È sempre più mini dollaro. L’indice del biglietto verde ha raggiunto il livello di 95,99, registrando una perdita del 10% dall’inizio dell’anno e attestandosi sui minimi degli ultimi tre anni (la media degli ultimi cinque anni è pari a 100,4). La valuta Usa quota attualmente a 1,1822 contro l’euro (+0,3%), rispetto alla media di 1,08 del 2024, aggiornando i minimi dopo il dato sull’inflazione risalita al 2% a giugno nell’Eurozona e sotto la crescente pressione sulla Federal Reserve affinché tagli i tassi.
Questa spinta arriva sia dall’amministrazione Trump, che contesta apertamente l'indipendenza della banca centrale, sia da dati economici statunitensi meno brillanti, spiega un’analisi della fintech Ebury. «Fortunatamente, non si sta ripetendo il preoccupante trend di “sell America” che aveva allarmato i mercati ad aprile. Anzi, le azioni e i titoli del Tesoro Usa mantengono performance robuste. Nonostante ciò, il dollaro continua a subire gli effetti dei conflitti commerciali, mostrando una notevole debolezza contro quasi tutte le valute principali», sostiene Ebury.
Saranno i dati sul lavoro attesi nella prima settimana di luglio a fornire le risposte chiave. Parallelamente, bisogna seguire il disegno di legge sul bilancio negli Stati Uniti. «Le trattative sono serrate, e la sua mancata approvazione implicherebbe un significativo giro di vite fiscale a partire dal prossimo anno. Riteniamo però che questa eventualità sia poco probabile», conclude Ebury.
Il rally dell’euro preoccupa la Bce. La Banca Centrale Europea può ignorare un apprezzamento dell'euro nei confronti del dollaro fino a 1,20 dollari ma al di sopra di questa soglia sarebbe più molto più complicato, ha detto il vicepresidente della Bce, Luis de Guindos: «Penso che 1,17 dollari, o anche 1,20 dollari, sia qualcosa che possiamo gestire», ha detto in un’intervista a Bloomberg Tv. «Oltre questa soglia sarà molto più complicato».
Dazi statunitensi al 10% sui prodotti europei uniti a un analogo o addirittura superiore apprezzamento dell’euro sul dollaro avrebbero un impatto significativo sulle esportazioni della zona euro, ha avvertito un altro banchiere centrale della Bce, Martins Kazaks, osservando anche che la maggior parte degli aggiustamenti sui tassi è stata fatta. «Se ci dovessero essere altri tagli», ha precisato, «saranno contenuti».
Tra le aziende italiane quotate con la maggior esposizione agli Stati Uniti (squilibrio tra ricavi in dollari e costi in altre valute), il team di ricerca di Banca Akros evidenzia Brunello Cucinelli (azione coperta con un rating buy, 30% delle vendite in Usa, import), Campari (buy; 28% delle vendite in Usa, import), Ferrari (neutral; 25% delle vendite in Usa, import), Stm (neutral; 40% delle vendite in Usa, import) e Stellantis (neutral; 37% delle vendite in Usa, import).
Le aziende con un’elevata esposizione agli Stati Uniti, ma prevalentemente legata alla conversione valutaria (ricavi e costi entrambi in dollari) includono Diasorin (buy; 50% delle vendite in Usa, business locale), Tenaris (buy; 50% delle vendite in Usa, business locale), Buzzi (neutral; 40% delle vendite in Usa, business locale) e Prysmian (buy; 36% delle vendite in Usa, business locale).
«Riteniamo che le aziende che potrebbero essere maggiormente impattate dalla debolezza del dollaro, considerando il limitato pricing power, siano Stellantis e Stm, anche se quest’ultima dovrebbe beneficiare nel breve termine della propria politica di copertura progressiva», conclude Banca Akros. (riproduzione riservata)