Anche se gli Stati Uniti importano più beni manifatturieri di quanti ne esportino, vantano un ampio surplus commerciale in un settore di rilievo: i servizi finanziari. Secondo i dati del Bureau of Economic Analysis statunitense, nel 2024 il surplus commerciale complessivo degli Stati Uniti nei servizi finanziari è stato di circa 130 miliardi di dollari.
Una parte di questo riflette le particolarità dei flussi globali di denaro, così come le società americane che gestiscono fondi offshore. Ma include anche attività come commissioni di trading, consulenza per fusioni e acquisizioni e sottoscrizioni di bond o azioni, che complessivamente hanno generato un surplus di quasi 10 miliardi di dollari lo scorso anno.
Questa supremazia di riflette nelle classifiche globali delle società di consulenza per operazioni finanziarie e raccolta fondi. Dal 2008, le classifiche si sono fortemente spostate a favore delle banche americane. L’anno scorso, le banche statunitensi hanno occupato i primi cinque posti per ricavi da investment banking a livello mondiale, e sette delle prime dieci posizioni, secondo i dati Dealogic, con le prime tre posizioni detenute da Jp Morgan, seguita da Goldman Sachs e BofA Securities.
In caso di una guerra commerciale globale, le grandi banche americane potrebbero quindi avere danni collaterali. Molti dei campioni europei si sono ritirati negli ultimi 15 anni, mentre le potenze cinesi e asiatiche hanno un’influenza ancora limitata al di fuori della loro regione. Una guerra commerciale duratura potrebbe cambiare le regole del gioco.
Già ora, le banche statunitensi segnalano un rallentamento dell’attività di dealmaking, con i clienti in attesa di chiarezza sulla politica commerciale. Il rischio è che perdano anche le operazioni che ancora si concludono, a favore di rivali stranieri che in passato avevano superato.
«Saremo nel mirino. È quello che succederà», ha riconosciuto Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan Chase, durante la conference call sugli utili del primo trimestre.
«E va bene così. Siamo profondamente radicati in altri Paesi, la gente ci apprezza», ha aggiunto. «Ma penso che alcuni clienti o alcuni Paesi inizieranno a vedere le banche americane in modo diverso, e dovremo affrontare la situazione».
Dato che i colossi statunitensi hanno già una quota enorme del loro mercato interno, la diversificazione globale non è solo una questione d’immagine, ma un motore fondamentale di crescita.
Jp Morgan ha dichiarato che ogni giorno muove oltre 10 mila miliardi di dollari attraverso più di 160 Paesi in oltre 120 valute. Allo stesso tempo, i prestiti a clienti commerciali non statunitensi rappresentano una fonte importante di crescita per Bank of America. Nel primo trimestre, questi prestiti sono aumentati di quasi il 14% rispetto alla fine del 2022, contro una crescita complessiva dei prestiti del 6%.
Durante la call degli utili della scorsa settimana, Alastair Borthwick, cfo di Bank of America, ha affermato che i prestiti fuori dagli Stati Uniti sono stati una parte importante della crescita negli ultimi 15 anni: «Man mano che siamo diventati un’azienda più globale e internazionale rispetto al 2007, è stato importante diversificare il portafoglio di prestiti oltre i confini degli Stati Uniti», ha detto.
Non è comunque una strada che si chiuderà dall’oggi al domani. In caso di dispute commerciali temporanee, le aziende potrebbero trovare difficile separarsi rapidamente da una banca americana che le serve da anni.
Le banche americane hanno anche un altro vantaggio: offrono accesso ai mercati dei capitali statunitensi, da sempre una forte attrattiva per le aziende straniere. Questo rende utile mantenere rapporti stretti con le banche americane.
Citigroup, per esempio, non ha osservato cambiamenti recenti nel volume d’affari, ha detto la ceo Jane Fraser agli analisti la scorsa settimana. Le aziende globali potrebbero persino rivolgersi più spesso alla banca per rivedere le proprie operazioni transfrontaliere o i flussi di denaro. Fraser ha definito Citigroup «un porto nella tempesta».
Citigroup ha da sempre il banking globale al centro del suo modello di business, compresi servizi di tesoreria quotidiani, con una presenza fisica in 94 giurisdizioni.
«In molti di questi mercati siamo presenti da oltre un secolo», ha detto Fraser. «Siamo stati la prima banca ad arrivare, a volte siamo l’unica banca internazionale presente».
Tuttavia, più a lungo durerà una guerra commerciale, più le banche statunitensi rischieranno di perdere terreno.
«Le aziende straniere non sono obbligate a usare i servizi globali delle banche Usa per le transazioni ad alto margine», ha affermato Brad Setser, senior fellow al Council on Foreign Relations.
«In un clima di tensioni commerciali e dispute transfrontaliere, ci potrebbe essere un effetto frenante—un po’ come i canadesi che ora si chiedono se vale la pena fare vacanze negli Stati Uniti».
Una ristrutturazione duratura del sistema commerciale globale potrebbe anche accelerare le riforme nei mercati finanziari di altri Paesi, portando a un progressivo distacco dagli Stati Uniti. Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha invitato l’Ue a potenziare i mercati dei capitali del continente per facilitare la raccolta fondi.
Se l’Europa riuscisse in questo intento, potrebbero emergere banche europee più forti e competitive, riducendo la necessità per le imprese di accedere ai mercati statunitensi e, di conseguenza, anche il bisogno dei servizi delle grandi banche americane.
Le mega banche statunitensi sono costruite per operare su scala globale, e la loro crescita dipende da questa presenza internazionale. Ma in un mondo che si sta deglobalizzando, questa espansione diventa più difficile e meno redditizia.
(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)
