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Così Cina e Iran usano lo yuan per aggirare le sanzioni Usa

di Rory Jones, Austin Ramzy e Costas Paris (Wall Street Journal)
24 giugno 2026, 09:50 Ultimo aggiornamento: 10:01

Dai pagamenti petroliferi in yuan al sistema Cips e alla piattaforma digitale mBridge: così Pechino sta costruendo un’infrastruttura finanziaria alternativa che riduce il potere delle sanzioni americane e rafforza l’asse con l’Iran

La Casa Bianca ha avviato colloqui con l’Iran per un nuovo accordo sul nucleare facendo affidamento su una tradizionale leva negoziale: la promessa di un alleggerimento delle sanzioni e l’accesso a una parte dei circa 100 miliardi di dollari di asset congelati.

Tuttavia, questo strumento sta progressivamente perdendo efficacia. Negli ultimi anni Teheran è riuscita infatti ad attenuare l’impatto della campagna sanzionatoria statunitense sfruttando l’architettura finanziaria cinese basata sullo yuan, un sistema che opera al di fuori della portata di Washington.

Un segnale evidente è arrivato a fine aprile, quando gli Stati Uniti hanno intensificato la campagna denominata «Economic Fury» contro l’Iran, sanzionando una grande raffineria cinese accusata di aver acquistato petrolio iraniano per miliardi di dollari. La società coinvolta, Hengli Petrochemical, ha però sostenuto che il proprio fornitore aveva garantito che il greggio non provenisse dall’Iran.

La vicenda ha avuto anche un altro significato: Hengli ha annunciato che i futuri acquisti di petrolio sarebbero stati regolati in yuan anziché in dollari, la valuta dominante nel mercato energetico mondiale, rendendo molto più difficile il monitoraggio delle transazioni da parte di soggetti esterni.

Lo yuan diventa il rifugio delle attività che sfuggono alle sanzioni

Per Washington si tratta dell’ennesimo segnale di una tendenza preoccupante. Una quota crescente delle attività utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali viene infatti gestita in yuan, mentre la Cina costruisce un sistema finanziario alternativo con l’obiettivo di ridurre la capacità degli Stati Uniti di influenzare gli affari globali.

Il predominio del dollaro, utilizzato oggi in circa l’80% del finanziamento del commercio internazionale, ha storicamente garantito agli Stati Uniti un vantaggio decisivo nel controllo delle attività economiche mondiali. La maggior parte delle transazioni internazionali denominate in dollari deve infatti essere regolata attraverso banche americane, consentendo a Washington di monitorarle e, se necessario, di escludere determinati soggetti dall’accesso alla valuta statunitense, paralizzandone di fatto le operazioni.

Quando però gli avversari degli Stati Uniti utilizzano lo yuan, le transazioni non transitano attraverso il sistema bancario dominato da Washington, riducendo drasticamente la capacità di controllo americana.

I miliardi del petrolio iraniano continuano a fluire

Durante il periodo negoziale, gli Stati Uniti hanno consentito all’Iran di riprendere le vendite di petrolio e persino di ricevere pagamenti in dollari.

Ma anche sotto il regime sanzionatorio pensato per bloccare tali esportazioni, Teheran ha incassato fino a 43 miliardi di dollari di entrate petrolifere nel 2024, al netto di sconti non specificati, secondo la U.S. Energy Information Administration. Gli sconti, che nel 2025 hanno raggiunto in media il 13%, secondo alcuni parlamentari statunitensi, non hanno impedito al Paese di mantenere un flusso consistente di entrate.

Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, la maggior parte di queste vendite è stata pagata in yuan. Con tali risorse, l’Iran acquista componenti automobilistiche, pannelli solari e numerosi altri beni e servizi cinesi, oltre a materiali a duplice uso formalmente destinati a impieghi civili ma potenzialmente utilizzabili anche per scopi militari. Tutte attività che sfuggono alla giurisdizione statunitense.

Hormuz, criptovalute e società di copertura

Durante il conflitto, le imbarcazioni che cercavano di attraversare in sicurezza lo Stretto di Hormuz sarebbero state invitate a effettuare pagamenti a Teheran in yuan o criptovalute, strumenti che risultano particolarmente difficili da controllare per Washington.

Secondo funzionari del Tesoro americano, partner iraniani e cinesi hanno inoltre creato una rete di intermediari riservati e società di copertura a Hong Kong e in altre giurisdizioni per facilitare ulteriormente il commercio in yuan.

Cips, l’alternativa cinese a Swift

Una parte delle transazioni viene regolata attraverso il Cross-Border Interbank Payment System (Cips), il sistema di pagamenti internazionali in yuan creato dalla Cina nel 2015 come alternativa alla rete di messaggistica Swift.

Essendo un’infrastruttura cinese, il sistema non può essere facilmente monitorato dagli Stati Uniti. Pur rimanendo molto più piccolo rispetto a Swift, il volume delle operazioni è aumentato significativamente dopo l’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Secondo l’Atlantic Council, nei tre mesi successivi alla fine di febbraio il valore medio giornaliero delle operazioni ha raggiunto circa 790 miliardi di yuan, pari a circa 115 miliardi di dollari, contro una media di 680 miliardi di yuan, circa 100 miliardi di dollari al giorno, registrata nel 2024.

Swift rimane immensamente più grande, gestendo oltre 5.000 miliardi di dollari di transazioni quotidiane. Tuttavia, la rapida crescita di Cips indica che il sistema si sta trasformando in una rete di pagamenti transfrontalieri sempre più globale.

Il precedente russo dopo l’invasione dell’Ucraina

Uno schema simile si è osservato in Russia dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022. Con l’inasprimento delle sanzioni occidentali, una quota crescente delle esportazioni petrolifere russe e degli scambi commerciali con la Cina è stata regolata in yuan.

Secondo i dati della banca centrale cinese e di Cips, il numero totale delle transazioni giornaliere è raddoppiato dall’inizio del conflitto fino alla metà del 2025, mentre il numero delle istituzioni finanziarie partecipanti è più che raddoppiato. Oggi, secondo i funzionari russi, oltre il 90% del commercio tra Russia e Cina viene regolato in yuan e rubli. Per confronto, nel febbraio 2022 lo yuan rappresentava appena il 2% del commercio russo, secondo il think tank polacco Centre for Eastern Studies.

L’ascesa globale della valuta cinese

Nel complesso, la quota dello yuan nel finanziamento del commercio mondiale è triplicata negli ultimi cinque anni, raggiungendo il 6% nell’aprile scorso, secondo i dati Swift.

Per gran parte dell’anno, la valuta cinese è stata la seconda più utilizzata in questo settore, davanti all’euro ma ancora dietro al dollaro.

Secondo la banca centrale cinese, circa la metà delle transazioni transfrontaliere della Cina è oggi denominata nella valuta nazionale, contro livelli praticamente nulli quindici anni fa.

Parallelamente, Pechino sta accelerando lo sviluppo di mBridge, una piattaforma lanciata nel 2021 che utilizza versioni digitali dello yuan e di altre valute per effettuare pagamenti internazionali regolati direttamente tra banche centrali, senza il passaggio attraverso istituzioni finanziarie statunitensi.

Josh Lipsky, ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale oggi all’Atlantic Council, sottolinea che tutti questi sistemi basati sullo yuan «rendono più facile aggirare le sanzioni americane» e «offuscano la capacità della comunità di intelligence statunitense di monitorare i flussi finanziari».

Da parte sua, il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato di non essere a conoscenza della situazione relativa al commercio petrolifero tra Cina e Iran, sostenendo che le relazioni tra i due Paesi si svolgono «sempre nel quadro del diritto internazionale». Pechino ha inoltre affermato che la cooperazione con Russia e altri Stati si basa sui «principi di uguaglianza e mutuo beneficio».

La strategia cinese: non sostituire il dollaro, ma aggirarlo

La Cina non intende sostituire completamente il dollaro come valuta dominante mondiale. Un’espansione molto più marcata dello yuan richiederebbe infatti riforme economiche profonde e potenzialmente rischiose, come l’abbandono dei controlli sui capitali e la piena liberalizzazione del cambio, con il rischio di fughe di capitali e instabilità finanziaria.

L’obiettivo di Pechino appare piuttosto quello di costruire corridoi commerciali specifici che possano operare al di fuori del sistema fondato sul dollaro.

Secondo ex funzionari del Tesoro statunitense, questa strategia è motivata sia dal desiderio di indebolire l’influenza americana sia dalla volontà di sostenere Paesi alleati. La Cina continua comunque a ribadire la propria opposizione alle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti.

Taiwan e la paura di future sanzioni occidentali

Pechino punta anche a proteggersi da eventuali attacchi economici simili a quelli subiti da Iran e Russia e che potrebbero essere imposti nel caso di una crisi su Taiwan.

Secondo Pan Gongsheng, governatore della banca centrale cinese, la finanza mondiale sta evolvendo verso un sistema in cui «alcune valute sovrane coesistono e competono».

Nel corso di un intervento pronunciato la scorsa estate, Pan ha sostenuto che il passaggio da un sistema centrato esclusivamente sul dollaro è necessario perché, «in periodi di tensioni geopolitiche, preoccupazioni per la sicurezza nazionale o addirittura guerre, la valuta dominante mondiale tende a essere strumentalizzata o utilizzata come arma».

Gli Stati Uniti sono consapevoli delle falle che si stanno aprendo nel loro sistema globale di sanzioni. Dall’inizio della guerra in Iran, il Tesoro americano ha intensificato gli sforzi per limitare le esportazioni petrolifere iraniane verso la Cina e i flussi finanziari che transitano attraverso il sistema bancario cinese.

Tra le misure adottate figurano nuove sanzioni contro Hengli e altre raffinerie cinesi, oltre alla minaccia di penalità contro gli istituti di credito che forniscono servizi a società di copertura riconducibili agli interessi iraniani.

Le sanzioni continuano comunque a rappresentare uno strumento di pressione importante. Hanno aumentato i costi delle esportazioni petrolifere iraniane e limitato l’accesso del regime ai proventi derivanti da tali vendite.

L’economia iraniana ha sofferto pesantemente sotto il peso delle restrizioni statunitensi e un eventuale accordo di lungo periodo potrebbe liberare miliardi di dollari di asset congelati di cui il regime ha urgente bisogno.

I colloqui sul nucleare si sono già rivelati complessi e il loro esito rimane altamente incerto. Secondo Steve Yates, ex funzionario per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, l’Iran «ha la capacità di guadagnare tempo, di confondere le acque e di creare problemi». Tuttavia, aggiunge Yates, il Paese «ha subito un profondo degrado sul piano militare e un altrettanto profondo deterioramento sul piano economico».

Il patto strategico tra Cina e Iran

La svolta che ha consolidato la cooperazione tra i due Paesi affonda le radici nella crisi finanziaria globale del 2008.

In quel periodo la Cina aveva accumulato circa 2.000 miliardi di dollari di riserve valutarie, gran parte delle quali denominate in dollari. I leader cinesi temevano però che il valore di tali riserve dipendesse dalle decisioni del governo americano e della Federal Reserve.

Pechino iniziò quindi a utilizzare i propri surplus per concedere prestiti ai Paesi in via di sviluppo e, successivamente, ad offrire linee di swap in yuan attraverso la banca centrale, assumendo di fatto il ruolo di prestatore di ultima istanza per molte economie emergenti.

Nel 2015 nacque Cips, mentre nel 2018 furono lanciati a Shanghai i contratti petroliferi denominati in yuan. Questi strumenti permisero alla Cina di acquistare petrolio pagando nella propria valuta e favorirono la diffusione internazionale dello yuan.

L’alleanza del 2021 e la rete clandestina del petrolio

Nel marzo 2021 Iran e Cina firmarono un accordo strategico venticinquennale volto ad approfondire la cooperazione economica e di sicurezza. Una bozza dell’intesa pubblicata dai media iraniani prevedeva lo scambio di petrolio iraniano in cambio di investimenti cinesi in porti, ferrovie e altre infrastrutture.

Il documento definiva il partenariato come una barriera contro le «pressioni illegali di terze parti», un chiaro riferimento agli Stati Uniti.

Per ridurre il rischio di sanzioni contro le aziende cinesi, Teheran avrebbe inoltre contribuito alla creazione di un sistema clandestino di acquisto del petrolio, basato su società schermo, intermediari e una vasta flotta ombra di petroliere che spesso disattivano i sistemi di localizzazione per nascondere l’origine del greggio.

Entro la fine del 2022 la Cina era diventata la principale ancora finanziaria dell’Iran, acquistando oltre il 90% delle sue esportazioni petrolifere.

Come vengono movimentati gli yuan iraniani

Anche sotto sanzioni, Teheran ha sviluppato meccanismi sofisticati per utilizzare gli introiti accumulati in yuan. Secondo precedenti ricostruzioni del Wall Street Journal, invece di trasferire direttamente i fondi in Iran, gli acquirenti cinesi versavano il denaro a una società denominata Chuxin.

Quest’ultima utilizzava poi le risorse per pagare imprese cinesi impegnate in progetti infrastrutturali iraniani, come aeroporti e raffinerie. Altri schemi prevedevano il trasferimento dei pagamenti in yuan verso esportatori cinesi che fornivano all’Iran beni come componenti automobilistiche.

I due Paesi hanno persino sperimentato forme di baratto diretto. Nel 2021 la città cinese di Ningbo ha scambiato con successo due milioni di dollari di ricambi auto cinesi contro pistacchi iraniani, senza passare attraverso la rete Swift.

Hong Kong, Emirati e Turchia: la rete parallela

Una parte delle vendite petrolifere iraniane continua comunque a coinvolgere il dollaro.

Secondo funzionari americani, Teheran ha creato una rete di uffici di cambio e quasi-banche, noti come rahbar, che controllano società di copertura a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia.

Attraverso conti aperti presso banche cinesi, tali strutture acquistano beni in Cina e convertono parte dei pagamenti ricevuti in yuan in dollari o euro utilizzabili sui mercati internazionali. Generalmente queste operazioni transitano attraverso piccoli istituti finanziari cinesi, proteggendo così le grandi banche del Paese dal rischio di sanzioni occidentali.

Secondo il Tesoro americano, nel 2024 società collegate all’Iran hanno movimentato quasi 4 miliardi di dollari attraverso il sistema finanziario statunitense utilizzando conti cinesi a Hong Kong, pari a circa il 10% delle vendite petrolifere iraniane stimate per quell’anno.

Come ha osservato Kerri Bitsoff, ex funzionaria del Tesoro americano: «La maggior parte di questo denaro resta semplicemente in Cina».

La guerra e il test sul campo di mBridge

L’importanza crescente dello yuan è emersa con particolare evidenza dopo l’inizio della guerra in Iran.

Nel marzo scorso, la nave portacontainer Newvoyager, di proprietà cinese, avrebbe pagato a Teheran una commissione di 2 milioni di dollari in yuan per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. Anche altre imbarcazioni avrebbero effettuato pagamenti analoghi nella valuta cinese.

Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti, preoccupati dagli effetti economici del conflitto e dalla possibile fuga di capitali, hanno discusso con funzionari americani l’eventualità di ricorrere allo yuan per alcune transazioni petrolifere qualora le riserve in dollari dovessero ridursi.

Gli Emirati rappresentano inoltre uno degli attori centrali del progetto mBridge. La piattaforma, nata nel 2021 con la collaborazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, della Cina, degli Emirati Arabi Uniti, della Thailandia e di Hong Kong, utilizza tecnologie blockchain per consentire il trasferimento diretto di valute digitali tra istituti finanziari.

Nel novembre scorso, in una cerimonia ufficiale ad Abu Dhabi, il vicepresidente emiratino Mansour bin Zayed Al Nahyan ha autorizzato il primo pagamento governativo diretto verso Pechino effettuato attraverso la piattaforma.

Per favorirne l’adozione, nel gennaio scorso la Cina ha inoltre consentito agli yuan digitali depositati presso banche cinesi di generare interessi, equiparandoli di fatto alla valuta tradizionale.

Secondo una ricerca pubblicata a marzo dall’Atlantic Council, lo yuan digitale rappresentava già il 95% dei circa 4.000 pagamenti transfrontalieri effettuati tramite mBridge fino allo scorso novembre.

Un nuovo ordine finanziario in costruzione

La crescita di Cips, l’espansione di mBridge, l’aumento delle transazioni petrolifere in yuan e la progressiva integrazione finanziaria tra Cina, Iran e Russia delineano una trasformazione profonda dell’economia globale.

Il dollaro rimane nettamente dominante, ma l’infrastruttura costruita da Pechino sta offrendo a numerosi Paesi una rete alternativa attraverso cui commerciare, trasferire capitali e aggirare le sanzioni occidentali.

Per Washington, la sfida non riguarda più soltanto il nucleare iraniano: riguarda il futuro stesso del potere finanziario americano. (riproduzione riservata)


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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