Da società target un decennio fa a possibile artefice di una delle più grandi acquisizioni della storia nel settore farmaceutico. AstraZeneca sta valutando di incorporare uno dei più importanti player, Bristol Myers Squibb (Bms) per creare un polo da 400 miliardi di capitalizzazione.
Da quando la trattativa è diventata di dominio pubblico (il 3 agosto), il titolo è salito del 4,6%. Un paper di Scope Ratings, realizzato dalla director Sabrine Boudella e che MF-Milano Finanza ha potuto leggere in anteprima, analizza l'evoluzione del colosso anglo-svedese e come si sia giunti alla possibilità di acquisire Bms. «Non ci siamo concentrati sulla probabilità dell'acquisizione di Bms da parte di AstraZeneca. Ci sembra piuttosto che nel settore vi siano poche aziende che potrebbero anche solo prendere in considerazione un'operazione di questa portata. D'altronde, anche l'acquisizione di Alexion da parte di AstraZeneca nel 2021 (per 39 miliardi di dollari, ndr) fu considerata una mossa sorprendente all'epoca», commenta Boudella, che aggiunge: «Se l'operazione fosse finanziata in gran parte con equity anziché con debito, la solvibilità della società risultante dalla fusione sarebbe probabilmente ancora più solida di quella di ciascuna delle due società prese singolarmente».
Nel 2012 AstraZeneca generava 28 miliardi di dollari di ricavi e aveva in pipeline 84 progetti, di cui 71 in fase clinica, ma soltanto 11 in fase III o sottoposti a revisione regolatoria. Nel 2025 i ricavi avevano raggiunto 59 miliardi di dollari, l'ebitda era salito a 19,5 miliardi e la pipeline si era ampliata fino a 197 progetti, di cui 176 asset in fase clinica e circa 20 nuovi farmaci in studi in fase avanzata. Ciò ha consentito al management di fissare un ambizioso obiettivo di ricavi di 80 miliardi di dollari entro il 2030, facendo leva sulla solidità del portafoglio e della pipeline esistenti.
AstraZeneca ha realizzato questa trasformazione non concentrandosi su un numero ristretto di aree terapeutiche ma costruendo posizioni di leadership in oncologia, malattie rare, malattie respiratorie e immunologia, e Cvrm (cardiovascolare, renale e metabolismo) e più recentemente nei farmaci per la perdita di peso. «In molti», ha sottolineato Boudella, «sono scettici sulla strategia di diversificazione di AstraZeneca, questo per due ragioni. La prima è chiedersi se ne hanno davvero bisogno, dato il rischio che comporta. La seconda ragione riguarda le economie di scala che possono essere significative ma, sia chiaro, in un settore rischioso come quello farmaceutico, non sono mai certe. Le economie di scala possono portare a delle efficienze per quanto riguarda ricerca e sviluppo, ma d'altra parte possono sorgere delle complicazioni nel gestire più divisioni».
Il settore «è altamente rischioso e dipende strettamente dai cicli di innovazioni. I maggiori pericoli sono rappresentati dalla perdita di esclusività o dall'arrivo di una tecnologia che rende obsoleto il brevetto che si possiede. Resta un'industria acquisitiva, ma l'ipotetica operazione AstraZeneca-Bms, per le sue dimensioni, risponde a dinamiche di altro tipo ed è soggetta a un diverso livello di rischio». Gli investitori finora hanno premiato il management di AstraZeneca per la sua propensione al rischio. La capitalizzazione di mercato della società è di 212 miliardi di euro, rispetto ai 114 miliardi di Bms, nonostante i ricavi siano superiori di poco: rispettivamente 58,7 miliardi di dollari contro 48,2 miliardi. Questo premio di valutazione offre ad AstraZeneca una capacità di indebitamento inutilizzata tale da valutare un'operazione con Bms finanziata tramite cassa e azioni.
«Qualora questa operazione andasse a buon fine, non è detto che anche gli altri grandi operatori correranno verso l'm&a, anzi, è probabile che non accada. L'm&a nel settore farmaceutico dipende da cosa le società hanno in portafoglio e da ciò di cui hanno bisogno. È molto difficile individuare la società target giusta: gli asset di alta qualità sono rari». Guardando alle imprese farmaceutiche tricolore, «l'Italia ha un solido mercato domestico ma le società sono di dimensioni modeste rispetto ai grandi player internazionali. Il settore è frammentato, teoricamente ci sarebbe spazio per operazioni di consolidamento, ma ogni mercato risponde alle proprie dinamiche». (riproduzione riservata)