Lo stop alle trattative di Banco Bpm per la fusione con il Monte dei Paschi di Siena lascia campo libero all'opas di Intesa sul Monte? È questo, a prima vista, l'esito del clamoroso dietrofront dell'istituto di piazza Meda. Il comunicato emesso da piazza Meda nella serata di venerdì 31 luglio lascia poche speranze al management di Rocca Salimbeni. La decisione del Banco sarebbe stata condizionata dalla lunghezza del negoziato, avviato da quasi due mesi senza risultati concreti. Ma anche la freddezza di Crédit Agricole avrebbe pesato. E non poco. Con il 29,3% del capitale e un peso decisivo in assemblea straordinaria, il primo socio di Banco Bpm può condizionare qualsiasi operazione straordinaria, pur senza esercitare formalmente il controllo. La corsa in avanti della partecipata non sarebbe piaciuta a Parigi che ha preferito porre il veto sul deal. Per Mps adesso la partita appare molto più difficile. Restano, almeno in teoria, due alternative: una distribuzione dell'excess capital da sottoporre agli azionisti oppure la ricerca di un nuovo partner bancario. Tra i nomi che tornano a circolare c'è anche Unicredit, anche se per ora si tratta solo di una suggestione (vedi altro articolo in pagina).
Chi invece marcia spedita verso Siena è Intesa Sanpaolo. A due mesi dal lancio, l'opas da 30,6 miliardi su Mps procede secondo calendario: l'esame delle autorità è in corso, mentre a settembre gli azionisti saranno chiamati ad approvare l'aumento di capitale al servizio dell'offerta. L'obiettivo, ribadito dal consigliere delegato Carlo Messina, è avviare le adesioni tra novembre e dicembre per completare l'operazione entro fine anno. Solo a quel punto, con il regolamento dell'offerta e la consegna delle nuove azioni, prenderà forma la super banca, una realtà posizionata al secondo posto nell'area euro per capitalizzazione.
Sulla base dei dati pro forma al 31 dicembre, l'istituto avrebbe attività complessive per 1.192 miliardi di euro, contro 960 miliardi della sola Intesa, crediti verso la clientela per circa 645 miliardi e raccolta diretta per 587 miliardi. In termini di total assets quindi il nuovo gruppo si collocherebbe tra i big europei, con dimensioni simili a quelle di Ing e più vicine a Bnp Paribas, Crédit Agricole o Santander.
Anche il conto economico fotografa un gruppo di dimensioni senza precedenti in Italia. A valori 2025, prima delle sinergie e dei costi di integrazione, i ricavi pro forma sarebbero pari a 34,8 miliardi, con un margine di interesse di 19,8 miliardi, commissioni nette per 10,8 miliardi e un utile netto di circa 12 miliardi. Il piano prevede però un'ulteriore accelerazione: entro il 2029 i profitti dovrebbero superare i 16 miliardi, 4,5 miliardi in più rispetto al precedente obiettivo stand alone, con un ritorno sul capitale superiore al 20%.
A sostenere la crescita saranno sinergie annue per 2,9 miliardi ante imposte, con un aumento della redditività che dovrebbe riflettersi anche sulla remunerazione degli azionisti. Intesa stima distribuzioni complessive per 61 miliardi nel 2025-2029, 11 miliardi in più rispetto al piano stand alone, confermando la politica di payout basata su dividendi cash e buyback.
Sul fronte dei ricavi, principale leva di crescita sarà il maggiore collocamento di prodotti di risparmio gestito, private banking e assicurativi alla clientela Mps, oggi meno penetrata rispetto agli standard di Intesa. A questo si affiancheranno l'integrazione tra ImI Cib e Mediobanca, il cross selling verso imprese e imprenditori ad alto patrimonio e la creazione del primo operatore italiano nel credito al consumo attraverso Isybank, Prestitalia e Compass. Il nuovo gruppo potrà contare su oltre 9 mila private banker e consulenti finanziari, circa 3 mila filiali e una piattaforma di corporate e investment banking con ricavi combinati per circa 5,9 miliardi.
Questi numeri hanno convinto il mercato, come dimostrano sia l'andamento del titolo Intesa, cresciuto del 16,69% dal 7 giugno, sia i giudizi espressi finora dagli analisti. Secondo il consenso Bloomberg, il 77,8% degli esperti mantiene una raccomandazione di acquisto: 14 giudizi sono positivi, contro due hold e due sell. Il prezzo obiettivo medio a 12 mesi è pari a 7,06 euro, rispetto a una quotazione di circa 6,54 euro, con un potenziale rialzo residuo dell'8%. Le valutazioni più recenti si collocano in prevalenza fra 7,2 e 7,7 euro. A sostenerle contribuisce anche la previsione di Intesa secondo cui l'operazione accrescerà di circa l'8% l'utile e il dividendo per azione già dal 2026: in altre parole, pur con un numero maggiore di azioni in circolazione, ciascun titolo sarà destinato a generare una quota di utili e dividendi superiore rispetto allo scenario stand alone.
L'opas inciderà anche sull'azionariato di Intesa, diluendo di oltre il 20% gli attuali soci e facendo entrare alcuni dei principali azionisti di Mps. Nell'ipotesi di adesione integrale, Delfin avrebbe il 3,8%, il gruppo Caltagirone il 3%, il Mef l'1% e Bpm lo 0,8%. BlackRock – forte della doppia partecipazione a Siena a Milano – resterebbe il primo azionista con il 5,4%, davanti alla Compagnia con il 5,1% e alla Cariplo con il 4,3%. Stranieri saranno anche Vanguard (3,8%), Amundi (2%), Fidelity (1,9%) e Norges Bank (1,6%). Gli investitori internazionali giocheranno un ruolo da protagonista anche nelle altre due grandi banche italiane coinvolte nella seconda fase del risiko. In Germania con l'arrivo entro metà 2027 delle autorizzazioni regolamentari al controllo (e consolidamento) di Commerzbank da parte di Unicredit, la carta d'identità sarà straniera anche per i principali azionisti della seconda banca tedesca, dietro al gruppo guidato da Andrea Orcel. Considerando anche la parte di derivati cash, il gruppo di Piazza Gae Aulenti salirà fino al 59%. Bisognerà capire se al termine di una lunga fase di dialogo con la controparte teutonica – che potrebbe aprirsi già nei primi giorni di agosto con un faccia a faccia fra Orcel e la ceo di Commerz Bettina Orlopp – lo Stato tedesco deciderà di rimanere nel capitale della banca di Francoforte, ma al termine dell'ops di Unicredit il governo di Berlino è il secondo azionista con il 12,72%. (riproduzione riservata)