Petrobras ha confermato ufficialmente la scoperta di petrolio al pozzo Morpho, nel blocco Fza-m-59, nel bacino della foce del Rio delle Amazzoni, a circa 175 chilometri dalla costa dello Amapá, in acque profonde del cosiddetto Margine Equatoriale.
Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha accolto la notizia definendola «un passaporto per il futuro del Brasile», spiegando che il Paese «non può avere paura di esplorare le proprie ricchezze». La dichiarazione si inserisce in un quadro tecnico preciso: studi dell'Agenzia Nazionale del Petrolio, del Gas Naturale e dei Biocarburanti (Anp) e del ministero delle Miniere e dell'Energia stimano per il bacino della foce del Rio delle Amazzoni un potenziale di circa 10 miliardi di barili di petrolio recuperabile, con un volume totale tra 23 e 30 miliardi di barili.
Sul piano economico, la scoperta ha un peso rilevante: nel piano industriale al 2029 Petrobras ha destinato circa 3 miliardi di dollari alla perforazione di 15 pozzi nel Margine Equatoriale, in una strategia di sostituzione delle riserve in declino. Per gli analisti una scoperta di questa portata rafforzerà la sovranità energetica nazionale in un momento di tensione sui prezzi globali.
Sul fronte ambientale, la notizia riaccende le preoccupazioni. La zona ospita una delle biodiversità marine più ricche del pianeta e l'Ibama (l'authority dell'Ambiente, ndr) ha concesso la licenza per il blocco 59 solo dopo un lungo contenzioso. La vicenda rischia di mettere in difficoltà la postura climatica del governo Lula in vista della Cop30 di Belém di novembre. «Non si può essere paladini dell'Amazzonia e allo stesso tempo trivellare alla foce del Rio delle Amazzoni. Transizione energetica ed espansione fossile non possono coesistere», avverte Marina Costa, ricercatrice dell'Istituto Brasiliano di Ricerca Ambientale. (riproduzione riservata)