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Meno gare, più costi
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Meno gare, più costi

Milano Finanza - Numero 164 pag. 17 del 22/08/2026

Opere pubblicheBusia (Anac) critica la riforma degli appalti: per sveltire le procedure si rischia di ridurre la concorrenza. E il ricorso alle troppe deroghe può essere un boomerang. Meglio puntare sulla digitalizzazione

I contratti pubblici sono uno strumento fondamentale di politica industriale. «Non solo un mezzo per costruire opere o organizzare servizi, ma anche una leva per rafforzare il sistema produttivo, stimolare l'innovazione, e insieme assicurare uno sviluppo sostenibile, garantendo, ad esempio, tutela ambientale e inclusione sociale». Le regole di prevenzione della corruzione «sono un ingrediente essenziale di tale processo perché, da un lato, evitano infiltrazioni criminali e sprechi inaccettabili e, dall'altro, garantiscono trasparenza e buona amministrazione, indispensabili per rendere il Paese più attrattivo». Lo spiega a Milano Finanza il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Giuseppe Busia.

Domanda. Presidente, quanto costano corruzione e inefficienze della pa?

Risposta. È difficile fornire una stima puntuale, perché molti costi restano nascosti. Quel che è certo è che sono ingentissimi e si traducono in minori servizi per i cittadini e opere di qualità inferiore. Inefficienza e scarsa trasparenza sono anche il terreno fertile per far crescere la corruzione: non solo quella penalistica, ma anche la maladmistration, che si concretizza in conflitti di interesse, favoritismi, e clientelismo. Dietro i costi economici, il costo ancora più preoccupate è la perdita di fiducia dei cittadini verso le istituzioni.

D. Quali sono le principali novità e criticità della riforma dei contratti pubblici del governo Meloni?

R. In molti casi il nuovo Codice, sperando di accelerare le procedure, ha in realtà ridotto gli spazi di concorrenza, ad esempio prevedendo che si possano acquistare beni e servizi fino a 140 mila euro con affidamento diretto, senza alcuna comparazione fra le offerte. Oltre il 90% di questi affidamenti avviene ormai direttamente. E non a caso, negli ultimi anni, sono aumentati notevolmente i contratti tra 135 mila e 140 mila euro, a riprova che senza confronto competitivo i costi salgono. In più, le imprese selezionate direttamente non sempre sono le migliori e quindi neanche le più veloci, vanificando i risparmi di tempo ipotizzati saltando la gara. Sono molti, però, anche gli elementi positivi.

D. Quali in particolare?

R. Innanzitutto, quelli che credo costituiscano i due pilastri fondamentali dello stesso codice: la digitalizzazione dell'intero ciclo di vita dei contratti e la qualificazione delle stazioni appaltanti. Entrambi erano stati opportunamente inseriti nel Pnrr, trasformandoli in vincolo esterno, e sono quindi confluiti nel codice. Grazie alla digitalizzazione, che ha il suo perno nella Banca dati nazionale dei contratti pubblici di Anac, non solo si accrescono trasparenza e concorrenza, ma si semplificano e velocizzano le attività sia per le stazioni appaltanti che per gli operatori economici. Con la qualificazione delle stazioni appaltanti, invece, si evita che enti poco organizzati si imbarchino in procedure troppo complesse che di fatto non sono capaci di gestire, con conseguente spreco di tempo e di denaro. Se un soggetto non è in grado di fare da solo, deve appoggiarsi ad un altro che svolgerà le procedure di affidamento per suo conto. In tal modo, le amministrazioni collaborano fra loro, si dividono i compiti e si specializzano. È un modello di riforma amministrativa, che dovrebbe essere esteso anche ad altri settori.

D. Che giudizio dà sul Pnrr?

R. Nel complesso, le luci prevalgono sulle ombre, sia in termini di investimenti che di riforme. Se però vogliamo imparare dalla storia, dobbiamo concentrarci su queste ultime, per non ricadere negli stessi errori. A breve, lo schema dei piani sarà infatti replicato nell'ambito del nuovo patto di stabilità europeo, purtroppo senza più i finanziamenti degli ultimi anni. Prima criticità: sono stati inseriti nel Pnrr tanti interventi importanti e strategici, ma altri che lo erano molto meno, estraendo dai cassetti numerose vecchie proposte, solo per raggiungere i fatidici 190 miliardi. In secondo luogo, invece di puntare l'attenzione su grandi riforme e investimenti nei quali l'intero Paese avrebbe potuto riconoscersi, la comunicazione è stata quasi completamente indirizzata sull'incasso delle rate semestrali. Questo ha portato a concentrare gli sforzi sulla corsa a spendere più in fretta possibile, talvolta sacrificando qualità, sostenibilità e trasparenza. Con ciò, facendo fra l'altro dimenticare che tutto si sarebbe tradotto in debito da ripagare nei prossimi decenni. Anche i finanziamenti a fondo perduto, infatti, ricadranno sulle nostre spalle almeno in quota parte, essendo l'Italia fra i maggiori contributori dell'Unione europea.

D. Però alcune procedure sono state accelerate...

R. È certamente una delle eredità più preziose e da preservare per il futuro: l'idea che le scadenze vadano rispettate e che il tempo non sia una variabile ininfluente. Purtroppo, non siamo invece riusciti a valorizzare l'elemento che avrebbe dovuto caratterizzare l'intero Piano: l'idea di progetti di lungo periodo, capaci di superare i cicli elettorali e quindi condivisi da tutte le parti politiche. Peccato, perché abbiamo più che mai bisogno di riforme anche impopolari, che si ha la forza di realizzare solo se vengono sostenute da tutti.

D. Quasi un terzo dei cantieri di opere strategiche in Italia è sotto commissariamento. Con quali conseguenze?

R. È paradossale. Abbiamo appena riformato il Codice dei contratti pubblici rendendo ordinarie molte norme emergenziali del periodo pandemico, eppure si stanno moltiplicando commissariamenti e deroghe. Queste, inoltre, vengono usate anche in situazioni che non hanno nulla di urgente o imprevedibile, sacrificando inevitabilmente trasparenza e apertura al mercato. Inoltre, si dovrebbe puntare almeno a strutture commissariali standardizzate, e invece, ci troviamo sempre più spesso di fronte a decreti ad hoc, con poteri di deroga molto ampi. Ogni volta, dunque, si riparte da capo e non si capitalizzano le competenze acquisite nelle gestioni emergenziali. Così, anche l'accelerazione promessa rischia di rimanere illusoria.

D. Come inquadra il Ponte sullo stretto?

R. È il caso più emblematico di tale fenomeno, oltre a essere il più rilevante in termini di spesa pubblica. Negli ultimi tre anni e mezzo si sono succeduti diversi decreti-legge, creando volta a volta deroghe su deroghe, ma proceduralmente siamo di fatto al punto di partenza. Questo, perché, invece di svolgere una gara migliorativa, si è voluto far risuscitare per legge un progetto vecchio di oltre dieci anni, sul quale sono di volta in volta emerse nuove criticità e mancanze. Da ultimo, il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha richiesto innumerevoli verifiche di fattibilità da effettuare preventivamente rispetto ogni attività concreta, mettendo così in guardia rispetto ai rischi legati alla possibilità di far partire anche le opere a terra. Il tutto, mentre si ha la certezza che i costi, inizialmente stimati intorno ai 4 miliardi, sono prima raddoppiati a 8 nel 2012, e adesso siamo a 13 e mezzo, accrescendo il rischio di non rispettare i vincoli europei.

D. A settembre scade la sua presidenza. Di quale risultato è più soddisfatto e quale priorità indicherà al suo successore?

R. Credo si debba proseguire con determinazione su alcuni progetti di lungo periodo: per i contratti, la piena digitalizzazione e la qualificazione delle stazioni appaltanti, con la costruzione di un modello di collaborazione amministrativa strutturata e potenzialmente replicabile in altri ambiti dell'amministrazione. Era stato previsto un sistema di misurazione della qualità anche per le imprese, ma è stato abbandonato con l'ultimo decreto correttivo: andrebbe recuperato, perché è essenziale al fine di premiare gli operatori che investono in qualità e innovazione. In materia di prevenzione della corruzione, un passaggio fondamentale è stata la costituzione presso Anac della Piattaforma unica della trasparenza: un punto di acceso unificato ai dati delle diverse amministrazioni, adesso da ampliare e rafforzare. (riproduzione riservata)



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