C’è voluta la guerra con l’Iran per convincere Peter Thiel, il controverso fondatore di Palantir e nume della new wave tecnocratica americana, ad alleggerire il suo portafoglio di azioni della società. Lo scorso 2 marzo, pochi giorni dopo lo scoppio del conflitto, il profeta dell’Anticristo ha venduto, secondo il database della Sec, 2 milioni di titoli Palantir a un prezzo unitario di 140 dollari, per un incasso personale di 280 milioni di dollari in una sola giornata.
Noccioline per lui, che possiede tuttora oltre 40 milioni di azioni della società tech: stock che ai prezzi di Borsa di questi giorni valgono 5 miliardi di dollari. Piccole spese si dirà per l’uomo propagandista massimo della nuova dottrina della supremazia tecnologica sulle democrazie rappresentative. Ma gli affari sono sempre affari dietro i paraventi ideologici.
Palantir continua a correre grazie ai contratti, soprattutto governativi con la Difesa americana, che hanno spinto i ricavi del gruppo a quota 4,5 miliardi nel 2025, con utili per 1,6 miliardi. Una corsa decisamente redditizia, che continua però a fare a pugni con le valutazioni. Nonostante la caduta di Borsa degli ultimi mesi, Palantir capitalizza ancora 320 miliardi di dollari, cioè 200 volte i profitti netti del 2025 e 100 volte gli utili previsti per il 2026, stimati al raddoppio.
Thiel in realtà sa, come molti osservatori, che i multipli sono a rischio bolla e probabilmente sfrutterà ogni occasione utile per continuare a vendere azioni. Un termometro utile per gli investitori. Anche perché se il presidente della società vende, c’è qualcun altro che compra. O che ha comprato.
Nell’ultimo anno i principali istituti bancari e asset manager in Europa hanno incrementato drasticamente gli investimenti nella società statunitense che, tra le altre cose, fornisce servizi di analisi dei dati all’Ice e all’esercito israeliano nei territori palestinesi.
Secondo un’inchiesta internazionale coordinata dalla piattaforma di giornalismo investigativo Follow The Money, a cui El Pais ha partecipato, oltre cento grandi banche, gestori patrimoniali, compagnie assicurative e fondi pensione europei hanno aumentato la loro partecipazione complessiva in Palantir di oltre il 60%.
Il valore economico delle partecipazioni, ça va san dire, è quasi quadruplicato in un anno: trainato dal rally di Palantir nel 2024. A fine 2025 la capitalizzazione dell’azienda aveva sfiorato i 454 miliardi di dollari, per poi ritracciare a 320 miliardi.
I principali azionisti di Palantir restano comunque i grandi fondi istituzionali americani. Come racconta la banca dati S&P Global Market Intelligence, la fetta più grande della torta è di Vanguard Group che, con una quota del 9% in portafoglio, si posiziona come primo azionista. Completano il podio il principale wealth manager del mondo, BlackRock, che ha l’8% e State Street Global Advisors con il 4,2%.
Appena sotto il podio si trovano il presidente, Peter Thiel, e l’amministratore delegato, Alex Karp, che rispettivamente hanno il 4,1% e il 2,4%. Minimo lo scarto con l’americana Geode Capital Management che detiene il 2,2% della società. Al settimo posto si trova Norges Bank e che, con l’1,2%, si qualifica come maggior investitore europeo dell’azienda di Thiel. Tra il 2024 e il 2025 la banca che gestisce il fondo sovrano norvegese ha ampliato l’investimento arrivando a quasi 29 milioni di azioni, per un controvalore di 5 miliardi di dollari.
Ma tra gli europei figurano anche il gestore patrimoniale francese, Amundi, con quasi 3 miliardi di dollari investiti, e la compagnia assicurativa britannica Legal & Generale. Si annoverano inoltre la londinese Barclays, la Deutsche Bank, la francese Bnp Paribas, la Banca nazionale svizzera e il gestore patrimoniale olandese Cardano.
Tra le banche prese in esame dall’inchiesta ci sono anche i due grandi istituti finanziari spagnoli: Santander che, alla fine del 2025, deteneva azioni Palantir per un valore di 18 milioni di dollari e il gruppo Bbva che aveva in portafoglio poco meno di 600 mila titoli. Tuttavia, entrambi gli istituti non sarebbero direttamente coinvolti nell’acquisto. Per Santander l’investimento è avvenuto attraverso fondi affidati a gestori esterni autonomi. Mentre per conto del Bbva alcune fonti hanno sottolineato come gli acquisti siano frutto di operazioni per conto di clienti e fondi d’investimento.
L’accumulo di titoli da parte di molti istituti presi in esame si spiega con l’esposizione a fondi passivi che replicano indici di borsa. In automatico i fondi comprano titoli delle società che fanno parte di un certo indice e la Palantir, che è tra le quotate più rappresentative come peso negli indici degli Usa, finisce così nel loro portafoglio.
Nessun istituto, però, ha inserito la società di Thiel nella «lista di esclusione», e cioè nell’elenco degli investimenti da evitare perché non rispettano le norme internazionali sui diritti umani. Il tutto malgrado tutti dichiarino di sostenere le linee guida dell’Ocse, che impongono verifiche e due diligence quando si investe in realtà segnalate per abusi dei diritti umani, in particolare nei Paesi in conflitto o nelle aree in cui si usano le AI. (riproduzione riservata)