1 La crisi in questi anni ha ridotto al lumicino i nuovi progetti di sviluppo così come il numero di transazioni. Da dove ripartire allora in un mercato che non costruisce e non vende?
Risposta. Il patrimonio immobiliare italiano è immenso e denso di storia. Non serve quindi costruire, ma rigenerare quel che c'è. Proprio il termine indica che non si tratta soltanto di ristrutturare, riqualificare, valorizzare, aspetti cui peraltro abbiamo dedicato ampio spazio nella scorsa edizione di Eire, ma di pensare a soluzioni innovative, di cambiare quindi per poter continuare a crescere. Anzi, in questo senso la crisi può perfino rappresentare un'opportunità di crescita.
2Ma negli ultimi due decenni si è già provveduto alla reinvenzione di ex aree industriali importanti, sparse in tutta Italia...
R. È vero, ma il processo ha riguardato soprattutto le metropoli, mentre molto rimane ancora da fare per recuperare il patrimonio immobiliare industriale dismesso situato nelle città intermedie. Ma soprattutto resta da rivitalizzare l'immenso patrimonio immobiliare di centri storici e borghi, una grande operazione che si intreccia con una serie di altri temi importanti.
3A quali temi si riferisce in particolare?
R. Si parte dall'abitare inteso soprattutto, almeno nei piccoli centri, su come integrare il mondo dei giovani con quelli di adulti e anziani. Importante poi naturalmente è il rilancio del turismo, ambito in cui occorre trovare nuovi modelli per unire arte, cultura, ambiente, antropologia e socialità del Paese. In quest'ottica, indispensabile sarà il ritorno del retail in città, cioè è necessario che almeno l'80% degli spazi commerciali torni a popolare i centri storici. Ma non si tratta di un passo indietro, di semplice ritorno al negozietto. Si può pensare per esempio a società che gestiscano i negozi di un'intera via. Del resto oggi gli spazzi commerciali più ambiti sono proprio quelli delle cosiddette high street. Infine, molti cambiamenti potranno essere generati dai cambiamenti in ambito lavorativo, dove la tecnologia sta portando a profondi cambiamenti nella forma dell'occupazione. Necessario quindi ripensare gli spazi del terziario, in futuro sempre più ristretti e in condivisione.
4 Che cosa occorre per portare avanti questo processo e cosa invece potrebbe ostacolarlo?
R. Abbiamo due grandi sfide davanti. La prima riguarda le imprese immobiliari in senso allargato, ovvero società, fondi, sgr, strutture di servizio e finanziarie. La crisi ha certo messo molti alle corda, ma ora è il momento di ripartire, di trovare il coraggio per tornare a fare sviluppo, per avviare nuovi progetti per creare una dinamica positiva. In sostanza, senza nuovi progetti il real estate italiano non riuscirà di sicuro a ripartire. La seconda riguarda invece la pubblica amministrazione, che per forza di cose sarà protagonista di molti progetti di trasformazione, ma proprio per questo non dovrà irrigidirsi sulle proprie idee, ma aprirsi all'esterno e conquistare agilità, anche dal punto di vista dei tempi di realizzazione. Società pubbliche e private infine dovranno sempre confrontarsi col mercato, per capire cosa gli interessa e non avviare progetti poco concreti. Questa è anche l'unica via per attrarre stabilmente gli investitori internazionali, già riapparsi in Italia ma ancora non abbastanza impegnati in progetti di lungo termine.
5 Quale il ruolo che dovranno rivestire le banche in tutto questo?
R. Naturalmente un ruolo primario e attivo. Purtroppo invece oggi il sistema bancario e finanziario tende a rifuggire dai progetti di sviluppo, al punto che sembra questi non sia più in grado di distinguere tra progetti validi e non. Insomma, non si può pensare al mattone solo pensando alle cartolarizzazioni. È ora di cambiare passo. (riproduzione riservata)