Alexander Rüstig è arrivato alla guida di Fiocchi in un momento in cui la parola «riarmo» era già entrata nel linguaggio di tutti: nei documenti dei ministeri, nei bilanci delle industrie, nei discorsi dei cittadini. Forse è per questo, quando gli si chiede cosa sia successo al mercato negli ultimi anni, non parte dai droni, dall'AI o dai nuovi sistemi d'arma, bensì dalla politica. «Il mercato è cambiato radicalmente», dice Rüstig, ceo del gruppo Fiocchi, a Milano Finanza nella prima intervista rilasciata in Italia. Quattro anni fa l'industria ragionava soprattutto in termini d'efficienza e ottimizzazione. Oggi «la sicurezza è il fondamento da cui dipende ogni politica pubblica». Così muta anche la gerarchia delle priorità: resilienza, capacità produttiva, sicurezza delle catene di approvvigionamento. È la lezione industriale della guerra in Ucraina, ma anche la consapevolezza che la superiorità tecnologica non protegge da un conflitto potenzialmente interminabile. «Le forze armate moderne necessitano non solo di tecnologie avanzate, ma anche della capacità di produrre grandi quantità di munizioni e altri equipaggiamenti critici per un periodo prolungato», osserva.
L'azienda di Lecco, fondata da Giulio Fiocchi nel 1876 e oggi alla quinta generazione, ha già attraversato epoche in cui la geopolitica è entrata dentro la fabbrica. A inizio '900 Fiocchi diventa stabilimento ausiliario per produrre munizioni per la Prima guerra mondiale. Nella Seconda torna a lavorare a a sostegno delle forze armate. Poi arriva un altro tipo di guerra, quella industriale: la crisi degli anni '70 costringe l'azienda a cambiare passo e cercare all'estero occasioni di crescita. Nascono Fiocchi of America (1983) e Fiocchi Uk (2007). A dicembre 2022 il passaggio decisivo: il 70% di Fiocchi viene acquisito da Czechoslovak Group, colosso della difesa ceco che a gennaio ha debuttato su Euronext con la più grande ipo della difesa al mondo. La trasformazione ha portato la fabbrica lecchese all'interno di uno dei grandi processi industriali del nuovo ciclo geopolitico, che chiede maggiore responsabilità. Ma Rüstig non parla di un disimpegno americano, piuttosto di un rapporto «in evoluzione». L'esperienza estera mostra anche che la cooperazione ha bisogno sia di tecnologie avanzatissime sia di strumenti relativamente semplici ma disponibili in grandi quantità. «Il contrasto ai droni richiede un approccio stratificato», spiega il ceo, nessuna tecnologia è in grado di affrontare da sola ogni minaccia. Nel cambiamento, l'Italia resta punto fermo e gli investimenti proseguono, aumentando la capacità produttiva e rafforzando l'r&s. La sfida che Rüstig descrive è però più grande dell'azienda che guida: è quella di un continente che deve costruire un'industria della difesa efficiente. E per farlo, secondo il manager, non deve per forza riconvertire: può imparare dai modelli produttivi di altre filiere, a partire dalla capacità di produrre su larga scala dell'automotive.