Questo articolo è stato pubblicato su 4 soldi da investire, la newsletter di Marco Capponi per iniziare a investire in modo consapevole. Per riceverla basta iscriversi da qui.
Ci siamo quasi: tra due giorni il ministero dell’Economia comunicherà i tassi minimi del nuovo Btp Valore, l’attesissimo titolo di Stato per i risparmiatori individuali. Sarà il primo della serie con tre cedole crescenti: una per i primi tre anni, una per i successivi due e una per l’ultimo biennio.
In questo articolo su Milano Finanza ho provato a stimare, con l’aiuto degli addetti ai lavori, a quanto potrebbero ammontare le cedole. E non appena il Mef comunicherà i tassi minimi, arriverà anche un mio approfondimento su come usare il Btp Valore in portafoglio.
Ma oggi voglio concentrarmi su una caratteristica che accomuna il Btp Valore e tanti altri strumenti finanziari: la distribuzione di cedole e, più in generale, la differenza tra investimenti ad accumulazione e a distribuzione.
Come sempre in questa newsletter (e nel podcast) la risposta è che non esiste uno strumento migliore o peggiore in senso assoluto, ma quello più congeniale alle singole esigenze e obiettivi di investimento. In generale parliamo di:
Da queste definizioni molto schematiche possiamo cercare di capire quali sono i vantaggi dell'uno e dell'altro modo di mettere al lavoro i proventi degli investimenti.
Distribuzione: abbiamo a disposizione un flusso di denaro da impiegare come liquidità di pronto utilizzo (esempio: per pagare le bollette) senza intaccare il capitale investito.
Accumulazione: il reinvestimento delle cedole ci permette di sfruttare a nostro vantaggio tutto il potere dell'interesse composto.
L'interesse composto, come ho spiegato varie volte anche nel podcast di 4 Soldi da Investire, è quell'effetto moltiplicatore che permette, tramite il reinvestimento degli interessi, di far aumentare il capitale di partenza senza dover immettere ulteriore denaro nel portafoglio.
Esempio classico. Investo 1.000 euro in un Etf obbligazionario che matura un interesse del 5%, quindi 50 euro. Per ipotesi, questo Etf non si apprezza né si deprezza. In un regime di capitalizzazione semplice (cioè se l'Etf è a distribuzione) a fine anno mi entrano in tasca 50 euro, e poi 50 anche l'anno dopo e così via. In due anni il rendimento total return (performance più cedole/interessi) dell'Etf è di 100 euro.
Invece in un regime di capitalizzazione composta (quindi se l'Etf è ad accumulazione) non mi entra in tasca nulla: i 50 euro vengono reinvestiti, il valore del fondo diventa di 1.050 euro e quindi il 5% dell'anno successivo verrà calcolato non su 1.000, ma su 1.050 euro. Sarà quindi di 52,5 euro. In due anni il total return dell'Etf è di 102,5 euro, reinvestiti interamente nel nav.
Proviamo a vederlo con numeri reali in questo backtest che ho fatto con Curvo, ipotizzando un investimento di 10.000 euro fatto nell'Msci World ad accumulazione e uno nell'Msci World a distribuzione a inizio 2000.
Dove sono finiti i 2.904 euro di differenza? Sono tutto quello che abbiamo "perso" per aver rinunciato all'interesse composto.
Allora, se le premesse sono queste, qual è il senso di investire a distribuzione? E perché strumenti come le azioni ad alto dividendo o i bond esercitano un certo fascino tra gli investitori, tanto che sono stati spesso e volentieri protagonisti anche in questa newsletter?
La verità è che investire a distribuzione ha senso (e può fare molto bene al portafoglio) quando si hanno le condizioni per attuare una strategia di income investing. E cioè:
L'esempio classico è il pensionato che vende una casa, si ritrova con un patrimonio di 250-300 mila euro e sceglie di costruire un portafoglio diversificato per costruirsi un'integrazione alla pensione solo con le cedole dei suoi strumenti finanziari (in questo articolo di Milano Finanza spiego come attuare questa strategia con i titoli di Stato, per avere una cedola al mese).
L'idea dell'investitore income è quella di realizzare i suoi obiettivi (esempio: integrare la pensione pubblica o pagare le visite mediche) usando solo le distribuzioni del suo portafoglio, senza mai dover mettere mano al capitale. In questo modo:
Va da sé che l'investimento a distribuzione non è il più indicato per chi ha le caratteristiche opposte al caso analizzato finora. E cioè:
Quale investitore può corrispondere a questo profilo? L'esempio è quello del giovane trentenne al primo impiego, che ha una spesa importante e ricorrente mensile (mutuo o affitto), uno stipendio da entry-level e un portafoglio da costruire da zero, con l'ottica però di utilizzare i frutti dei suoi investimenti tra 20-30 anni o anche più.
Il giovane investitore ha estremo bisogno, per le sue caratteristiche, di sfruttare il potere dell'interesse composto. E per farlo lo strumento più congeniale sono i prodotti ad accumulazione, ad esempio il nostro famoso Etf generalista sull'Msci World da approcciare con un piano di accumulo mensile (pac). Con degli svantaggi, ovvio, anche se posticipati nel tempo:
In conclusione possiamo chiederci: ha senso impostare un piano di accumulo con gli Etf a distribuzione? La risposta è abbastanza scontata: no. O meglio, non da solo. Vi spiego perché:
Quindi, iniziare un pac su uno strumento a distribuzione può avere senso come integrazione in una strategia mista (la cosiddetta pic+pac), in cui in origine ci sia però una prima tranche di un certo peso. Ad esempio: investo 50 mila euro subito e poi 200 al mese.
Insomma, se vogliamo mettere nel camino un legnetto ogni tanto per rinvigorire il fuoco, è necessario che prima questo fuoco abbia già preso vita con un bel fascio di legno buono.
E voi, preferite investire ad accumulazione o a distribuzione? Fatemelo sapere nei commenti e alla mail mcapponi@class.it. E fatemi sapere anche se la prossima settimana volete un approfondimento ad hoc sul Btp Valore, da fare mentre il collocamento sarà ancora in corso. A presto!