In un mondo che viaggia alla velocità dell'intelligenza artificiale i legali d'azienda hanno sempre più necessità di stare al passo con i nuovi strumenti e con le normative che ne regolano l'utilizzo. In concomitanza con l'approvazione dell'AI Act in Unione Europea, il summit di MF-Milano Finanza è stato anche luogo di confronto per gli esperti per raccontare come l'AI sia già di fatto entrata all'interno dei loro uffici.
Realtà come Google sono tra le pioniere. Marilù Capparelli, legal director della multinazionale Usa, ha spiegato che l'approccio della big tech all'AI «è veloce ma deve rispettare tre aspetti: il coraggio dell'innovazione, la responsabilità e l'etica e insieme trovare il giusto equilibrio tra i due elementi». Se l'AI «è utilizzata in maniera impropria», ha evidenziato, «può esacerbare alcune delle sfide di questa società, come la disinformazione». Ma anche le aziende italiane sembrano non restare indietro. Giovanni Lombardi, general counsel di Illimity Bank, ha raccontato ad esempio come l'istituto bancario stia «testando l'intelligenza artificiale per creare modelli di credit scoring funzionali alle pre-valutazioni di credito: vediamo una grande evoluzione di tutti gli attori». E se la spinta alla digitalizzazione all'interno del mondo del credito sembra più scontata, non è da meno il comparto della moda. «In azienda», ha raccontato Claudia Ricchetti, general counsel e company secretary di Ferragamo, «abbiamo deciso di darci una linea guida su come utilizzare l'intelligenza artificiale per contenere i rischi, senza però fermarci di fronte a un progresso ormai inevitabile. Usiamo ad esempio un servizio di traduzione simultanea per aiutare la comunicazione interna tra chi non parla la stessa lingua, ci ha permesso di velocizzare certi processi e ridurre i costi».
La rivoluzione digitale ha già trovato posto anche negli stessi studi legali, che negli Stati Uniti però sono più avanti che in Italia. Adam Aft e Danielle Benecke, rispettivamente head of North America technology transactions e global head machine learning practice di Baker McKenzie, hanno spiegato come «l'AI non abbia sconvolto il modello di business, ma sia parte del processo in atto per migliorare i servizi che lo studio offre ai clienti». Nel corso degli anni, hanno raccontato, «abbiamo sperimentato varie AI in diversi servizi ottenendo guadagni significativi in termini di produttività». È così che il processo di sviluppo anche verso l'AI generativa sembra essere obbligato, così come sostenuto da Maria Francesca Quattrone, founding partner di Dike Legal secondo cui bisogna abituarsi «a utilizzare l'intelligenza artificiale, anche per evitare il rischio di essere sovrastati dalla concorrenza». Parlando proprio dell'Italia Giovanni Briola, tesoriere dell'Ordine degli Avvocati di Milano ha raccontato anche che «si stanno sperimentando due sistemi di giustizia predittiva». «Il nostro però», ha specificato Briola, «non è un sistema di common law, non puoi semplicemente inserire nell'AI vecchie sentenze per ottenere un giudizio sensato».
Italiani o statunitensi, studi legali o general counsel, è comunque molto chiaro a tutti che le implicazioni negative di questa trasformazione comportino dei rischi, così come ha ricordato Allegra Canepa, professore associato di Diritto dell'Economia dell'Università degli Studi di Milano sottolineando che infatti «l'AI Act è strutturato su una suddivisione basata sui diversi livelli di rischio delle varie intelligenze artificiali». Una volta partito però, il cambiamento non si può più arrestare ed è palese, ha concluso durante l'evento Fabrizio Vedana, partner e amministratore di Across Family Advisors, che «l'AI porterà a un cambiamento nel modo di fare l'avvocato: non confezionerà atti fatti e finiti, ma fornisce già suggerimenti su come scrivere gli atti nel miglior modo possibile». (riproduzione riservata)