La storia passata (il futuro resta imprevedibile) lo insegna senza margine di errore: nei portafogli di lungo periodo nulla premia di più di una presenza consistente di azioni. Eppure gli investitori, sia retail che serviti da reti di consulenza e private banking, sono ancora restii ad aumentare in modo marcato la loro esposizione azionaria. All’apparenza non hanno tutti i torti: tra le tensioni geopolitiche, i rischi macroeconomici e l’imprevedibilità di Donald Trump, i pericoli per il denaro sono dietro l’angolo. Per questo società di gestione e reti di stanno ingegnando per costruire soluzioni che aumentino l’esposizione azionaria dei clienti, ma in modo graduale o con dei cuscinetti in caso di forti perdite.
Molto attiva in questo senso è Banca Generali. «Siamo partiti da una convinzione: dobbiamo accompagnare i clienti ad avere più azioni in portafoglio», osserva Andrea Ragaini, vicedirettore generale dell’istituto del Leone. «Abbiamo così lanciato nuovi comparti equity e una parte di alternativi che diano al portafoglio un elemento di decorrelazione». Al contempo «sappiamo che i mercati sono ai massimi e i contesti geopolitici sono caldissimi. Molti clienti hanno paura di avventurarsi in investimenti puramente azionari. Per questo abbiamo strutturato tre tipi di soluzioni per aumentare gradualmente nel tempo la componente di equity».
Una soluzione studiata da Banca Generali è Esp, acronimo di Equity a Scadenza Protetto. Si tratta di un nuovo strumento di fondi Ucits con alcuni aspetti peculiari. Innanzitutto, spiega Ragaini, «hanno una data di partenza e una di scadenza, che abbiamo fissato a sei anni, esattamente come i target fund». Ma a differenza di questi ultimi l’investimento non è in strumenti di debito bensì nei mercati azionari.
Un’ulteriore caratteristica «è che il prezzo di rimborso minimo a scadenza (anche se non garantito, perché non è uno strumento assicurativo, ndr) è il capitale investito». Che cosa significa? «Il capitale di rimborso a scadenza», spiega il vicedirettore generale di Banca Generali, «sarà il 60% del livello massimo rilevato mensilmente dal paniere azionario più il capitale inizialmente investito. Quindi se il mercato scende si ha comunque la possibilità di ricevere alla scadenza un minimo del capitale investito e il 60% del valore massimo rilevato».
Si tratta, nelle intenzioni di Banca Generali, di una fusione tra i modelli dell’asset management e dell’investment banking. «L’investimento è protetto e se il mercato va bene si beneficia anche del 60% del valore massimo raggiunto durante il mese», evidenzia Ragaini.
L’obiettivo di questa famiglia di fondi, «che per noi è una vera e propria nuova asset class, è tenere a bada l’emotività e la paura di entrare dai mercati. Per ora partiamo con uno slot limitato, da 300 milioni. Peraltro con la tassazione agevolata al 12,5% perché il paniere viene costruito tramite un meccanismo di swap che ha alla base titoli di Stato».
Un backtest negli ultimi 25 anni a partire da indici di riferimento (Fideuram) azionari internazionali con rilevazioni mensili ha visto che «su 229 rilevazioni nel 33% dei casi l’investimento diretto in questi indici azionari ha portato risultati negativi. Ma a livello di finanza comportamentale il cliente tende a ricordare molto di più i momenti no rispetto a quelli felici: questo prodotto serve proprio ad annullare, di fatto, le rilevazioni negative».
Ci sono poi altri due punti nella strategia di Banca Generali. Primo punto: «Per investire in azionario il modo migliore è farlo in modo progressivo». La famiglia di prodotti Step-In, fin qui composta da tre fondi (uno con Pictet, uno con BlackRock e uno con Vontobel), parte da un comparto obbligazionario o monetario «e si sposta in un arco predefinito di tempo, in base alle preferenze dal cliente, progressivamente nel mondo azionario», racconta Ragaini. «L’ingresso scaglionato fa sì che si eviti di entrare in una sola volta, magari nel momento peggiore per le borse: negli ultimi 25 anni questo approccio avrebbe dato risultati positivi in nove anni su dieci».
Secondo punto: una soluzione strutturata con JP Morgan. Il sistema alla base si chiama systematic edge: al di là dei tecnicismi che sono dietro la compravendita delle opzioni, lo scopo è «permettere ai clienti di investire in azioni tagliando le code, sia di perdita sia di guadagno. E quindi di ridurre la volatilità».
Nell’ambito della gamma azionaria, infine, Banca Generali ha lanciato due fondi tematici, ma con partner industriali: «Uno su difesa e aerospazio, presieduto da un comitato di esperti, come generali della Nato, che sanno dove sta andando l’industria». Il secondo è invece su criptovalute e digital asset. «Il comparto investe in azioni legate alle criptovalute e in quelle specializzate in blockchain. Anche in questo caso un comitato di esperti dà l’indirizzo al fondo e noi facciamo poi l’analisi finanziaria per selezionare i titoli», spiega ancora il manager. «Abbiamo suggerito ai banker di mettere anche questi strumenti in percorsi di aumento progressivo dell’equity». (riproduzione riservata)