Una tassa a carico delle grandi piattaforme digitali per sostenere l'editoria locale. Ai principali player - Meta (Facebook e Instagram), Google, TikTok e Microsoft (Linkedin) - la scelta: o si accordano con i gruppi editoriali e remunerano i contenuti, oppure pagano le imposte direttamente al governo. È la regola appena varata dall'Australia, che ieri ha approvato in via definitiva un pacchetto di sostegno al settore dei media denominato News Bargaining Incentive.
La misura si applica ai motori di ricerca e social media che superano i 250 milioni di dollari australiani (circa 178 milioni di dollari statunitensi) di ricavi pubblicitari nel Paese. Queste piattaforme sono chiamate a raggiungere un'intesa commerciale con almeno otto diversi editori australiani per compensare le tasse dovute. Ogni accordo non può pesare per più del 25% dell'obbligo in capo alla piattaforma. Se questi vincoli non saranno rispettati, scatterà un contributo pari al 2,75% dei ricavi pubblicitari digitali in Australia.
Secondo le stime citate dal Parlamento australiano in fase di discussione della legge, il meccanismo dovrebbe garantire al sistema mediatico oltre 250 milioni di dollari australiani di risorse. Nel caso in cui le piattaforme scelgano la via del pagamento diretto della tassa, i fondi saranno distribuiti ai media in un secondo momento. Inoltre, l'Australian Associated Press e gli editori più piccoli potranno ricevere qualche sovvenzione.
L'Australia ha già provato a rendere le grandi piattaforme partecipi del finanziamento del comparto editoriale. Il primo schema è stato introdotto nel 2019, su base volontaria e testato con Meta e Google. Gli editori australiani sono così riusciti a chiudere oltre 30 accordi per un valore di circa 250 milioni di dollari australiani nel 2021, cifra presa come punto di partenza per stabilire l'entità del nuovo contributo. Tuttavia, nel 2024 il programma si è inceppato. «Meta si è ritirata dal codice di contrattazione e ha minacciato di rimuovere le notizie da Facebook e Instagram», ha ricordato la senatrice australiana Sarah Henderson. «Era l'aprile del 2024. Ora siamo nell'agosto del 2026. Ci sono voluti più di due anni per risolvere la questione. In questo periodo di tempo il settore dei media australiani ha sofferto».
Il nuovo schema è obbligatorio e non prevede vie d'uscita né terze opzioni. La scelta per le grandi piattaforme è solo tra chi pagare, lo Stato o gli editori. «Sosteniamo un quadro normativo che incoraggi accordi commerciali autentici piuttosto che il semplice finanziamento pubblico», ha concluso Henderson. «Spero che questo pacchetto di disegni di legge raggiunga gli obiettivi prefissati». (riproduzione riservata)