Oro, titoli di Stato Usa e semiconduttori protagonisti, nel bene o nel male, del lunedì di mercato. La dinamica del lingotto è stata particolarmente interessante: ieri il metallo giallo è arrivato, in seguito all'apertura di Wall Street, a superare quota 4.700 dollari l'oncia, sui massimi degli ultimi tre mesi.
A supportare il nuovo rally del metallo giallo è stato, fin dalle sedute della scorsa settimana, l'intervento deciso del Tesoro statunitense sul mercato obbligazionario, che ha contestualmente fatto abbassare i rendimenti dei T-bond sulle scadenze più lunghe riacceso i timori per un indebolimento del dollaro, spingendo gli investitori verso beni rifugio alternativi. Il dipartimento del Tesoro guidato da Scott Bessent raddoppierà il buyback di obbligazionari sovrane a partire da settembre, portandolo da 2 ad «almeno» 4 miliardi di dollari. Ieri peraltro Cnbc ha svelato che Bessent potrebbe attingere a quasi 1.000 miliardi di dollari del Treasury General Account (Tga) per finanziare il riacquisto: una sorta di fondo di riserva del governo, il cui ammontare è a discrezione del Tesoro stesso. Ridurre il Tga significherebbe che il governo avrebbe meno liquidità a disposizione in caso di una nuova situazione di stallo sul tetto del debito. Ma le ultime stime indicano che un nuovo limite non verrà raggiunto prima dell'inverno del prossimo anno, e probabilmente non prima dell'inizio della primavera. Ciò darebbe il tempo necessario per ricostituire il Tga. I rendimenti obbligazionari ieri hanno continuato ad abbassarsi - e quindi i prezzi dei bond a salire - con il decennale al 4,7% e il trentennale, il Treasury più sotto pressione prima dell'intervento di Bessent, intorno al 5,2% (era arrivato sopra il 5,3% la scorsa settimana).
La dinamica si è riflessa sul dollaro, con il Dollar Index (paniere che misura il biglietto verde in relazione alle altre principali valute) che si muove intorno ai minimi da maggio. Tutti fattori di supporto all'oro. Ma non finisce qui: anche la dinamica tecnica dei prodotti di risparmio gestito ha supportato infatti il lingotto. Gli Etf garantiti da oro monitorati da Bloomberg hanno registrato la scorsa settimana afflussi per oltre 28 tonnellate, il dato più elevato da gennaio, quando un rally particolarmente intenso aveva spinto il metallo prezioso verso il record storico, poco sotto i 5.600 dollari.
A rafforzare la fiducia sul metallo prezioso ha contribuito anche Ray Dalio, fondatore miliardario di Bridgewater Associates, che in un post su LinkedIn pubblicato lo scorso venerdì ha suggerito agli investitori di ridurre l'esposizione alle obbligazioni e destinare fino al 15% del portafoglio all'oro, come protezione dal rischio di una crisi del debito Usa. «Gli operatori seguiranno con grande attenzione il discorso del presidente Kevin Warsh alla ricerca di indicazioni sulle prospettive della politica monetaria», spiega Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades. «Qualsiasi cambiamento nelle aspettative relative a ulteriori aumenti dei tassi potrebbe avere un impatto significativo sul dollaro e, di conseguenza, sui prezzi dell'oro». In questo senso, saranno importanti anche i dati sull'inflazione Usa previsti in settimana.
Altro grande protagonista di giornata sui mercati è stato il petrolio, sceso in entrambi gli indici di riferimento del 2%. Il Brent è arrivato a trattare sotto i 93 dollari al barile, il Wti sotto gli 85 dollari. A far muovere al ribasso il prezzo dei futures era l'attesa per la maxi-ondata di sanzioni di Washington nei confronti di Teheran, definita da Scott Bessent come «il D-day economico». Un fattore che potrebbe sostenere il mercato dell'energia, perché dovrebbe, secondo gli analisti, spingere l'Iran a una maggiore apertura negoziale in relazione alla riapertura dello stretto di Hormuz. Lato mercati azionari infine i grandi sconfitti di giornata sono stati ancora i semiconduttori, con il Philadelphia Semiconductor (Sox) che a metà seduta perdeva il 2,5%. Il Nasdaq, zavorrato proprio dai titoli chip, era in rosso di circa lo 0,3%. Più vicino alla parità l'S&P 500 (-0,1%), mentra saliva il Dow Jones (+0,3%). I chip hanno colpito anche il Ftse Mib, che ha chiuso in ribasso dello 0,2% a 54.542 punti. Prysmian (-5,2%) e Stm (-2%) sono risultati tra i peggiori, insieme ai titoli della difesa tra cui Avio (-4,7%) e Leonardo (-2,6%) e a Stellantis (-4,8%). Dall'altra parte della barricata, la maglia rosa del lunedì va a Nexi (+4,6%). (riproduzione riservata)