Il caotico lancio dei dazi sta cominciando a riflettersi sui cartellini dei prezzi sugli scaffali dei negozi. La stretta sull’immigrazione sta iniziando a pesare sulla crescita dell’occupazione, secondo i sondaggi federali. Presi insieme, gli effetti dei sei mesi tumultuosi del presidente Trump di nuovo in carica stanno iniziando a manifestarsi nell’economia.
L’impatto non è ancora sufficiente a far deragliare l’economia, che per molti aspetti ha resistito alle guerre commerciali di Trump molto meglio di quanto temessero molti a Wall Street e a Washington. Secondo un sondaggio del Wall Street Journal, gli economisti vedono ora un rischio di recessione inferiore rispetto a tre mesi fa. Tuttavia, sembra giunta al termine la lunga fase in cui le politiche di Trump lasciavano poche tracce nei dati economici.
Gli investitori si sono abituati a vedere l’America incassare i colpi: prima durante la pandemia del 2020-21 e poi durante gli aumenti dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve nel periodo 2022-23. Questa volta, però, la pressione si sta accumulando dall’interno in modi difficili da prevedere.
I dati sull’inflazione di giugno, pubblicati martedì 15 luglio, sono risultati in linea con le aspettative degli economisti, con un tasso annuo del 2,7%. Ma si sono registrati aumenti di prezzo su importanti beni importati come mobili e abbigliamento, un potenziale segnale di rincari legati ai dazi, che secondo molti economisti continueranno nei prossimi mesi.
I costi dei beni core, esclusi quelli automobilistici, sono aumentati al ritmo mensile più rapido degli ultimi tre anni, secondo Ubs. A meno di una recessione o di un ridimensionamento dei dazi, gli analisti della banca prevedono che l’inflazione complessiva non scenderà più al tasso del 2,3% registrato ad aprile da qui alla fine del 2027.
«Il rapporto di oggi ha mostrato che i dazi stanno cominciando a farsi sentire», ha scritto Omair Sharif, fondatore e presidente di Inflation Insights, in una nota ai clienti. Anche se martedì il mercato azionario ha continuato a muoversi vicino ai massimi storici, una svendita del debito pubblico ha spinto i rendimenti dei titoli del Tesoro verso l’alto, con il rendimento trentennale salito sopra il 5% per la prima volta da maggio.
Cominciano a emergere anche segnali di cedimento nel mercato del lavoro. Sebbene i dati sulla forza lavoro non autorizzata siano inaffidabili, sembra che la crescita dell’occupazione stia rallentando nei settori che dipendono fortemente da lavoratori entrati illegalmente nel Paese. La forza lavoro nata all’estero si è ridotta in modo significativo da marzo. E i nuovi immigrati sembrano più riluttanti a partecipare al sondaggio mensile del Dipartimento del Lavoro sulle famiglie.
Detto questo, gli americani continuano a spendere, e i datori di lavoro continuano ad assumere. Martedì, alcune delle maggiori banche statunitensi hanno riportato utili trimestrali superiori alle attese.
Resta però la domanda se tutto ciò potrà reggere e, in caso contrario, per quanto tempo la più grande economia del mondo riuscirà ancora a mantenere il passo.
A partire da domenica, gli americani affrontano un’aliquota tariffaria effettiva media del 20,6%, secondo quanto riportato dallo Yale Budget Lab, il livello più alto dal 1910.
Gli effetti completi dei dazi potrebbero non farsi sentire per mesi, a causa delle scorte accumulate in precedenza dagli importatori, dei lunghi tempi di spedizione e dell’imprevedibilità delle trattative di Trump. Tuttavia, lo Yale Budget Lab stima che gli aumenti dei prezzi risultanti potrebbero equivalere a una perdita di reddito annuo pari a 2.800 dollari per famiglia.
Già ora, il costo di input economici fondamentali come acciaio e alluminio è aumentato drasticamente. I prezzi del rame hanno toccato un record dopo che Trump ha annunciato dazi del 50% sulle forniture importate a partire dal 1° agosto, con la conseguenza di rendere più costosa la costruzione di data center, abitazioni e semiconduttori.
Isabella Weber, professoressa di economia all’Università del Massachusetts ad Amherst, ha affermato che una maggiore certezza sui livelli tariffari potrebbe, col tempo, offrire a più aziende una copertura per aumentare i prezzi senza perdere quote di mercato. «Una volta che questa dinamica si innesca davvero, potrebbe diventare autoalimentata», ha aggiunto.
Anche se i dazi iniziano a riflettersi più chiaramente sui prezzi, ciò non significa necessariamente che l’inflazione complessiva seguirà lo stesso andamento. Il rapporto di martedì ha rilevato un rallentamento dell’inflazione nei servizi, in particolare per quanto riguarda l’alloggio.
Anche le tariffe aeree e i prezzi degli hotel sono risultati deboli. Questo potrebbe essere un segnale che alcune famiglie stanno riducendo le spese per viaggi discrezionali. Tali dati potrebbero indurre la Federal Reserve a concludere che una domanda contenuta impedirà ai dazi di alimentare un’inflazione a catena, consentendole così di riprendere il taglio dei tassi d’interesse.
I funzionari della Casa Bianca hanno contestato l’idea, ampiamente condivisa, che gli importatori trasferiranno inevitabilmente i dazi sui consumatori. In un post sui social media dopo il rapporto sull’inflazione di martedì, Trump ha definito l’inflazione «molto bassa» e ha rinnovato l’appello alla Federal Reserve affinché tagli i tassi d’interesse.
La recente megalegge approvata dai Repubblicani, che prevede tagli fiscali e di spesa, potrebbe anche sostenere la crescita sotto alcuni aspetti, incluso il fatto che consente alle imprese di portare subito in detrazione i nuovi investimenti, ha dichiarato Alan Cole, economista senior della Tax Foundation, un think tank di Washington. «Ci sono ampi margini perché l’economia mantenga le sue prestazioni complessive, anche in presenza di politiche inefficienti in qualche settore", ha affermato.
Le principali banche e società di carte di credito hanno recentemente evidenziato segnali di indebolimento della spesa tra gli americani a basso reddito, proseguendo una tendenza in atto da alcuni anni. Ma questo, da solo, potrebbe non essere sufficiente a rallentare un’economia in cui i più ricchi stanno beneficiando di un mercato azionario da record e sostengono la spesa complessiva.
«Continuiamo a faticare a vedere segnali di debolezza» tra i nostri clienti, ha dichiarato martedì il direttore finanziario di JPMorgan, Jeremy Barnum, durante una call sugli utili. «Il consumatore, in sostanza, sembra stare bene». (riproduzione riservata)
