In questi giorni è utile ricordare il primo shock petrolifero, quello del 1973-74. Tra i fattori allora determinanti ci fu la guerra del Kippur, la svalutazione del dollaro dopo la sospensione della convertibilità in oro e la posizione dei Paesi produttori che decisero l'embargo del petrolio. In pochissimo tempo il prezzo di quest'ultimo quadruplicò. Il problema principale era l'assai ridotta disponibilità di oro nero. La risposta dei Paesi importatori e, in particolare, dell'Italia fu abbastanza tempestiva e ad ampio raggio. Poiché si poneva in primis il problema della disponibilità, si incise sui consumi di energia con una serie di misure, la più appariscente delle quali ancora oggi moltissimi ricordano come le «domeniche a piedi» per il blocco totale della circolazione delle auto e di altri mezzi di trasporto. Si operò altresì sul terreno finanziario per fronteggiare i riverberi della crisi petrolifera, stringendo i controlli sull'operatività delle banche, imponendo da parte della Vigilanza della Banca d'Italia limiti all'espansione degli impieghi bancari, il vincolo di portafoglio che introduceva l'obbligo di investimenti da parte delle banche in determinate categorie di titoli (accanto alla riserva obbligatoria), fu scisso in due il mercato dei cambi, rispettivamente in quello finanziario e in quello commerciale. Era l'epoca del controllo dei capitali e dei limiti alle esportazioni: vigeva il principio del «tutto vietato tranne ciò che fosse espressamente autorizzato».
Di lì a poco fu necessario chiudere il mercato dei cambi per oltre un mese, mentre a livello normativo una legge rimasta famosa per decenni, la 159, trasformava l'illecito valutario amministrativo in illecito penale rigorosamente sanzionato con l'obiettivo di bloccare l'esportazione di capitale soprattutto in Svizzera in un periodo che passerà alla storia come quello degli «spalloni» (persone che trasportavano a spalla sacchi a pieni di banconote per depositarli all'estero e in particolare nella Confederazione Elvetica, ritenuta sicura per la protezione dei depositi».
Comunque il mix di interventi sui consumi e sui risparmi di energia da un lato e sull'attività bancaria e valutaria dall'altro conseguirono buoni risultati. Sia chiaro: era un altro mondo infinitamente diverso dall'attuale, nel quale dominava il dinamismo in materie di credito e risparmio nonché i rapporti con l'estero erano chiusi per molti aspetti. Eppure l'organicità del pacchetto di misure che fu realizzato potrebbe ispirare anche oggi, a cominciare dall'Unione.
Ma c'è di più. Proprio nel corso della crisi furono prodotti due progetti di grande rilevanza: uno dovuto a Guido Carli, allora governatore della Banca d' Italia, che propose il riciclaggio degli enormi utili incassati dai Paesi produttori (si parlava ironicamente di «tassa dello sceicco») in investimenti in Europa da parte di questi Paesi, a cominciare dai comparti della meccanizzazione; il secondo progetto fu opera del Club di Roma diretto da scienziati quale Aurelio Peccei, che iniziò a parlare di limiti allo sviluppo, di riconversione produttiva, di nuovi modelli di crescita. Entrambe le proposte non ebbero purtroppo una grande attenzione e un grande seguito, ma costituirono una sollecitazione ad approfondimenti da parte di centri studi in materia ambientale e - diremmo oggi - digitale. Se vi fosse stata accelerazione verso innovazioni concrete, oggi staremmo molto meglio.
Da quel periodo si passò a nuove fasi in cui centrali furono i problemi delle indicizzazioni salariali, dell'inflazione, del debito pubblico (in «statu nascenti») e della riconversione industriale. Nel 1979, in conseguenza della rivoluzione in Iran e della guerra tra quest'ultimo e l'Iraq, scoppiò il secondo shock petrolifero: gli impatti furono minori ma non irrilevanti in un tessuto economico che doveva fare i conti con i problemi indicati.
Non ci siamo vaccinati, perché era impossibile contro queste crisi. Ma sarebbe veramente singolare se l'Unione Europea non fosse oggi capace di dare una risposta al nuovo shock in corso almeno pari a quella che i singoli Stati diedero al primo e al secondo shock petroliferi. (riproduzione riservata)