Questo articolo è stato pubblicato su 4 soldi da investire, la newsletter di Marco Capponi per iniziare a investire in modo consapevole. Per riceverla basta iscriversi da qui.
Il dato è tratto: mercoledì scorso, in occasione del Salone del Risparmio di Milano, abbiamo alzato il velo sul nuovo progetto a cui stavo lavorando ormai da mesi. Il libro di Quattro soldi da investire (che potete acquistare qui). Un volume per imparare a costruire il primo portafoglio di investimento in modo consapevole e che ripercorre le tappe del percorso che stiamo facendo insieme qui sulla newsletter e - sotto la regia del vicedirettore di MF-Milano Finanza Fabrizio Massaro - nel podcast settimanale.
Attendo feedback e recensioni, nella speranza che possa essere una lettura gradita per voi ma anche un possibile regalo ad amici, figli o nipoti con l'obiettivo di farli avvicinare a questo bel mondo degli investimenti.
Ma oggi non sono qui per parlare solo del libro. Mi concederete la divagazione, anche per orgoglio personale e per un ringraziamento collettivo a tutti voi.
Veniamo però a noi. Approfittiamo dell'approfondimento di oggi per toccare un tema che - noto dalle vostre mail - risulta sempre un po' spigoloso: qual è il momento giusto per vendere un Etf? E cosa in concreto è opportuno vendere?
Di solito in questa newsletter parliamo del momento in cui si entra negli investimenti, in soluzione unica o con un piano di accumulo.
Di disinvestimenti parliamo molto meno, ma per una ragione: come regola generale, anche in un'ottica di ottimizzazione fiscale, è sempre opportuno vendere il meno possbile. Una vendita in guadagno comporta infatti la tassazione - al 26% o al 12,5% a seconda degli strumenti - sulla plusvalenza finale. Una vendita in perdita può invece essere utilizzata - sempre a seconda degli strumenti - per compensare delle plusvalenze nello zainetto fiscale.
Ma è pur sempre una perdita! Mettendo questa espressione tra mille virgolette, "un investimento sbagliato".
Ci sono dei momenti in cui la vendita è non solo inevitabile, ma anche strategica nella pianificazione finanziaria complessiva. Penso a due in particolare:
Ci sono però altri casi in cui vendere potrebbe essere la soluzione migliore. Ad esempio:
Quindi, il primo passaggio è fare pulizia: una volta tolto tutto l'inutile - e gli "errori di gioventù" - possiamo andare a riallocare quel denaro per rimpolpare un po' la parte core o per rafforzare il satellite del portafoglio.
Ma ci sono dei momenti in cui la parte core, quindi la componente strategica e di lungo periodo del portafoglio, può essere messa in discussione? Ovviamente sì!
Il core, come abbiamo detto varie volte, è il braccio del portafoglio che tocchiamo il meno possibile, perché ne costituisce il nucleo duro, la parte che da sola dovrebbe essere in grado di portarci all'obiettivo di lungo periodo anche se la componente satellite dovesse andare male.
Quando e cosa andremo a vendere? Lo faremo se e quando cambieranno i nostri obiettivi o il nostro profilo di rischio.
Esempio: ricevo un'importante promozione al lavoro che fa salire di 500 euro netti il mio stipendio mensile. Fermi restando il mio obiettivo ultimo (integrare la pensione pubblica) e il mio investimento da 250 euro al mese, mi sentirò più "tranquillo" a rischiare perché se anche le cose dovessero andare malissimo avrò un cuscinetto di liquidità aggiuntiva - possibilmente investita - molto più confortante.
La mia allocazione passa da 80 azioni/20 bond a 100 azioni. Cosa faccio con la parte bond?
Nella parte satellite del portafoglio la musica cambia. Qui siamo in presenza di un'allocazione tattica, che sarà funzionale a portare extra-performance al portafoglio (ma non solo: potrebbe servire anche per copertura dall'inflazione, per un posizionamento più difensivo e così via) con maggiore flessibilità di comprare o vendere quote di prodotti finanziari.
Una flessibilità relativa, ovviamente: ricordiamoci sempre che siamo nel campo degli investimenti e non in quello del trading.
Quali strumenti andremo allora a vendere, ipotizzando che l'obiettivo del satellite del portafoglio sia effettivamente la ricerca dell'extra-rendimento per battere il banchmark personale?
Quegli Etf (o azioni) che secondo noi - previa consultazione di report di analisti e lettura di articoli specializzati - possono aver raggiunto il fair value. Crediamo che la corsa delle banche degli ultimi anni sia arrivata al suo picco massimo? O che le valutazioni dell'intelligenza artificiale siano diventate troppo elevate?
In questo caso può avere senso andare a monetizzare, incassare la plusvalenza (pagandoci le tasse sopra, s'intende) e poi reinvestirla in nuove scommesse.
L'individuazione del fair value è molto soggettiva. Si può scegliere di seguire il consenso degli analisti, oppure avere un approccio contrarian. Sono scommesse e come tali devono essere approcciate.
E se invece un Etf è cronicamente in perdita e non accenna a recuperare? In questo caso le opzioni sono due:
Esempio: Un Etf sull’AI salito del 70% in due anni potrebbe avere ancora spazio. Oppure no. Il punto è: lo state tenendo perché credete ancora nella tesi d'investimento o solo perché finché sale non vendete?
Non ci sono risposte giuste o sbagliate, ma un approccio: ogni scelta di vendita è soggettiva, ma è importante che quando la facciate si collochi in una strategia e con un'idea di fondo. Altrimenti, il rischio è palese: rendere ricco soltanto l'erario pubblico con le nostre imposte.
E voi: quando avete scelto di vendere uno strumento finanziario? E quali strumenti avete venduto? Fatemelo sapere alla mail mcapponi@class.it. Ci sentiamo la prossima settimana!