Il terzo grande protagonista di queste elezioni americane, dopo Donald Trump e Kamala Harris, è stata l’economia. Ma il modo in cui essa potrebbe influenzare i risultati non è semplice. Da un lato, la crescita è stata costante, generando milioni di nuovi posti di lavoro e facendo aumentare i salari. Dall’altro, i prezzi sono nettamente più alti rispetto a quando il presidente Joe Biden è entrato in carica e le abitazioni sono meno accessibili, fattori che pesano sull'umore degli americani.
Kamala Harris non ha posto l’accento sui dati relativi all'occupazione e alla crescita come ha fatto Biden, concentrando invece il suo messaggio su quella che definisce «economia delle opportunità». Donald Trump ha detto invece che avrebbe portato avanti una serie di tagli alle tasse e messo nuovi dazi, dipingendo al contempo un quadro più cupo dell'economia. Nel fine settimana ha avvertito che una vittoria di Harris avrebbe portato a «una depressione economica in stile 1929».
Durante l’amministrazione Biden, gli americani hanno dato all’economia voti bassi, spinti dalla frustrazione per gli aumenti dei prezzi. Anche in questo caso, tuttavia, entra in gioco una netta divisione partitica. I sondaggi sui consumatori dell’Università del Michigan mostrano che i repubblicani giudicano l’economia peggiore rispetto a quando la pandemia ha colpito nell’ultimo anno della presidenza Trump. I democratici la ritengono invece migliore di quanto non fosse mai stata durante il mandato di Trump.
Nonostante queste valutazioni negative, quello che i cittadini hanno fatto con i loro portafogli racconta una storia diversa. La scorsa settimana il Dipartimento del Commercio ha riferito che, depurata dall’inflazione, la spesa dei consumatori è aumentata del 3% nel terzo trimestre rispetto all’anno precedente. Nei primi tre anni dell’amministrazione Trump, prima della pandemia, la spesa dei consumatori è cresciuta a un tasso annuo del 2,6%.
L’interazione tra crescita robusta e prezzi elevati potrebbe essere uno dei motivi principali per cui i sondaggi hanno dato le elezioni molto incerte. Questo è anche il risultato di un modello di previsione delle presidenziali che l’economista dell’Università di Yale Ray Fair ha sviluppato per la prima volta negli anni ‘70.
Analizzando i dati risalenti ai primi anni del Novecento, ha scoperto che tre variabili economiche hanno fatto un buon lavoro nel prevedere il voto presidenziale. La prima è il tasso di crescita pro capite del pil reale, o corretto per l’inflazione, nei tre trimestri precedenti le elezioni. Più l’economia è cresciuta durante l’anno elettorale, meglio è andata per il candidato del partito al potere.
Il pil pro capite è cresciuto a un tasso del 2% nei primi tre trimestri di quest’anno, il ritmo migliore in vista delle elezioni da quando l’ex presidente George W. Bush vinse il suo secondo mandato nel 2004. Il pil pro capite è aumentato a un tasso ancora migliore, pari al 2,8% durante ‘'intera presidenza di Biden fino al terzo trimestre, il dato migliore dai tempi dell’ex presidente Lyndon Johnson, ma il lavoro di Fair suggerisce che gli elettori si concentrano soprattutto sui risultati recenti dell’economia.
Il potere del pil pro capite nel predire il voto è un riflesso del fatto che, quando è in forte crescita, anche altri fattori, come la crescita dei posti di lavoro e dei salari, di solito vanno bene. Ma il lavoro di Fair mostra che gli elettori sembrano avere una memoria più lunga per l’inflazione che per la crescita economica.
La seconda variabile del suo modello è la variazione di una misura dell’inflazione chiamata indice dei prezzi del pil. Fair ha scoperto che sono le variazioni dei prezzi nell’arco dell’intero mandato presidenziale a contare. Più i prezzi sono aumentati, peggio è per il partito in carica. L’indice dei prezzi del pil si è espanso a un tasso annuo del 4,5% nei primi 15 trimestri della presidenza Biden, il ritmo più veloce dal primo mandato dell’ex presidente Ronald Reagan. La memoria lunga degli elettori sull’inflazione si è vista bene quest’anno. La rabbia per i forti aumenti dei prezzi verificatisi all’inizio della presidenza Biden è persistita anche se l’inflazione si è raffreddata. E persiste anche se le analisi economiche dei dati del dipartimento del Lavoro mostrano che i salari della maggior parte dei lavoratori sono aumentati più dei prezzi.
L’ultima variabile del modello di Fair è quella che chiama «trimestri di buone notizie»: il numero di trimestri durante il mandato presidenziale in cui la crescita del pil pro capite ha superato il 3,2%. Ce ne sono stati quattro durante l’amministrazione Biden. Per Trump ce ne sono stati tre prima delle elezioni del 2020. Sulla base delle tre variabili economiche, più alcune misure non economiche come la durata del potere del partito del presidente, il modello di Fair ha previsto che Harris raccoglierà il 49,5% e Trump il 50,5% della quota di voti dei due partiti. In altre parole, proprio come mostrano le medie dei sondaggi: una gara praticamente alla pari. Ciò non significa che i risultati effettivi assomiglieranno a un ballottaggio. Il modello di Fair non tiene conto delle questioni non economiche che possono motivare gli elettori, né dell’efficacia delle campagne elettorali.
In effetti, il modello ha generato errori più grandi del solito nelle ultime due elezioni presidenziali, anche se nella direzione opposta a quella dei sondaggi. Inoltre, l’istantanea dell’economia che la gente porta con sé nelle cabine elettorali può sempre cambiare in modi che nessun modello può rilevare.
Il rapporto sull’occupazione di venerdì scorso ha mostrato che a ottobre gli Usa hanno guadagnato un misero numero di 12.000 posti di lavoro. Una cifra pesantemente distorta dalle perdite di posti di lavoro causate dagli uragani Helene e Milton, nonché dallo sciopero della Boeing. Ma le persone che leggono solo i titoli dei giornali potrebbero sentirsi un po’ più tristi. Oppure potrebbe fare il pieno alla propria auto il giorno del voto e giungere a una conclusione diversa: lunedì scorso un gallone di benzina normale costava in media 3,10 dollari al gallone, rispetto ai 3,43 dollari di un anno fa e al picco del giugno 2022 di 5,02 dollari. La benzina influenza pesantemente la visione dell’inflazione: è un acquisto frequente e il prezzo è esposto su cartelli di dimensioni imponenti. (riproduzione riservata)
