Al governo Draghi si presentano ora gli scogli più difficili da superare: la decisione finale sul blocco dei licenziamenti che non potrà essere ancora demandata a un’ardua intesa unanime tra le componenti della maggioranza, essendo necessaria, a questo punto, una proposta netta del premier; le riforme da attuare, a cominciare da quella della giustizia su cui pende il referendum proposto dalla Lega insieme con il Partito Radicale, ma senza ovviamente sottovalutare la riforma del fisco, quella della concorrenza e la riforma della pubblica amministrazione; gli impegni europei. A quest’ultimo proposito, un segnale importante di capacità di iniziativa, l’esecutivo lo ha dato dichiarando che agirà in tutti i modi possibili per far valere la fondata aspirazione ad avere in Italia la sede dell’Agenzia europea antiriciclaggio, come aveva sollecitato il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli e avevamo sostenuto su queste colonne. Ma incombono altre importanti problematiche: il progresso dell’Unione bancaria ancora una volta bloccato dalla Germania che si oppone all’istituzione di un’assicurazione europea dei depositi con la motivazione consueta secondo la quale prima debbono essere ridotti i rischi; l’intento di alcuni, sempre in Germania, di ripristinare il Patto di stabilità, come vigente prima della sospensione, non appena cessata la pandemia; la persistenza di un confronto all’interno della Bce tra «falchi» e «colombe» sull’avvio del ritiro delle misure non convenzionali di politica monetaria; il rigorismo a senso unico della normativa comunitaria bancaria e della stessa supervisione accentrata. Su questi ostacoli e sulle mancate o inadeguate risposte influiscono, certamente, la prospettiva delle elezioni politiche tedesche e la decisione di Angela Merkel di non ricandidarsi per la cancelleria, con ciò venendo meno un fondamentale punto di riferimento europeo che, in mancanza di un leader dello stesso livello, potrebbe condurre a una sorta di «liberi tutti» aggravando le difficoltà di una sintesi a livello comunitario. Nella Bce si sta discutendo di temi rilevanti, anche con incontri straordinari quale quello dello scorso fine settimana, partendo dalla programmata revisione della politica monetaria, ma affrontando pure il livello del target dell’inflazione e il complesso argomento del ruolo di contrasto da parte dell’Istituto, nell’ambito del mandato, dei mutamenti climatici e del sostegno all’occupazione. Si tenta, tuttavia, all’interno della Bce ma da posizioni minoritarie, di far discendere da queste discussioni misure concrete per l’immediato, ma in chiave restrittiva. La speranza che innovazioni come il Next Generation Eu possano diventare permanenti viene, almeno per ora, soprattutto dalla Germania, frustrata sostenendosi il carattere straordinario di questo importante piano. Su tutto domina l’azione di contrasto del Covid-19 non ancora sconfitto, sicché ogni iniziativa non può non tenere conto della priorità assoluta di questa controffensiva. In tale quadro, occorre che salga di livello l’azione dell’Esecutivo. La figura del premier deve caratterizzarsi per una decisa opera di proposta. Non possono esservi decisioni della specie soltanto nel campo, meno idoneo, delle nomine pubbliche per le quali non sono stati introdotti criteri, requisiti, vincoli, oggettivi e predeterminati, nonché trasparenti. Anche a livello europeo, se si pensa alle cruciali questioni accennate delle regole di bilancio e di quelle bancarie, la credibilità e il prestigio del premier devono essere impiegati per un’auspicabile svolta, innanzitutto in nome della crescita, del lavoro e della coesione sociale, finalità e vincolo, quest’ultima, da Draghi spesso richiamati. A queste sfide si aggiungono quelle internazionali, nel nuovo contesto determinato dalla presidenza Biden, a cominciare dalla presidenza del G20 di Venezia, nel prossimo mese. (riproduzione riservata)