«Sono caduto per terra, è colpa di Voltaire. Il mio naso nel ruscello, è la colpa di Rousseau». Chi non ricorda la canzone di Gavroche nei Miserabili di Victor Hugo?
In un articolo bellissimo pubblicato sul Corriere della sera, che andrebbe affisso nelle aule delle facoltà di scienze sociali, Antonio Polito è tornato alla grande dicotomia: Rousseau contro Constant. Il primo, padre controverso della democrazia, nella versione sospetta di una volontà generale diretta ma intollerante verso le minoranze. Il secondo, padre nobile, insieme a Stuart Mill, del liberalismo classico, inteso innanzitutto come libertà dallo Stato. Ma Constant, ci ricorda giustamente Polito, è anche fautore della libertà positiva intesa come concorso alle decisioni pubbliche.
Perché tornare alle origini della nostra modernità politica? La risposta è semplice: la democrazia liberale, che ci ha concesso grandi soddisfazioni nel secondo dopoguerra è entrata in crisi. E il vento della crisi proviene proprio da quell’America che, con geniale intuizione, nel 1787 prima tra tutti gli altri era riuscita a concretizzare questo binomio – democrazia liberale – in una costituzione.
Polito prende parte per Constant ed è comprensibile: nel suo pensiero politico e costituzionale aveva ammonito dall’inseguire le chimere della democrazia diretta degli Antichi, il cui presupposto era nientemeno che la schiavitù, per abbracciare le virtù della rappresentanza. Il problema però è che per Constant la democrazia era riservata a pochi: su base censitaria o culturale. E questo vizio élitista e, nella versione più incancrenita, oligarchico, la rappresentanza politica se lo è sempre portato dietro.
Proprio la storia francese lo testimonia. Nel 1848 i liberali del «giusto mezzo» furono spazzati via da una rivoluzione democratica, all’insegna del suffragio universale, che contagiò tutta l’ Europa. Ne seguì il bonapartismo, che era una espressione autoritaria ma originale della volontà generale, incarnata nell’adesione carismatica al mito e alla memoria di Napoleone. Nel 1870 un nuovo sussulto: la Comune di Parigi che ritorna invece alla versione più pura di Rousseau attraverso la proclamazione della democrazia diretta e dell’autogoverno assoluto dei cittadini attraverso nientemeno che l’abolizione dello Stato.
Da allora l’itinerario verso l’equilibrio tra democrazia e libertà si è snodato lungo tragedie che ben conosciamo fino ad approdare ai nostri giorni. Ebbene rassegniamoci: Constant non ha vinto e Rousseau non ha perso. La volontà generale è come un magma che periodicamente erutta dal vulcano travolgendo la sapiente alchimia dello Stato di diritto. Oggi la fortuna che conosce il potere esecutivo, nel quale i cittadini investono proprio il bisogno di un’espressione diretta della loro volontà confiscata da parlamenti assai poco rappresentativi, non è un fenomeno patologico o passeggero.
È la conseguenza del tradimento del neoliberalismo consumato negli ultimi trent’anni che ha ridato fiato a due interpretazioni opposte di Rousseau; la prima, quella della democrazia diretta nella versione ipertecnologica delle piattaforme; la seconda, nella personificazione fideistica in un capo che interpreti le aspirazione di un popolo negletto dalla oligarchia. Non me ne voglia il colto ed elegante Antonio Polito. Non è da Constant, solo, che bisogna ripartire, ma anche da Rousseau, per ritrovare un equilibrio che, sotto gli occhi di tutti, oggi è gravemente compromesso. (riproduzione riservata)
*Professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Firenze