Code per la benzina, lo scandalo Watergate e—ahinoi—la disco music.
Gli anni ’70 sono passati alla storia come un decennio di umiliazioni per l’economia statunitense. Una delle peggiori ondate inflazionistiche mai registrate erose i rendimenti azionari, generando uno dei periodi più difficili per gli investitori.
Emblematica, in quegli anni, la celebre copertina del 1979 di Business Week intitolata ‘The Death of Equities’ (‘La morte delle azioni’), divenuta un simbolo del pessimismo di mercato. Ma col senno di poi, forse gli anni '70 non furono così disastrosi come la memoria collettiva ci suggerisce.
La vera cattiva notizia, oggi, è che valutazioni azionarie storicamente elevate e la potenziale perdita di indipendenza della Federal Reserve potrebbero preparare il terreno a un nuovo decennio difficile per i mercati.
Gli investitori statunitensi più maturi hanno vissuto fasi persino peggiori in termini di rendimenti reali (cioè corretti per l’inflazione), senza che nessuno proclamasse la «fine del mercato azionario». È il caso del decennio iniziato nel 2000, caratterizzato da valutazioni elevate e dalla bolla tecnologica, ma con un’inflazione contenuta.
Un esempio concreto: un investimento di 10.000 dollari nell’S&P 500 all’inizio del 2000 sarebbe valso appena 7.081 dollari alla fine del 2009, includendo dividendi e inflazione. Un risultato peggiore rispetto a quello degli anni ’70.
Nel 1973, infatti, l’inflazione era in rampa di lancio e la bolla delle ‘Nifty Fifty’ stava scoppiando, ma le valutazioni di partenza erano più sobrie. Risultato: lo stesso investimento decennale, fatto nel 1973, si sarebbe svalutato meno, con un valore reale finale di 8.327 dollari nel 1982.
La spiegazione di questa differenza è tutta nei multipli di valutazione: nel 1973 il rapporto prezzo/utili aggiustato ciclicamente dell’S&P 500 era pari a 18 volte, un livello relativamente contenuto. Questo indicatore, che media gli utili su dieci anni, offre una fotografia più stabile e affidabile dell’effettivo valore del mercato.
Nel 2000, al culmine della bolla dot-com, lo stesso rapporto era salito al massimo storico di 44 volte, con un rendimento da dividendo sceso a un minimo record dell’1,2%. Un mix esplosivo per chi guarda ai ritorni di lungo periodo.
Sembra incredibile, ma anche durante la Grande Depressione degli anni ’30 il mercato azionario statunitense ha restituito risultati migliori rispetto agli anni Duemila. Le valutazioni nel 1929 erano elevate, ma non quanto nel 2000, e i rendimenti reali furono parzialmente salvati dalla deflazione e da dividendi elevati.
Un investimento di 10.000 dollari all’inizio del 1929 sarebbe cresciuto leggermente, arrivando a 10.323 dollari dieci anni dopo, sempre in termini reali.
Oggi, anche se l’inflazione sembra sotto controllo nonostante i dazi commerciali e l’incertezza sulla politica monetaria della Fed, le valutazioni rimangono un fattore critico.
Il p/e ciclico dell’S&P 500 ha appena superato quota 38, mentre il dividend yield è ancora fermo all’1,2%. Numeri che preoccupano chi punta su rendimenti sostenibili nel lungo periodo.
Questi dati non implicano automaticamente che i prossimi dieci anni ricalcheranno il decennio perduto degli anni ’70. Gli investitori potrebbero continuare ad accettare multipli elevati, se sostenuti da aspettative di crescita degli utili. E una forza economica dirompente—come l’intelligenza artificiale—potrebbe contribuire ad accelerare quella crescita.
Ma nel dubbio, forse è meglio rispolverare i vecchi abiti in poliestere.(riproduzione riserata)
