Il recente aumento dei rendimenti dei titoli di Stato Usa a lungo termine ha agitato i mercati, ma potrebbe rivelarsi una manna per gli istituti di credito americani. Una delle conseguenze principali è l’inasprimento della cosiddetta curva dei rendimenti, che misura la differenza tra i tassi a breve e a lungo termine. Di recente, lo scarto tra il rendimento dei Treasury a 2 anni e quelli a 10 anni ha toccato uno dei massimi dal 2022.
Se questa tendenza dovesse proseguire, rappresenterebbe un cambiamento significativo, e una buona notizia per le banche. Negli ultimi anni, infatti, la curva era rimasta piatta o addirittura invertita, con i rendimenti a breve superiori a quelli a lungo termine, una configurazione sfavorevole per il tradizionale modello di business bancario.
Le banche, infatti, raccolgono fondi principalmente a breve termine, attraverso i depositi dei clienti, i cui tassi sono legati al costo del denaro nel brevissimo periodo. Poi impiegano questi fondi sotto forma di prestiti, obbligazioni ipotecarie o titoli del Tesoro a lunga scadenza. Il margine tra quanto pagano per raccogliere liquidità e quanto guadagnano nel prestarla, noto come margine d’interesse netto, rappresenta la loro principale fonte di profitto.
Più la curva è inclinata verso l’alto, maggiore è il margine di guadagno. E così, anche se l’economia statunitense è appesantita da incertezze come i dazi commerciali e il timore di un deficit pubblico crescente, l’inflazione e il rialzo dei tassi potrebbero rafforzare le basi reddituali delle banche.
Il margine d’interesse netto, che negli ultimi anni era sceso sotto la media storica, potrebbe così tornare a crescere e compensare altri venti contrari, come il rischio di recessione legato a una guerra commerciale. Secondo gli analisti di TD Cowen, il margine medio delle grandi banche statunitensi era del 2,81% nel quarto trimestre del 2024, ancora al di sotto della media storica ventennale del 3,2%. «Ci aspettiamo un miglioramento del margine d’interesse netto», scrivono, citando una «curva dei rendimenti in pendenza positiva» e un ritorno a «livelli più normali» dei tassi.
Ma non è tutto oro quel che luccica. L’aumento dei tassi a lungo termine fa calare il valore dei bond acquistati in passato a tassi più bassi. Questo problema fu alla base del collasso della Silicon Valley Bank nel 2023: le forti perdite latenti sui portafogli obbligazionari resero impossibile fronteggiare i deflussi di depositi.
Anche se le banche oggi non sono costrette a vendere quei titoli in perdita, l’accumulo di perdite non realizzate può comunque intaccare i loro requisiti patrimoniali. Tuttavia, con il tempo, la scadenza dei vecchi bond permette di reinvestire i capitali in titoli a più alto rendimento, aumentando la redditività e il capitale disponibile.
E se un’eventuale nuova amministrazione Trump dovesse allentare i requisiti patrimoniali, le banche si troverebbero con ancora più capitale in eccesso da impiegare per aumentare i prestiti o finanziare buyback nel caso in cui la domanda di credito restasse debole.
Il mercato, intanto, resta incerto. A inizio 2025, i titoli bancari avevano sovraperformato sull’onda dell’ottimismo per una ripresa economica. Ma a marzo e aprile hanno rallentato, appesantiti dal ritorno dei timori legati ai dazi. Attualmente, sia il KBW Nasdaq Bank Index sia l’S&P 500 sono sostanzialmente piatti da inizio anno. Se la curva dei rendimenti dovesse continuare a inclinarsi gradualmente, potrebbe dare nuova linfa ai titoli bancari. (riproduzione riservata)
