Un occhio al Medio Oriente e uno all'AI. Sono ancora gli stessi trend a tenere banco sui mercati dopo Ferragosto. Due forze che in questo caso, però, si sono annullate a vicenda spingendo le borse verso una nuova seduta debole. Il botta e risposta tra il presidente Usa Donald Trump e gli ayatollah hanno continuato ad agitare gli investitori, ieri ancora più preoccupati perché è scaduta la tregua di 60 giorni firmata a giugno. Teheran ha escluso qualsiasi proroga fino a quando questo giornale è andato in stampa, mentre il presidente americano prima ha chiesto all'Iran di «alzare bandiera bianca», poi ha minacciato di bombardare l'Oman - in trattative con i pasdaran per riaprire Hormuz - in caso di interferenze nei negoziati.
Così nemmeno i conti record di Anthropic e il conseguente rally del tech hanno rianimato le borse. Eppure i ricavi dell'ex startup fondata dai fratelli Amodei sono da record: 11,5 miliardi di dollari nel secondo trimestre secondo Bloomberg News, 14 volte più alti di quelli dello stesso periodo del 2025. Un vero e proprio balzo che per un giorno ha convinto i mercati a mettere da parte i dubbi sui ritorni a breve dell'AI e sulle maxi valutazioni del settore.
I listini. Non abbastanza però per trainare le borse europee sopra la parità, obiettivo sfiorato solo da Piazza Affari. Milano ieri ha chiuso piatta. E sarebbe andata peggio senza la spinta di Stm (+5%), il gruppo italo-francese dei chip. Seduta in rialzo anche per Prysmian (+2,4%) e Fineco (+2%), mentre hanno frenato Nexi (-4,2%) e Stellantis (-4,1%) per i rumor sulla possibile revisione della strategia in Sud America e il richiamo di 955 mila auto. Copione non molto diverso a Wall Street, che fino a tardo pomeriggio oscillava intorno alla parità. Gli indici americani restano comunque su valori alti: l'S&P 500 ha aggiornato il massimo storico una settimana fa, merito di una stagione delle trimestrali decisamente sopra le attese. In questi giorni toccherà a big della grande distribuzione come Walmart e Home Depot. Conti che alzeranno il velo anche sullo stato di salute dei consumi e quindi sulla tenuta della domanda, una delle leve principali del pil statunitense.
Dilemma energia. Domani sarà invece il giorno dei verbali della Fed, appuntamento atteso dagli investitori in cerca di indizi sulle prossime mosse del presidente Kevin Warsh. A settembre si prospetta un'altra pausa soprattutto dopo i dati deludenti delle vendite al dettaglio e un'inflazione in calo al 3,4% a luglio. I prezzi restano però ben lontani dal target del 2%, così i mercati si aspettano almeno un rialzo dei tassi entro fine anno.
Molto dipenderà dal Medio Oriente, dove le tensioni degli ultimi giorni hanno riportato il Brent vicino a 90 dollari al barile (+0,5%). La corsa del petrolio rischia di gonfiare ancora l'inflazione, spingendo la Fed a intervenire. I titoli di Stato americani hanno anticipato una stretta da settimane e ieri i rendimenti sono saliti ancora in scia al rialzo del greggio: quello del Treasury decennale ha toccato il 4,7%, sui massimi dal 2007, mentre quello del trentennale è arrivato al 5,28%, al top addirittura dal 2002. Un movimento analogo si è verificato tra i bond sovrani europei, dove il rendimento del Bund a 10 anni ha raggiunto il 3,22%, record da 15 anni, e quello dell'Oat di pari durata il 4,67%, massimo dal 2009. Questo in attesa dei dati definitivi di domani sull'inflazione del Vecchio Continente.
Paga il biglietto verde. A differenza della Fed, a settembre la Bce potrebbe aumentare i tassi d'interesse. Non è un caso allora che il cambio euro-dollaro sia tornato vicino a quota 1,16, livello che non si vedeva da metà giugno. Anche l'oro ha rialzato la testa a 4.225 dollari l'oncia (+1,1%). Il metallo giallo non garantisce rendimenti, quindi riprende tono quando dagli Stati Uniti arrivano segnali incoraggianti sui tassi. (riproduzione riservata)