In Iran lo chiamano perla nera: non è il petrolio, ma il caviale persiano. Nel 1988 quattro amici con la passione per i cibi ricercati hanno l’intuizione di importarlo con il loro marchio, ottenendo quella che ancora oggi è la prima licenza italiana per il confezionamento del caviale.
A 30 anni di distanza Longino&Cardenal, titolkare di quella licenza, è pronta a quotarsi entro l’estate su Aim con un’ipo in aumento di capitale da 5 milioni.
L’azienda ha chiuso il 2017 con 28,5 milioni di euro di fatturato con un ebitda a 1,5 milioni, il 5,3% dei ricavi, e vanta un catalogo di 1.800 prodotti «rari e preziosi» (baccalà, jamon iberico e tonno rosso i più venduti) e un portafoglio di circa 4.500 clienti in Italia (tra cui l’80% dei ristoranti stellati).
«La raccolta servirà ad alimentare sia la crescita organica sia quella per linee esterne», ha spiegato il ceo Riccardo Uleri in un incontro con investitori e giornalisti.
Uleri che ha rilevato la società dai fondatori nel 1993 ed è socio di maggioranza, mentre la moglie Cristina Sambuchi, cfo ha una quota di minoranza, vuole puntare su una crescita a tappe forzate. Entrambi si sono infatti impegnati a non cedere le proprie azioni per i tre anni successivi all'Ipo.
Obiettivo a breve termine è «ampliare il catalogo prodotti, aumentare la copertura geografica e il fatturato medio per cliente (oggi intorno ai 5.500 euro, ndr)». I proventi dell’ipo, però, saranno soprattutto destinati all’internazionalizzazione. Dopo aver aperto nel 2013 una sede a Hong Kong (3 milioni di ricavi nel 2017) e nel 2015 a Dubai (500 mila euro), la prossima meta dei giramondo del cibo sono gli Usa: «New York potrebbe essere la città ideale, forse già entro la fine dell’anno», ha rivelato Uleri.
«Per accelerare i tempi della crescita pensiamo di acquisire società piccole già attive all’estero per poi trasferir loro il know-how». Nel 2015, poi, Longino ha rilevato il 52% di un fornitore di gamberi di Mazara del Vallo e, creando il marchio Don Gambero, ha portato in due anni la società a triplicare i ricavi. Con i fondi che raccoglierà tramite l’ipo Uleri punta a replicare l’esperimento con altri produttori di eccellenze italiane.