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Parigi? È solamente un accordo fasullo
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Parigi? È solamente un accordo fasullo

Milano Finanza - Numero 108 pag. 14 del 03/06/2017

Il presidente Trump ha annunciato il ritiro statunitense dall’accordo sul clima di Parigi, scatenando l’orrore nelle élite verdi in tutto il mondo. Così facendo, Trump da una parte si è dimostrato più consapevole degli interessi economici americani rispetto a quelle élite, dall’altra ha fatto riemergere tutti gli imbrogli insiti in questo villaggio simile a quelli, fasulli, inventati dal principe Potemkin. Trump ha denunciato l’accordo del 2015, che durerà quattro anni: «Noi usciamo. E cominceremo a rinegoziare per vedere se c’è un accordo migliore. Se ci riusciamo, ottimo. Se non ci riusciamo, bene lo stesso». Questa noncuranza ha scatenato un prevedibile terremoto politico, con la lobby anti-CO2 pronta a preconizzare morte imminente, disastro planetario e una indelebile macchia storica. Barack Obama ha accusato il suo successore di unirsi a «una piccola manciata di nazioni che rifiutano il futuro», per quanto ciò possa significare. 

Ma oltre che insultare, gli aggressori non sono ancora riusciti a risolvere la contraddizione centrale dell’accordo di Parigi, ovvero che esso promette di salvare la Terra ma non ha le basi per riuscire a farlo. È un falso impegno di progresso. Le 195 nazioni firmatarie hanno preso impegni volontari di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, noti come «contributi determinati a livello nazionale» o Indc. La Cina e le altre nazioni in via di sviluppo rappresentano il 63% delle emissioni globali di CO2 annuali e la loro quota è in aumento. Essi hanno presentato Indc con cui si impegnano a raggiungere il picco delle emissioni, rispetto all’attuale, intorno al 2030 o forse più tardi o forse mai, poiché Parigi non ha previsto alcun meccanismo procedurale per impedire eventuali imbrogli nelle cifre. Nel frattempo, le nazioni sviluppate dell’Ocse, responsabili del 55% del CO2 mondiale nel 2000, hanno preso impegni irrealistici che persino loro sapevano di non poter raggiungere. Prona come era alla pianificazione centrale, l’amministrazione Obama non ha mai identificato un programma di tassazione e regolamentazione in grado di avvicinarsi al raggiungimento degli impegni presi sulle emissioni, ovvero la loro riduzione entro il 2025 dal 26% al 28% rispetto ai livelli del 2005.

Quello di Parigi è stato dunque un mero esercizio di indicazione di principi morali e sociali che probabilmente eserciterà poca o nessuna influenza sulla CO2 atmosferica, tanto meno sulle temperature globali. L’obiettivo di Parigi era quello di limitare l’aumento della temperatura della superficie terrestre a «ben al di sotto» di due gradi Celsius rispetto al livello preindustriale entro il 2100. I ricercatori del joint program del Massachusetts Institute of Technology (Mit) hanno calcolato che se anche ogni impegno Indc fosse soddisfatto, l’aumento della temperatura sarà compreso tra 1,9 e 2,6 gradi Celsius entro il 2050 e 3,1-5,2 gradi entro il 2100.

Una società più prospera tra un secolo è un obiettivo più importante che chiedere al mondo di accettare un livello di vita più basso oggi in cambio di benefici simbolici. Nazioni più povere in un mondo in cui 1,35 miliardi di persone vivono senza elettricità non accetteranno mai questo scambio, e Trump ha ragione nel rifiutarsi di blindare l’economia con promesse che rendono meno competitive le industrie americane. Il modo più sicuro per «rifiutare il futuro», parafrasando Obama, è quello di appesantire oggi l’economia con nuovi controlli di carattere politico, perché la crescita economica finanzia il progresso tecnologico e l’ingegno umano. L’intensità energetica, ovvero la quantità di energia necessaria per creare un dollaro del Pil, dal 1990 è scesa del 58% negli Stati Uniti secondo la Us Energy Information Administration. Nello stesso periodo, essa è diminuita solo del 37% in Europa occidentale, del 20% in Giappone, del 22% in Messico e del 7% in Corea. In Cina è scesa del 133%, ma partendo da una base iniziale molto più inquinante. La maggiore efficienza aiuta a spiegare perché le emissioni negli Usa sono diminuite di 145 milioni di tonnellate nel 2016 rispetto al 2015, più di qualsiasi altro paese. La Russia è al secondo posto, con 64 milioni di tonnellate in meno. Negli ultimi cinque anni le emissioni Usa sono diminuite di 270 milioni di tonnellate, mentre la Cina, che è il numero uno dei produttori di CO2, ha aumentato le sue emissioni di 1,1 miliardi di tonnellate.

Tutto ciò rende esagerate le affermazioni secondo cui gli Usa stanno abdicando alla leadership globale. La definizione di leadership non è quella per cui gli Usa devono aderire a qualsiasi cosa gli altri leader mondiali dicono di voler fare. Le economie private che possono innovare e fornire alternative a basso costo rendono sempre gli accordi internazionali privi di significato. Nella misura in cui Parigi danneggerà la crescita economica, lascerà paradossalmente il mondo meno preparato al cambiamento climatico.

Please click here to read this article in English on The Wall Street Journal


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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