L’allora boutique indipendente Kairos nacque nel 1999 da un’iniziativa imprenditoriale di un team di gestori guidati da Paolo Basilico, con una forte specializzazione verso gli investimenti alternativi. È stata la prima a lanciare in Italia un fondo di fondi hedge. Nel 2013 il passaggio sotto le insegne di Julius Baer dove è rimasta per dieci anni. Un periodo con luci e ombre che ha coinciso nel 2017 con il picco delle masse, a 12 miliardi di euro. Poi una discesa verso i minimi di fine del 2023 a 4,5 miliardi, complice l’incertezza relativa alla ricerca di partner terminata a novembre di quell’anno con l’ingresso in Anima. Si è aperto così un nuovo ciclo, il terzo per la società dopo i dieci anni targati Julius Baer e l’indipendenza dei primi 15 con i manager che l’avevano fondata a Milano.
Al closing con Anima, il 2 maggio 2024, Kairos aveva asset per poco più di 5 miliardi. Meno della metà dei massimi del 2017, quando al timone c’era ancora Basilico. Oggi, a distanza di un anno e mezzo, le masse sono raddoppiate a 10 miliardi (relative a 14 fondi comuni tutti di diritto lussemburghese tranne uno, sul venture capital, che è italiano, poi gestioni patrimoniali, portafogli in consulenza e mandati istituzionali). Anche grazie a una sintonia che è subito scattata tra le due realtà. Come racconta l’ad di Kairos, Alberto Castelli, che in passato aveva avuto modo di conoscere da vicino il nuovo azionista perché è stato ad di Banco Posta Fondi, la sgr delle Poste che proprio ad Anima aveva affidato molte masse in gestione.
Domanda. Come avete ottenuto questo risultato?
Risposta. È un traguardo toccato in tempi più brevi del previsto. I 10 miliardi di asset raggiunti a fine agosto sono frutto, fra l’altro, di una raccolta che da gennaio ha superato 1 miliardo. Questo sia grazie ai canali distributivi esterni che collocano i fondi Kairos, sia attraverso i nostri private banker. E le prospettive sono buone anche da qui a fine anno perché settembre è partito bene. Un risultato buono ma certamente non dato per scontato a fine 2023, quando con 5 miliardi in gestione siamo entrati in Anima. Che dal canto suo ha dato un contributo importante, con 2,5 miliardi di masse relative sia a fondi di fondi, sia attraverso i mandati che il gruppo ci ha dato in gestione, a vocazione soprattutto obbligazionaria high yield. Un’asset class, questa, in cui Kairos è specializzata: il fondo Bond Plus, gestito da Rocco Bove, che investe con un mandato flessibile sul credito europeo, ha superato i 2 miliardi di masse ed è una delle ragioni della nostra crescita recente. Quando sono entrato in Kairos all’inizio del 2021 questo fondo superava a malapena i 400 milioni.
D. Come è strutturata oggi la vostra squadra di gestori?
R. Il team è composto da oltre 20 gestori guidati da Filippo Di Naro. Con Anima, non solo non abbiamo perso talenti, ma abbiamo anche potuto investire rinforzando la struttura con il nuovo responsabile delle gestioni patrimoniali Claudio Barberis, arrivato da Rothschild. Si affianca a Mario Unali, che guida il servizio della consulenza a supporto dei nostri private banker, perché oltre alle gestioni patrimoniali possiamo offrire al cliente un servizio di advisory che gli consente di essere più attivo nelle scelte. Nel 2023 abbiamo chiuso la sede di Londra, poiché dopo Brexit non era più necessario avere un hub nel mercato inglese. Oggi Kairos è presente in Italia, a Milano, Roma e Torino, e in ogni caso una buona parte dei nostri asset è raccolta presso investitori non
italiani. I banker operano nelle tre sedi, i gestori solo a Milano.
D. E la rete?
R. Abbiamo 25 banker che amministrano circa 2,7 miliardi, prevalentemente dipendenti, tutti iscritti all’albo dei consulenti finanziari. L’ingresso in Anima ci ha dato stabilità e ha aiutato molto nelle interlocuzioni con i nostri clienti. È subito emersa grande affinità culturale, anche nel gestire aspetti più problematici. Abbiamo avuto accesso a una serie di opportunità che prima, anche per una questione di dimensioni, ci erano precluse. Anima ci ha dato supporto per aumentare la nostra capacità distributiva – ad esempio aprendoci nuove opportunità attraverso i suoi canali storici di collocamento, tra cui Banco Bpm e Mps – e anche sul fronte della macchina operativa abbiamo messo a fattor comune alcune attività: d’altra parte loro hanno 400 soluzioni, noi 17. Sui processi industriali ha senso fare economie di scala.
D. L’industria del private banking deve affrontare le dinamica demografica che nei prossimi anni vedrà miliardi di euro passare di mano dalle vecchie alle nuove generazioni investitori. Voi come vi ponete?
R. La nostra offerta include anche un fondo di venture capital che, oltre a completare la nostra filiera sull’azionario Italia, che ci vede gestori di un mandato da parte di un importante investitore istituzionale del nord Europa, è anche una strategia che ci aiuta ad avviare un dialogo con le nuove generazioni, interessate a soluzioni che investono in società innovative. Abbiamo inoltre soluzioni di investimento di wealth management dedicate alle next gen e un dialogo aperto con i figli dei nostri clienti. Interagire con gli eredi è una sfida che tutta l’industria ha di fronte.
D. In Italia, come emerge da uno studio di Morningstar, hanno sede i fondi più cari d’Europa. Voi come vi ponete?
R. Il costo è un elemento rilevante nel determinare il rendimento finale per un risparmiatore. È altrettanto vero, però, che ciò che conta è il risultato netto. Un approccio come il nostro, flessibile e con ampia delega da parte dell’investitore, può risultare a volte più costoso sulla carta, ma ha un ritorno atteso più alto rispetto a soluzioni non attive, dove il contributo del gestore è limitato a replicare un indice. Ma non necessariamente questo si traduce un migliore rendimento per il cliente. (riproduzione riservata)