Priya Ghose e la sua amica Irena Wang hanno creato l'app «BabyTime» per permettere ai loro bambini piccoli di effettuare chiamate toccando le foto dei familiari. L’interfaccia è volutamente semplice: diversamente da FaceTime, non si rischia di chiamare la persona sbagliata. «Non vogliamo app piene di pubblicità e distrazioni inutili», ha spiegato Wang.
L'app non è disponibile sull’App Store. Le due mamme di New York l’hanno realizzata in un pomeriggio, usando codice generato dalla versione gratuita di Claude, il chatbot AI di Anthropic. Visto che BabyTime è pensata solo per uso personale, i contatti sono stati «hard-coded», cioè integrati direttamente nell'app con foto e numeri. Ora, la figlia di tre anni di Wang la usa ogni settimana; quella di Ghose è ancora troppo piccola, ma presto ci riproveranno.
Tradizionalmente, il software è sempre stato qualcosa da consumare, non da creare. Ma negli ultimi due anni, strumenti di generazione automatica del codice tramite IA stanno cambiando le regole. Chatbot come Claude e ChatGPT traducono l’inglese in codice pronto all’uso, mentre editor come Cursor, pensato per ingegneri, offrono suggerimenti di codice in tempo reale.
Esistono poi soluzioni «no-code» come Replit e Lovable, accessibili dal browser e pensate per chi non è sviluppatore. Basta scrivere un prompt tipo “Fammi un sito per mostrare i nuovi album che ascolto ogni mese” e in pochi minuti si ottiene un sito funzionante con tanto di link.
Questo fenomeno è stato ribattezzato «vibe coding» da Andrej Karpathy, ex membro fondatore di OpenAI e responsabile Ia in Tesla: «Gli strumenti sono così evoluti che quasi non tocco più la tastiera», ha scritto su X.
Mentre si discute di come l’AI possa rendere lo sviluppo software più veloce e minacciare i posti dei programmatori junior - con Microsoft che già oggi scrive il 30% del suo codice tramite Ia - l’impatto più rilevante potrebbe essere un altro: democratizzare la programmazione. Non serviranno più lauree in informatica o piani aziendali da miliardi. Come dice lo scrittore e programmatore Robin Sloan, l’AI permetterà a chiunque di cucinare «in casa» le proprie app, anziché consumare quelle «preconfezionate» come fast food digitale.
Michael Keating, fondatore di una startup di e-bike a San Francisco, afferma che l’Ia ha risolto il «classico problema del fondatore non tecnico»: convincere un ingegnere a realizzare un’idea folle. Con un abbonamento da 25 dollari al mese su Replit, ha creato un gioco di «20 domande» per il figlio di 7 anni che «ci giocherebbe all’infinito» e un’app chiamata «Happy Faces» per la figlia di 5 anni, che scrive solo con emoji. «Non ho dovuto convincere nessuno che valesse la pena creare un gioco simile», dice Keating. «Ho deciso che ne valeva la pena e l’ho fatto».
Xavier Maier, studente di studi ambientali alla University of Waterloo, passa le estati piantando migliaia di alberi per una società canadese di riforestazione. Un amico si è offerto di aiutarlo a creare un sito per monitorare il numero di alberi piantati. «Non volevo che facesse tutto questo lavoro gratis, ma ha insistito che era facilissimo», racconta Maier. Dopo «qualche ora» di lavoro con strumenti di codifica di Ia, il sito è operativo e mostra oltre 15000 alberi piantati in un solo mese.
Hudhayfa Nazoordeen, amico ed ex compagno di classe di Maier, è un prolifico «vibe coder». «Probabilmente creo un’app al giorno», dice. Durante una videochiamata su Zoom ha mostrato diverse app personalizzate create per studiare: un tutorial e calcolatore per formule attuariali, un’esplorazione visiva della meccanica celeste per comprendere i punti di Lagrange e i buchi neri senza dover leggere testi complicati.
Nazoordeen programma anche in modo tradizionale - ha iniziato a costruire app a 10 anni - ma sostiene che «vibe coding e ingegneria del software siano due mondi diversi». Usa l’AI per creare app «usa e getta» che abbandona quando non gli servono più, ad esempio al termine di un corso universitario.
Quello che gli attuali agenti di codifica non sono ancora in grado di costruire da soli è il tipo di software che milioni di persone possono usare in modo stabile e sicuro. Per lo sviluppo commerciale serve ancora competenza. Anche per fare «vibe coding» è utile avere una certa familiarità con il funzionamento del software. «Non è così accessibile agli estranei come potrebbe sembrare. Anche solo aprire un account su GitHub è stato un vero incubo,» ha ammesso Maier. «Io ho un vantaggio perché i miei amici studiano informatica».
E poi c’è la sfida più grande: sapere cosa costruire. La maggior parte di noi ha modellato la propria vita attorno a oggetti e strumenti creati da altri. Serve un cambio di mentalità per passare da «vorrei tanto un’app che facesse questo» a «perché non costruirmela da solo?»
Nikunj Kothari, venture capitalist 34enne della Bay Area, è un accanito vibe coder nella sua vita privata, creando siti personalizzati da colorare e app per pianificare i pasti della famiglia. Gli vengono idee mentre è in coda nel traffico. Ma si interroga sul reale potenziale di massa del fenomeno: «La maggior parte delle persone non vuole gestire software. Se desiderano funzionalità in più, preferiscono pagare.»
Per la maggior parte degli usi, le app già pronte vanno più che bene. Ma l’ultimo decennio ha messo in luce i limiti del modello «taglia unica» delle Big Tech. Gli utenti si lamentano del peggioramento dei loro siti preferiti, sempre più costosi e invasi dalla pubblicità. E per gruppi più piccoli o con minore potere d’acquisto - come persone ipovedenti, non anglofoni o, sì, anche neonati - trovare software commerciale adatto alle proprie esigenze è più difficile.
Per questo non posso fare a meno di essere entusiasta delle nuove possibilità offerte dal vibe coding. Nella mia app Note tengo un elenco in costante aggiornamento di idee per app che vorrei realizzare con l’IA. Alcune sono semplici attività di ricerca che mi piacerebbe automatizzare. Altre stanno a metà tra progetto creativo e scherzo elaborato, come un «generatore di titoli acchiappaclick» o «mercati di scommesse per le chat di gruppo». (riproduzione riservata)
