Il 2026 della pelletteria made in Italy resta un anno ancora critico. Nei principali distretti italiani si cercano soluzioni per arginare la crisi e ripensare il business, tra aggregazioni, riorganizzazioni industriali e il passaggio dal puro terzismo a un modello misto fondato su investimenti in marchi propri. Archiviato il 2025 con arretramenti nelle principali variabili, con quasi 11,4 miliardi di euro di fatturato (-4,9%), di cui 9,7 miliardi dall'export (-5,4%), nei primi tre mesi dell'anno, secondo i dati del centro studi di Confindustria accessori moda per Assopellettieri, si assiste nel comparto italiano a una diminuzione del 3,5% dei ricavi. Nel distretto di Scandicci e nell'area fiorentina la crisi degli ultimi anni sta portando a rivederne il modello. Secondo Cna Firenze metropolitana, nel primo trimestre le imprese di pelletteria sono 3.483 (per il 62% artigiane), con un -3,4% delle imprese registrate a fine 2025 (-4,5% quelle artigiane) e -5,1% nell'area di Scandicci. «Il sistema moda nel suo complesso occupa oltre un terzo degli addetti manifatturieri toscani, ma pesa per poco più del 5% della ricchezza regionale, secondo il dato di Irpet a febbraio scorso», spiega a MFF Simone Balducci, presidente di Cna Federmoda Firenze. «Questo significa che qui si lavora tantissimo, si produce valore, ma a chi produce ne resta troppo poco. Questa situazione mostra i limiti del modello industriale adottato da molti grandi marchi, basato sull'internalizzazione di alcune lavorazioni e sulla concentrazione degli ordini su un numero sempre più ristretto di fornitori. Il rischio è che la risposta diventi lo spostamento di quote di produzione fuori dalla Toscana». In Lombardia, seconda regione del comparto con 492 aziende attive, operano alcune grandi realtà e tanti piccoli artigiani. La situazione? «È in linea con quella nazionale, forse con qualche criticità in meno perché la pelletteria lombarda è composta perlopiù da aziende di piccole dimensioni», afferma Carlo Briccola, vice presidente nazionale di Assopellettieri e production manager di Bric's. «Il tema determinante è la marginalità. Se un'azienda è in grado di contenere i costi fissi, regge nei momenti più critici». Scendendo in Campania, un caso e mblematico è quello della pelletteria Paolo Bianchi di Frattamaggiore (Napoli), che ha improntato un cambio del modello di business, dismettendo in parte l'attività di commesse industriali per le griffe per svil uppare il marchio di proprietà Ada Mutti. «Dopo aver subito una grossa perdita di lavoro nel 2025, ho scelto di fare un percorso inverso», spiega lo stesso Paolo Bianchi. «Abbiamo mantenuto solo alcune commesse esterne». Nel distretto campano nei primi tre mesi 2026 si sono registrate flessioni sia delle imprese (-40 unità) sia degli addetti (-1,6%). (riproduzione riservata)