Il petrolio perde quota dopo la tregua momentanea tra Stati Uniti e Iran. Un'inversione di rotta che ridà fiato alle borse e fa sgonfiare i rendimenti dei titoli di Stato. Si apre così all'insegna del rischio l'ultima settimana di luglio, almeno in Europa visto che le vendite sui chip hanno frenato Wall Street. Tutto questo in attesa dei dati su pil e inflazione sia in Europa che negli Usa, e di una sfilza di trimestrali di primo piano come quelle delle big tech. Ma è alla riunione della Fed di domani che guardano gli investitori in cerca di indizi sulle prossime mosse del presidente Kevin Warsh. Con un occhio sempre alla geopolitica.
Gli arsenali degli Stati Uniti iniziano a svuotarsi dopo mesi di guerra. Così Donald Trump ha dovuto fermare gli attacchi all'Iran, decisione mascherata con la volontà di dare una nuova chance ai negoziati. Quale che sia la ragione, i mercati hanno tirato un sospiro di sollievo con effetti soprattutto sul petrolio. Ieri il prezzo del Brent è sceso a 86 dollari al barile (-6%), passo indietro che ha allentato i timori sull'inflazione e fatto arretrare i rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto dei Treasury. Ma è ancora presto per parlare di trend discendente sia perché Trump ha minacciato una «forte azione militare» in caso di fallimento delle trattative, sia perché i ribelli Houthi (alleati di Teheran) continuano ad attaccare le infrastrutture petrolifere saudite.
I Paesi del Golfo provano però a guardare oltre sperando in una fine rapida del conflitto. Lo dimostra il maxi accordo da 16 miliardi di dollari tra Kuwait, Blackstone, Brookfield e Kkr. L'intesa darà vita a una joint venture, partecipata al 49% dai tre fondi, che gestirà per 20 anni tutti gli oleodotti del Paese arabo, pronto a espandere la produzione grazie alle risorse incassate dall'operazione.
Prima dovranno cessare le ostilità. Una prospettiva a cui ieri le borse sembravano credere, almeno quelle europee. Gli indici del Vecchio Continente hanno sfruttato la ritirata del petrolio, soprattutto il Dax (+1,3%). Il Ftse Mib ha chiuso invece in rialzo dello 0,5%, tornando sopra 52 mila punti grazie allo scatto di Ferrari (+4,3%) prima dei conti di giovedì. Trimestrali che terranno banco anche negli Usa dove Meta, Microsoft, Amazon e Apple potrebbero alzare ancora l'asticella sull'AI.
Ieri il mercato è tornato a interrogarsi sulla sostenibilità degli investimenti nell'intelligenza artificiale. Preoccupazione ingigantita dai 250 miliardi di garanzie finanziarie che Nvidia (-5% in serata) potrebbe prestare a OpenAI per i suoi progetti nei data center. Così sono ripartite le vendite sui titoli dei chip, con Nasdaq e S&P 500 ancora in calo intorno alle 20.
L'altra grande incognita è la Fed. «Ci aspettiamo che il Fomc mantenga i tassi invariati al 3,5-3,75%», spiega Xiao Cui, senior economist di Pictet Wm. «Prevediamo che lo statement di politica monetaria resti sostanzialmente invariato. Non ci saranno un nuovo dot plot né nuove proiezioni economiche, e il presidente Warsh continuerà ad astenersi dalla forward guidance. Probabilmente ribadirà che la Fed garantirà la stabilità dei prezzi».
Alla banca centrale americana serve un quadro più chiaro. E non dovrà attendere molto perché il giorno dopo il vertice, giovedì, usciranno i dati sull'inflazione pce di giugno e sul pil del secondo trimestre. (riproduzione riservata)