemelo sapere nei commenti alla mail mcapponi@class.it. Ci sentiamo la prossima settimana!